Una gita a ...

Quattrocento anni fa… Capo Horn

capo hornAlla fine di gennaio del 1616 la nave olandese Eendracht doppia per la prima volta nella storia lo stretto di mare più pericoloso del mondo.

Roma, 15 febbraio – Immaginate di trovarvi nello stretto di mare più pericoloso del mondo su una nave a vela di quattrocento anni fa, con onde alte anche fino a 30 metri, venti impetuosi che vi soffiano contro e tutti gli elementi atmosferici che sembrano essere coalizzati contro di voi. E immaginate di vedere sulla vostra destra le ultime propaggini delle Ande che si tuffano in mare e, sulla sinistra, solo acqua, tanta acqua, che sale e scende in continuazione, vi entra nella nave, nelle ossa, negli occhi, in bocca, nella pelle.

Ma nonostante ciò dovete andare avanti, perché lì, in quel punto di mare più pericoloso del mondo, se vi fermate è la fine. E le paure, le ansie, le angosce, il coraggio, la forza fisica e mentale, i muscoli e il sudore che scossero gli uomini della nave olandese Eendracht in quella fine di gennaio del 1616, quattrocento anni fa, quando, capitanati da Willem Cornelison Schouten, riuscirono a passare per la prima volta nella storia Capo Horn, lo stretto di mare più a sud del mondo.

Un passaggio che volevano aprire a tutti i costi perché, dimostrando che era possibile affrontarlo e superarlo, aprivano una nuova rotta ai commerci marittimi tra l’Europa, le Isole del Pacifico (meglio note a quel tempo come “Le isole delle spezie”) e l’Asia. Una rotta alternativa e più breve, ma anche più pericolosa, certo, a quella ben più antica che prevedeva la circumnavigazione dell’Africa (ancora non c’erano né il Canale di Suez, né tantomeno quello di Panama). Ed è proprio con il viaggio della Eendracht che nasce il mito di Capo Horn, così chiamato in seguito per lo strano binomio linguistico dovuto all’assonanza tra la locale isola cilena di Hornos e la città d’origine del succitato capitano olandese Cornelison, nato, per uno strano caso del destino, proprio ad Hoorn, che, a quel tempo, era capitale della Frisia.

Da qui era partito alla volta dei Mari del Sud con due navi (la Eendracht, più grande e la Horn, più piccola) armate dal mercante Isaac Le Marie per conto della potente Compagnia delle Indie Orientali. Nell’impresa Le Marie perse il figlio Jacob, imbarcato con il ruolo di mercante-capo. È uno dei più di diecimila marinai che nello Stretto di Horn ci sono rimasti per sempre, tanto è pericoloso e difficile da superare.

Basti pensare che, nei quattrocento anni passati dalla spedizione dell’Eendracht, ad Horn sono naufragate circa 800 navi. Nessun componente dei loro equipaggi ha mai potuto festeggiare il passaggio dello stretto mettendosi un orecchino a forma di anello al lobo dell’orecchio destro, bevendo un bicchiere di rhum e aspirando una boccata di sigaro. Un rituale rigoroso al quale si sottopone volentieri chiunque riesce a superare Horn, perché a quel punto anche lui merita di essere chiamato “Cap Horniers” se è il capitano di una nave o “mallyhawk” (nome di una specie di gabbiano che abita quelle latitudini) se è semplicemente uno dei marinai a bordo.

Emozioni che possono essere capite solo da chi ha superato i 40 ruggenti, i 50 urlanti e i 60 furiosi gradi di latitudine che bisogna oltrepassare per arrivare fin laggiù e il famigerato passaggio di Drake, lo stretto imbuto formato dalle Ande e dalle penisola antartica, dove il fondale dell’Oceano sale vertiginosamente da4000 metri di profondità ad un centinaio, formando il terribile scalino per il quale nascono le onde gigantesche che abbiamo citato all’inizio.

Noi, avventurieri da scrivania, possiamo solo limitarci ad immaginarle e scriverle, queste emozioni, conservando per sempre e rinnovando ogni volta l’ammirazione per quei marinai antichi e moderni che hanno trovato dentro di loro la forza e il coraggio di affrontare quelle acque.

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