Tematiche etico-sociali

Marco Damilano su Aldo Moro: “Un atomo di verità“

La lungimiranza del grande Politico, in grado di ben comprendere il corso della Storia…

Roma, 13 giugno 2020 – “Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra un atomo di verità e io sarò comunque perdente”. È da questa frase di Aldo Moro che trae ispirazione “Un atomo di verità“. Sono passati quarantadue anni da quel 9 maggio 1978, la “notte della Repubblica” e la verità giudiziaria sul “caso Moro” non è ancora raggiunta.
”La verità è ancora in mano a una “banda di assassini”, come li chiamava Luciano Lama, che continuano a dire di avere chiarito tutto e non hanno chiarito niente” dice Marco Damilano nel corso della presentazione del libro, aggiungendo: “ancora non è stato possibile capire perché lo Stato non è riuscito a salvare il suo rappresentante più significativo da una banda di terroristi incolti e mal preparati”. Un atomo di verità è il titolo scelto dall’autore, tratto da una lettera, peraltro mai recapitata, che Moro inviò dalla prigione brigatista al Deputato calabrese Riccardo Misasi, suo portavoce, asserendo: «Quello che io chiedo al partito è uno sforzo di riflessione in spirito di verità. Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto…”. Un libro, che non è un romanzo ma neanche solamente un saggio, come tanti letti, ma un commovente percorso di proprie memorie personali, vissute e intimamente sofferte da Marco Damilano…”Sin da bambino di nove anni,che andava a scuola non lontano da via Fani… a volte accompagnato dal padre, Andrea (un giornalista RAI di matrice morotea)… Un viaggio che si conclude a Torrita Tiberina, città natale della moglie di Moro, la sua adorata Noretta, dove oggi riposano insieme in un piccolo cimitero adagiato non lontano dal Tevere, in un tempo fuori dal tempo… ”Il libro fa ovviamente riferimento alla Commissione Parlamentare d’inchiesta fortunatamente presieduta dall’ottimo On. Giuseppe Fioroni (che ho l’onore di conoscere), che ha chiuso i suoi lavori con la fine dell’ultima legislatura. La relazione della Commissione ha tracciato un quadro molto complesso che vede la partecipazione delle B.R. come attore comprimario e non esclusivo. È stata accertata, infatti, la presenza di uomini dei servizi segreti deviati dello Stato, uomini della mafia romana (Banda della Magliana), ‘Ndrangheta, uomini dei servizi segreti stranieri, Cia e Kgb, che avevano interesse per lo meno a creare caos in Italia (sullo specifico argomento dei risultati della Commissione Fioroni). Quindi, l’autore vuole costruire un percorso prima culturale e umano, poi politico,attorno alla figura del grande Statista…

Iniziamo l’esame del libro…
– da pag.9…””Così io di quella mattina ho ancora oggi la sensazione di un inizio di primavera. Pochi mesi dopo aver compiuto dieci anni, quella fu la giornata in cui diventammo grandi.Erano le prime ore di una mattinata di marzo, come tante altre a Roma, di freddo che sta per finire. Il pulmino, un furgone Volkswagen bianco, arrivava intorno alle otto e mezzo e aspettava con il motore acceso… faceva ogni mattina lo stesso giro fino ad arrivare in piazza Madonna di Guadalupe, dove c’era la scuola… Sono tornato quarant’anni dopo nella chiesa dove lo avevo visto, San Francesco d’Assisi al Trionfale, una mattina verso le nove, come allora. La messa era già finita e non c’era nessuno… Mi ha colpito che fosse così piccola, quando siamo entrati Moro doveva essere vicinissimo, a un passo… Ho chiesto tante volte a mio padre, negli anni successivi, cosa fosse accaduto quella mattina… Non so se lo abbiamo aspettato per salutarlo e cosa ci abbia detto, e se ci fosse la scorta, il maresciallo Oreste Leonardi, ad attenderlo fuori. Papà non ha mai saputo rispondermi. Forse c’è stata una stretta di mano o forse siamo andati via per non disturbare quell’uomo in silenzio, in colloquio con sé stesso, l’unico momento di solitudine nella giornata di un politico impegnato in riunioni estenuanti… Il primo politico che ho visto in vita mia è stato Moro in ginocchio, che prega Dio. Penso che quel gesto di devozione, da parte di un uomo che avrebbe poi trovato tanti, tutti, pronti a inchinarsi e genuflettersi di fronte a lui, fosse il richiamo di un senso del limite, il limite del suo potere, doveva ricordarlo a sé stesso perché nessuno lo avrebbe fatto appena uscito da quella piccola chiesa, e per tutto il resto della giornata… Mi fermo davanti al locale dove si nascosero i brigatisti in via Fani, ha avuto molte gestioni e una vita tormentata, ma la ragione sociale della ristorazione non è mai cambiata… Nel 1978 era il Bar Olivetti… Era il presidente della Democrazia cristiana, carica onorifica nella gerarchia del partito che governava incontrastato da trent’anni. Eppure Moro non contava di meno, contava di più, contava più di tutti gli altri. E quella mattina, il 16 marzo, i giornali erano pieni di lui, della sua operazione, il suo capolavoro politico, riportare il Partito Comunista Italiano a votare la fiducia a un governo per la prima volta dopo il 1947: un governo composto tutto da democristiani, per di più, un monocolore guidato da Giulio Andreotti.””

– da pag.23…””Il tempo. Lui che negli anni sessanta, all’epoca del centro-sinistra con i socialisti al governo, era stato accusato di essere l’uomo delle lentezze infinite, della gradualità esasperata, delle riforme sempre rinviate, sentiva che ora anche nella DC in molti pensavano di lui l’opposto, lo accusavano di voler inseguire una svolta storica in modo impaziente, di essere avventato. Eppure era questa l’ esatta dimensione che Moro aveva della politica, come dell’ esistenza. Il tempo, il tempo che ci è stato dato da vivere, che non può essere rallentato o accelerato , non può essere evitato, saltato. Si può soltanto viverlo, fino in fondo, con tutte le sue difficoltà. Dopo quel discorso la DC aveva dato un faticoso via libera alla nuova maggioranza con il PCI. Ma l’ambiziosa costruzione politica aveva rischiato la sera del 15 Marzo, il giorno prima della fiducia parlamentare, di infrangersi sul più banale degli ostacoli: le poltrone. I Comunisti erano furiosi per i nomi dei Ministri, in continuità con il vecchio perno e scelti tra le correnti della DC più contrarie all’accordo, e per lo spettacolo di rissa che stava dando il partito della maggioranza… Era da 10 anni che non si incontravano, da quando Moro, Presidente del Consiglio, nel 1968, aveva posto gli omissis sui documenti che avrebbero dimostrato l’innocenza di Scalfari, Direttore dell’Espresso, e del giornalista Lino Iannuzzi, che avevano pubblicato la notizia sul tentato golpe del Sifar, il Servizio segreto guidato dal Generale Giovanni de Lorenzo. In quell’ occasione Scalfari scrisse un violento articolo su       l’ Espresso: “Se saremo condannati la responsabilità del Presidente del Consiglio sarà estremamente grave. La colpa sarà interamente ed esclusivamente sua.
Dieci anni più tardi, dopo due ore di colloquio, racconterà Scalfari, eravamo già in piedi e mi mise una mano sul braccio, lui così schivo di contatti fisici. “Lei ha ancora del rancore per me per quella vecchia storia degli omissis, mi disse: “E’ vero” gli risposi “lei in quell’occasione violò la Costituzione perché rese impossibile l’esercizio della difesa dell’ imputato che è un principio sacro per chi crede nella democrazia”. “Ha ragione, ma vede, c’è un altro principio della costituzione, ed è quello di tutelare lo Stato anche col segreto quando ciò sia indispensabile per garantirne la sicurezza. Io, come Presidente del consiglio, dovetti scegliere tra l’uno e l’altro principio. Comunque mi dispiacque molto ad essere stato costretto a fare quella scelta”… Nella riservatezza dello studio di via Savoia, lontano dal centro e dai palazzi, si avvicendavano in quei mesi i direttori dei principali giornali italiani e si segnalavano strani movimenti. il 25 novembre, quattro mesi prima, il direttore del Corriere della Sera, Franco di Bella, mentre giungeva in macchina in visita da Moro, era stato affiancato da due giovani in moto con il volto coperto dal passamontagna con una pistola nel borsello. Era stata la scorta ad accorgersi dell’ arma e a dare l’allarme. I due erano scappati, Di Bella aveva raccontato l’ episodio al Presidente della DC e ne aveva ricevuto una confidenza: “Viviamo momenti terribili, siamo come nelle catacombe…”. Il dirigente della Digos, Domenico Spinella , dopo mesi di indagini, aveva fatto sapere che si trattava solo di due delinquenti comuni. I giornalisti del Corriere, Antonio Padellaro e Roberto Martinelli, nel loro libro uscito pochi mesi dopo il sequestro, raccontano che 24 ore prima di via Fani il Capo della Polizia Giuseppe Parlato era andato in via Savoia per rassicurare Moro sulle indagini, promettendo che in ogni caso dal giorno dopo la sorveglianza sarebbe stata rafforzata… Ma se c’erano queste preoccupazioni, perché la Digos si attiva per rafforzare la vigilanza in via Savoia e non partì invece, come era logico, dalla scorta di Moro e dalla consegna di un’ auto blindata al Presidente della DC?…Le ultime ore del 15 Marzo erano segnate dall’incertezza. La sera Moro fece arrivare l’ultimo messaggio al Segretario del PCI Berlinguer, tramite il solito canale, il Consigliere Tullio Ancora, che ne parlò di nuovo con Luciano Barca: il Presidente della DC capiva l’inquietudine dei comunisti, ma si faceva garante dell’operazione, come aveva assicurato un mese prima, incontrando in segreto Berlinguer a casa di Ancora. Era lui, la sua persona, a reggere il passaggio, il primo governo sostenuto in maggioranza dal PCI dopo più di trent’ anni. Più carico di ambiguità che di slancio…””

– da pag.43…””Per quarant’ anni due fantasmi si sono aggirati nell’angolo tra via Fani e via Stresa. Il superkiller che da solo avrebbe sparato 49 dei 93 proiettili ritrovati, e il tiratore che avrebbe agito sul lato destro della strada e che avrebbe freddato Leonardi. Uno, in loden scuro e guanti, sparava tenendo la mano sinistra sulla canna, per non farla impennare, e con la mano destra imbracciava il mitra, “particolarmente addestrato”, secondo un testimone, tirando con calma e determinazione…
L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta, presieduta da Giuseppe Fioroni, spedì la Scientifica una domenica mattina in via Mario Fani con nuovi metodi di rilevazione e con la nuova ricostruzione è stato escluso che i colpi siano stati sparati dal lato destro della strada e che ci fosse un superkiller che da solo sterminò la scorta. Sul primo punto, la raffica partita dal lato destro della strada, si legge nella relazione del 2015: “le ferite presenti sulla parte destra del corpo del Maresciallo Leonardi non sarebbero attribuibili ad ipotetici colpi provenienti dal lato destro della strada- dei quali la Polizia riferisce di non aver trovato evidenza – ma ad una naturale torsione del militare che, girando sul sedile, verosimilmente per proteggere Moro, avrebbe esposto al fuoco dei brigatisti la parte destra del corpo”. Sul secondo, il superkiller, “è vero che vi fu una bocca di fuoco che sparò da sola 49 colpi, ma è stato dimostrato che ciò avvenne con una precisione non particolarmente elevata. Da quella arma soltanto sei colpi andarono a bersaglio, attingendo l’Agente Iozzino”. La relazione, in compenso, smonta pezzo a pezzo la ricostruzione di Morucci, le bugie del brigatista dissociato che per qualche decennio sono state la versione accettata di comune accordo dalle BR e dal Palazzo: “Il memoriale non fa alcun cenno al fatto che sono stati sparati colpi singoli contro l’ auto sulla quale viaggiava Aldo Moro ancora in movimento; si tratta di un particolare non trascurabile, in quanto evidenzia la rilevante capacità militare di chi ha sparato. I rilievi eseguiti dalla Polizia scientifica non confermano la circostanza- riferita invece dal Memoriale Morucci”- dei ripetuti tamponamenti con cui l’Appuntato Ricci, alla guida della Fiat 130, avrebbe tentato di disimpegnarsi dall’ostacolo costituito dalla Fiat 128 con targa diplomatica… Tali incongruenze ed omissioni suscitano motivati dubbi sull’attendibilità del memoriale”. L’ ultimo particolare è il più agghiacciante… Valerio Morucci, l’assassino a sangue freddo di due uomini indifesi come Ricci e Leonardi, il brigatista che la mattina del 9 maggio telefonò al professor Franco Tritto, assistente di Moro, per comunicargli l’avvenuta esecuzione del Presidente della DC e per ordinargli di avvertire la famiglia disse: “Non può? Dovrebbe per forza”. Lui, che nel 1985, assieme ad Adriana Faranda, fece arrivare al neo eletto Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga un appunto in cui i due affermavano di “voler dire la verità sul rapimento a condizione che le notizie non vengano pubblicate”. Una richiesta curiosa: se tutto ciò era già conosciuto, perché non portarlo all’ attenzione dell’ opinione pubblica? In ogni caso, i detenuti Morucci e Faranda pretendevano dallo Stato per se stessi un trattamento opposto a quello che le BR avevano riservato a Moro, quando nei primi giorni del sequestro il prigioniero aveva chiesto che la sua prima lettera dal covo restasse segreta. Le BR, però, lo avevano tradito e l’ avevano consegnata ai giornali, dichiarando nel comunicato che tutto doveva essere diffuso…””.

– da pag.110…””In via Savoia Moro aveva conservato un appunto sulla riforma dei servizi segreti dell’ottobre del 1977 con la soppressione del vecchio Sid e le istituzioni dei due apparati, uno militare (Sismi) e uno civile (Sisde). “Aspetti da considerare positivi due volte: dipendenza dal Presidente del Consiglio, costituzione del Comitato Interministeriale per le Informazioni e la Sicurezza, istituzione di un Comitato Parlamentare di Controllo. Aspetti che richiedono un’ attenta rivalutazione… un documento rilevante , un lungo promemoria senza firma ma accompagnato da un biglietto da visita, quello del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, amico, allievo del Presidente democristiano da lui collocato al Viminale a dirigere la tutela dell’ordine pubblico. Il fatto che Cossiga girasse a lui l’ analisi sull’ordine pubblico dà l’ idea di quanto Moro contasse anche senza incarichi di governo. Quelle cartelle mandate dal Ministro che appena pochi mesi dopo sarà chiamato dal suo maestro politico a salvarlo dalla morte confermano come alla vigilia di via Fani i vertici di governo non prendesse in considerazione i politici come possibili bersagli.””

– da pag.182…””Il 1978 è stato l’ anno di mezzo tra il ‘68 e l’ 89. Tra la brutalità della politica ideologica e la sua dissoluzione. Lo spartiacque tra diverse generazioni che cresceranno tra il prima e il dopo: il tutto della politica- gli ideali e il sangue- e il suo nulla. La trasformazione della politica da orizzonte di senso a narcisismo e nichilismo, da speranza a paura e rabbia, con il rischio di annullare in entrambi i casi il singolo individuo. Nella primavera del 1978, durante i 55 giorni del sequestro di Moro, arrivarono all’approvazione del Parlamento due leggi lungamente attese, che rappresentavano il cambiamento dei costumi in Italia degli ultimi 10 anni… La legge sull’aborto fu votata dalla camera il 14 Aprile con 308 voti favorevoli e 275 contrari, quando il prigioniero Moro era stato rapito da 29 giorni, e fu approvata definitivamente dal Senato giovedì 18 maggio, con 160 sì e 148 no, 10 giorni dopo il ritrovamento del cadavere del Presidente democristiano nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani. La legge 180 in tema di accertamenti e trattamenti sanitari e obbligatori, che prese il nome dallo psichiatra Franco Basaglia, con cui l’ Italia, unico paese al mondo, abolì manicomi e gli ospedali psichiatrici… Ventiquattro ore dopo l’assassinio di Moro, al termine di una stagione in cui in tanti nel palazzo della politica si erano esibiti nell’analizzare la pazzia dello statista prigioniero. Tra questi lo psichiatra Franco Ferracuti, collaboratore del servizio Sisde, iscritto in seguito alla loggia P2, chiamato a far parte del comitato di esperti del Viminale durante il sequestro, dove ha firmato un promemoria per descrivere Moro in preda alla “sindrome di Stoccolma”,costretto ad assumere farmaci, a identificarsi e a collaborare con i rapitori.””

– da pag.237…””Tra il 1978 il 1993 sono passati 15 anni. Di questo quindicennio la morte di Moro e la fine politica di Craxi sono stati il punto di partenza e il punto di arrivo, nel segno dei due leader completamente diversi, opposti. Nell’immaginario hanno impersonificato il partito della lentezza e il partito della rapidità… E poi il partito della mestizia e quello della vitalità prorompente, sfacciata. Il partito dei pessimisti e quello degli ottimisti. Il partito dello scirocco che tutto paralizza e quello del vento impetuoso della storia. Moro era il potere fragile, Craxi il potere forte. Moro aveva capito che il potere si stava disgregando: “il potere diventerà sempre più scostante e irritante, e varrà solo
un’ idea comunicata per un tramite discreto e umanamente rispettoso”, aveva previsto tantissimi anni prima, nel 1969. Moro, il leader prudente, meticoloso e pignolo nel bilanciare con esattezza le forze in campo, era stato trascinato via dalla Fiat 130 su cui viaggiava in via Mario Fani perché aveva provato a cambiare gli equilibri di Yalta con 10 anni di anticipo. Mentre Craxi, al momento della caduta, aveva seguito la parabola opposta: dal leader dinamico; il motore del sistema politico italiano, era diventato un fattore di blocco, aveva interesse a mantenere tutto fermo mentre intorno le cose cambiavano forma come le dune del deserto…
Il processo che aveva subìto Moro era stata un’oscena caricatura della giustizia. I processi di Craxi, invece, sono stati legittimi procedimenti svolti da più collegi giudicati nel rispetto della legge dello Stato. E se non fossero stati stroncati dai terroristi rossi, i Giudici Guido Galli ed Emilio Alessandrini sarebbero stati tra i protagonisti della Procura di Milano dodici, tredici anni dopo, nella stagione del pool di Mani Pulite. Craxi era colpevole dei reati a lui imputati, questa è la verità, ma l’interpretazione soltanto giudiziaria della nostra storia non racchiude tutta la verità, che è più ampia di una sentenza.La Repubblica ha cominciato la sua agonia il 16 Marzo 1978 e terminò il giorno del lancio delle monetine contro Craxi . Dopo è stato impossibile ricucire un tessuto civile, sociale, politico in cui riconoscersi. In mezzo, in quei quindici anni, c’era stata una modernizzazione senza modernità e poi una rivoluzione senza rivolta, destinata a concludersi nel nulla…””

Sin qui il libro…

Ora una breve conclusione per motivi di spazio… Il Moro che ci presenta Damilano è uno statista preoccupato, scosso da grande inquietudine, cosciente dei limiti del proprio potere, dei rischi che correva ogni giorno. Un’Italia fragile, di cui Moro conosceva tutto e di cui aveva intuito le evoluzioni. Anche grazie alla sua lunga consuetudine con gli studenti, Moro aveva difatti capito che nel ventennio che separava l’Italia dalla fine del secondo conflitto mondiale fosse cresciuta una generazione che non si accontentava più della crescita, dello sviluppo economico (avviato dal sommo De Gasperi) e delle prospettive di benessere collettivo offerte dal boom e dalla fortunata stagione riformista che era coincisa proprio con i suoi governi; oltre al pane, quei ragazzi desideravano anche una piena emancipazione e di una compiuta affermazione del loro ruolo nella società. Dopo la morte di Moro è finita la prima repubblica, dopo di lui è stato il trionfo della visione modesta e mediocre della politica… Eppure la voce di Moro ci parla ancora: “io ci sarò come un punto irriducibile di contestazione e alternativa”… Parole terribili, anche per l’oggi…“Noi abbiamo l’esigenza di ricercare la verità come memoria e come esigenza di giustizia”. Su via Fani… “Quella lapide è arrivata 40 anni dopo. C’era un piccolo ricordo, in un angolo, e non si capiva bene cosa fosse successo” – racconta Damilano – “Lo Stato ci ha messo 40 anni per ricordare i cinque agenti come meritavano…” Purtroppo è vero, lo sappiamo…).
Uno spiraglio di verità ora si intravede… gli archivi, a cominciare da quelli dei servizi segreti. O meglio, continuare a “desecretare” gli atti, dopo la prima ondata di documenti riversati all’Archivio di Stato e alla Commissione Moro 2 (presieduta dall’On Fioroni) a partire dal 2014.
Questa volta, la richiesta del Comitato Parlamentare per la Sicurezza (Copasir) è ben mirata, si richiede che divengano accessibili i documenti segretati custoditi negli archivi, relativi al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, alla strage di Bologna, a quella di Ustica, alla scomparsa in Libano dei giornalisti Italo Toni e Gabriella De Palo, in un arco temporale di soli tre anni: dal 1978 al 1980.
La decisione spetta al Premier Conte…

Attendiamo…

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