Tematiche etico-sociali

GIORNALISTI: UNA PROFESSIONE PER RICCHI O PER RACCOMANDATI

L’articolo 1 della legge n. 69/1963 riferisce che sono giornalisti professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione.
REDAZIONE

Ma che strada bisogna percorrere per diventare giornalisti professionisti ed iscriversi al relativo albo? Le opzioni sono due: per poter fare l’esame di Stato bisogna o frequentare una delle scuole di giornalismo riconosciute dall’ODG oppure svolgere i 18 mesi di praticantato presso una redazione e seguire uno dei corsi di formazione e preparazione teorica (anche a distanza) della durata minima di 45 ore promossi dal Consiglio Nazionale o dai Consigli Regionali dell’Ordine. La mia esperienza personale però mi insegna che esiste una sola strada.
Dopo essermi laureata in Editoria e Scrittura (Giornalismo Culturale e Letterario) presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ho mandato il mio curriculum a vari giornali, redazioni radiofoniche e televisive ma, quelle pochissime volte che ho ricevuto risposta, la litania è stata sempre la stessa “La ringraziamo per l’attenzione rivoltaci ma siamo al completo” oppure “La nostra redazione non prevede la possibilità di svolgere i 18 mesi di praticantato giornalistico ma se vuole iniziare una collaborazione gratuita con il nostro giornale siamo a sua completa disposizione”.
La verità è che nessuna redazione è disposta ad assumere un praticante e a pagargli i contributi come  chiede. Ho ricevuto una porta in faccia dopo l’altra da tutti i giornali, radio e tv a cui mi sono rivolta. Ho capito che la strada che si può seguire per realizzare questo sogno è una sola. C’è da dire che però è una strada che non tutti si possono permettere di percorrere perché costa 20 mila euro l’anno (12/15 mila per le cosiddette scuole statali) e sono ammessi solo 25/30 candidati l’anno per scuola. Sono previste borse di studio ma queste ricoprono solo il 20 % della spesa totale. Allora la domanda sorge spontanea: Il diritto allo studio dov’è finito? La verità è che queste scuole possono frequentarle solo i figli di papà perché sono davvero pochissime le famiglie che riescono a permettersi di pagare un master da 20 mila euro.
E perché un corso di laurea specialistica presso “La Sapienza” non mette a disposizione i mezzi per svolgere i 18 mesi di praticantato?
L’ultima alternativa che resta è allora ricercare tra le proprie conoscenze qualcuno che direttamente o indirettamente lavori in qualche redazione e scegliere la strada della raccomandazione.
Quanti come me credevano di poter arrivare da soli senza “protezione”, si devono ricredere perché la verità è che una redazione prima di assumere uno qualsiasi dà la precedenza al “figlio di”, “nipote di”, “fratello di”, “amico di” e non chi ha frequentato 5 anni di Università.
La verità è che con la scusa che vengono assunte solo persone con 3 anni di esperienza (come se si nascesse con l’esperienza incorporata) o i raccomandati, per gli altri non ci sarà posto.
In proposito mi viene in mente un articolo pubblicato di recente sul New York Times. Nel pezzo tanto suggestivo quanto veritiero James Atlas (scrittore, giornalista ma prima di tutto genitore amareggiato per la situazione attuale che vede i poveri e i figli del ceto medio in America, restare indietro rispetto a chi ha più possibilità economiche) parla di “Super Person” ovvero dei figli dei ricchi che sono i soli a potersi permettere di frequentare scuole di èlite e che “tra stage costosissimi e finti volontariati un curriculum se lo possono comprare”.
E a noi cosa resta da fare? Dobbiamo continuare a credere nei nostri sogni sperando che un giorno questi meccanismi mostruosi cessino di esistere.
Non resta che augurarsi, che quello del giornalista smetta di essere un mestiere di casta, ereditario e di servilismo politico e potente di turno oppure richiedere alla banca un prestito di 20 mila euro e provare ad entrare in una di queste scuole proposte dall’Ordine per imparare qualcosa in più di quanto ci insegnano i corsi di giornalismo tenuti nelle plebee aule delle comuni università italiane.
 
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