Tematiche etico-sociali

La sola ragione di vivere. L’impresa di Fiume e la Carta Del Carnaro.

Il grande italiano, Gabriele D’Annunzio

Roma, 10 maggio 2021 – Un libro interessante ‘La sola ragione di vivere’, opera di F.Carlesi, E.Greco, Marino Micich, M. Runco, curato da Emanuele Merlino.
Cento anni fa, l’impresa di Fiume sconvolgeva il mondo. Furono sedici mesi d’eresia, di laboratori politici, di festa e – soprattutto – d’italianità.
Tutto fu ambito, tutto fu tentato.
Di quella esperienza incredibile, oltre alla memoria, rimane viva la sua Costituzione: quella ‘Carta del Carnaro’ da più parti definita “la più bella costituzione del mondo”, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris e resa poesia da Gabriele D’Annunzio.

Iniziamo la lettura di parti del libro.

– da pag.12. “Il passato proiettato al futuro”di Emanuele Merlino. Nel 2020 ricorrono i cento anni della fine di quell’esperienza chiusa con quel Natale di Sangue, durante il quale Italiani spararono contro altri Italiani. Un Natale in cui i fuochi d’artificio non erano più quelli della festa di San Vito, patrono della città, ma quelli dei legionari che accolsero l’esercito regolare con volantini fraterni, invocazioni alla concordia e poi, solo poi, mitragliatrici e bombe a mano. Fuochi d’artificio mortali ma, al tempo stesso tempo innocui rispetto ai cannoni dell’Andrea Doria, la nave della Regia Marina che, bombardando il palazzo del Governo, metterà fine allo scontro fratricida. Uno scontro in-civile fra quello che Marinetti definirà il patriottismo legale delle forze armate del Regno d’Italia, obbligate a obbedire agli ordini dello Stato, contro il super patriottismo illegale dei legionari di Fiume d’Italia, obbligati a combattere per un’idea d’Italia. Dopo il Natale di sangue e la resa, Fiume sarà “Stato Libero” fino al 27 gennaio 1924 quando il Trattato di Roma farà diventare la città, finalmente, parte del Regno d’Italia,di cui diventerà capoluogo della provincia del Carnaro il 16 marzo 1924. In questo libro si propongono due dimostrazioni della grandezza immortale di D’Annunzio: il poco conosciuto Nuovo ordinamento dell’Esercito liberatore, scritto con l’ardito Giuseppe Piffer, e la Carta del Carnaro, scritta con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris.”

– da pag.27. “”Fiume dannunziana. L’Impresa di Fiume da moto nazionalpatriottico a laboratorio politico, sociale e culturale, di Marino Micich. Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio partiva da Ronchi per giungere a Fiume con circa trecento soldati al suo fianco. Il gruppo armato iniziale era composto in maggioranza da Granatieri e da Arditi. Lungo la strada, si aggregarono diverse centinaia di soldati appartenenti al corpo degli Alpini, a varie brigate di Fanteria e ad altre Armi dell’Esercito. Non mancarono all’appuntamento con D’Annunzio i volontari della Legione fiumana comandati dal fiumano Giovanni Host Venturi. D’Annunzio, dopo aver superato lo sbarramento di Cantrida e aver rifiutato ogni tipo di accordo con il Generale Pittaluga, proseguì verso Fiume con ormai al seguito circa 2.500 Legionari. Una folla acclamante salutò con caloroso entusiasmo i soldati italiani. Le vie di Fiume erano piene di tricolori italiani e risuonavano ovunque motti inneggianti all’Italia.
La Reggenza del Carnaro e la sua fine. Italiani contro italiani. In seguito al continuo fallimento delle trattative con il Governo italiano, Gabriele D’Annunzio decise di dare vita alla Reggenza Italiana del Carnaro, che fu proclamata solennemente l’8 settembre 1920. Questa seconda parte dell’Impresa si distinse molto dalla prima, in cui le forze nazionalpatriottiche si erano schierate con D’Annunzio. Dopo che Giovanni Giuriati, Luigi Rizzo e altri importanti personaggi lasciarono Fiume nel novembre 1919, ci fu la svolta politica del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris il quale, nominato da D’Annunzio Capo di gabinetto, elaborò d’intesa col Vate una prima stesura dello Statuto, che fu alla base della pur breve esistenza della Reggenza. Un documento moderno, in cui si afferma il concetto di libertà democratica, si sanciva il suffragio universale, si riconoscevano importanti diritti alle minoranze etniche e, tra le altre cose, un trattamento sindacale del lavoro molto avanzato. Uno degli aspetti principali dello Statuto risiede nel suo anelito all’innovazione e alla modernizzazione della struttura giuridica della società. Molti i punti d’interesse della nuova Costituzione: l’introduzione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge e la loro sovranità senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione (art. 4, c. 1); il diritto all’istruzione e il particolare rilievo dato al ruolo dell’arte e della cultura; l’abbandono della concezione censuale della società e del voto alle donne; il lavoro inteso come valore, non solo in termini economici e materiali ma anche in termini spirituali e culturali; l’affermazione del diritto al lavoro in cui lo Stato si impegna anche a garantire un salario dignitoso minimo garantito; il ruolo delle Corporazioni, che verrà poi ripreso con le dovute differenziazioni dal Fascismo monarchico e dal Fascismo repubblicano.””

– da pag.44. “Utopie e diritti nel costituzionalismo dannunziano”. di Egidio Greco. Non era un caso che il filo conduttore della Carta del Carnaro ruotava proprio attorno a quel forte senso di nausea, per utilizzare il gergo dannunziano, verso il sistema parlamentare di matrice liberale, tacciato di essere la fonte e la causa di tutti i mali. In questa prospettiva, non era assolutamente secondario che dal testo del Carnaro furono espunti e non vennero mai utilizzati i termini “Parlamento” o“parlamentare”, preferendo piuttosto adoperare generici riferimenti al “Potere legislativo” o “rappresentanti”. In tal modo, si era convinti di garantire rappresentanza al “cittadino” quanto al “produttore”, unendo l’elemento liberale alla logica sociale e trovando un equilibrio tra le varie classi sociali, non più in competizione tra loro, ma in perfetta armonia. Sulla scorta di un’eco classicheggiante, i mandati avevano una durata assai breve, di tre anni per la Camera su base politica, addirittura soltanto due per quella corporativa, come pure temporalmente ridotta era la nomina del governo della Reggenza. In tal modo si neutralizzavano gli inconvenienti legati alla designazione politica, quanto i timori di malsane personificazioni da parte di soggetti che tentavano di gestire il potere eludendo i vincoli costituzionali.
Al centro del disegno costituzionale dominava incontrastata la questione del lavoro: evocativo delle cruente tensioni sociali dell’epoca, nel testo del Carnaro assumeva, invece, un significato talmente positivo e qualificante, oltre ad essere proposto come un diritto e valore dalla funzione unificante. Il definitivo superamento dello Stato oligarchico passava attraverso il riconoscimento del ruolo dei produttori e si incarnava in associazionismo sindacale.

‘La Carta Del Carnaro, una poetica rivoluzione sociale’ di Francesco Carlesi. Lo «Statuto della Reggenza Italiana del Carnaro» fu la Carta costituzionale in cui si condensarono i princìpi politici, economici, progressisti e rivoluzionari dei protagonisti di quell’epopea, dove trovò spazio un’incredibile gamma di personalità differenti. Per la città adriatica transitarono l’anarchico Errico Malatesta, il massone Gioacomo Treves, il capo della Federazione dei Lavoratori del Mare Riccardo Giulietti, il futurista Filippo Tommaso Marinetti, l’ardito Mario Carli, l’eccentrico aviatore Guido Keller fino a personalità del calibro di Marconi e Toscanini. Non solo numerosi nazionalisti e fascisti appoggiarono l’impresa, ma anche diversi sindacalisti e socialisti come Bombacci, fondatore di lì a poco del Partito Comunista d’Italia.
Perfino Gramsci vedrà a Fiume una freccia piantata nel fianco dello “Stato borghese”. Addirittura, nel 1921, il filosofo comunista fece una vana anticamera a Gardone per incontrare D’Annunzio, mosso dalla convinzione di alcune importanti affinità tra fiumanesimo e marxismo-leninismo.

‘I Legionari Fiumani e la riforma militare’ di Mauro Runco. Ai tempi dell’impresa fiumana un semplice capitano poteva essere chiamato a progettare l’impalcatura dell’esercito della piccola città-Stato. Si trattava di Giuseppe Piffer, già volontario irredento durante la Prima guerra mondiale. Nato a Trento l’11 settembre 1894, “Beppi” Piffer allo scoppio della Grande guerra studiava Medicina a Vienna. D’Annunzio e Piffer immaginano la Legione come una unità tattica indipendente, esponendo un concetto, a mio parere, molto innovativo. La composizione della legione era multidisciplinare e comprendeva i vari corpi dell’Esercito: Fanteria, Artiglieria, Genio, ma anche i reparti speciali: arditi, lanciafiamme, mitraglieri, mortaisti ecc. Si trattava di una struttura simile al cosiddetto gruppo di combattimento tattico, una formazione a livello di battaglione prevista nell’ordinamento militare solo molti anni dopo la Seconda guerra mondiale e che in questa aveva trovato le prime esperienze operative con i Kampfgruppen tedeschi, formatisi nell’ultimo periodo del conflitto dopo lo sbarco in Normandia o immediatamente prima sul fronte orientale.””

– da pag.90. “”Un giudizio tecnico. L’ordinamento Piffer-D’Annunzio non sembra attagliato ad operazioni convenzionali su grande scala come nella guerra mondiale appena terminata, ma ad un conflitto limitato, di natura rivoluzionaria e un po’ garibaldino. Prova ne sia la sconfitta con cui si concluse rapidamente la vicenda fiumana, allorché intervenne una forza militare normale. In seguito alla proclamazione della Reggenza Italiana del Carnaro, Piffer pensò ad una riforma che rendesse operativa la struttura in Legioni che fino allora era stata più che altro simbolica. Tale riforma si sarebbe basata sui reparti di arditi, sulle legioni irredente e sulla Disperata (la compagine di arditi che costituiva la guardia del corpo del Vate agli ordini del tenente Elia Rossi Passavanti) seguendo un modello risorgimentale. I reparti sarebbero stati unità tattiche di basso livello organico (compagnia/battaglione, dai 200 agli 800 uomini) comprendenti un’articolata scelta di mezzi, armi e specialità. Ogni reparto aveva un suo piccolo comando, pomposamente inteso come uno Stato Maggiore, ed includeva fanteria addestrata “all’Ardita”, artiglieria ed altre specialità, così da garantirne l’indipendenza operativa. La fine di un’avventura utopica o il seme di nuove modernità legislative ed istituzionali. Tutta l’impresa fiumana ha spesso sollevato giudizi contrastanti: dalle entusiastiche visioni di nuove e futuristiche prospettive sulla società italiana ed il suo ordinamento, alle critiche più sferzanti di avventurismo edonistico d’Annunziano, foriero di ben più gravi tragedie. Anche su questa opera di D’Annunzio-Piffer si possono levare i medesimi giudizi, se osservati dai diversi punti di vista. Tuttavia, va riconosciuto lo sforzo e l’ambizione visionaria di queste persone, protagoniste assolute della prima metà del XX secolo, capaci di intervenire in campi estremamente specialistici, quali: il diritto costituzionale, il diritto amministrativo, la dottrina militare, con novità e d’intuizioni che sarebbero diventate realtà solo molti anni dopo e solo in seguito nuovamente a brusche e tragiche deviazioni del corso della Storia. Ci volle infatti la Costituzione Repubblicana, nata sulle ceneri della tragedia italiana del secondo conflitto mondiale, per ottenere, ad esempio, il suffragio universale in Italia. Così come ci volle l’esperienza bellica e l’avanzamento tecnologico degli armamenti per far evolvere l’esercito, di impronta Guglielmina, in una organizzazione più dinamica, in grado di adattarsi alle diverse condizioni tattiche del campo di battaglia.””

Sin qui il libro.

Ora valutazioni, integrazioni e conclusioni.
Per quanto riguarda un punto di vista politico attuale, in verità allarmante, ricordiamo che su “La Repubblica” del 26 settembre 2019 abbiamo letto: “”Trieste. L’avevano chiamata la statua della discordia. E puntualmente, poche ore dopo l’inaugurazione dell’opera dedicata al vate Gabriele D’Annunzio in piazza della Borsa a Trieste, sono scoppiate le polemiche. Con una nota di protesta consegnata all’ambasciatore d’Italia a Zagabria, la Croazia ha “condannato nel modo più deciso” l’inaugurazione della statua “proprio nella giornata che marca il centenario dell’occupazione di Fiume. È un atto che contribuisce a turbare i rapporti di amicizia e di buon vicinato tra i due Paesi”.
La scultura, realizzata dall’artista bergamasco Alessandro Verdi, raffigura il poeta pescarese a gambe accavallate seduto su di una panchina mentre è assorto nella lettura, con il gomito del braccio sinistro appoggiato su di una pila di libri.
“Tutta l’Italia è piena di viali e scuole dedicate a D’Annunzio e tutte queste polemiche che ho sentito mi sembrano davvero incredibili”, ha dichiarato il Sindaco nel corso dell’inaugurazione. D’Annunzio è stato un grande italiano come ce ne sono stati tanti altri e dobbiamo essere orgogliosi di lui. Sono molto soddisfatto di avere inserito la sua statua che si va a unire a quelle di Saba, Joyce e Svevo””.

Ora, facendo riferimento a Fiume dei tempi moderni, sappiamo che nel giugno 1991, in seguito alla disgregazione della Jugoslavia, Fiume resta a far parte della neonata Repubblica croata. La città dovette sopportare nuovamente le difficili condizioni derivanti dalla politica della “privatizzazione” del nuovo regime nazionalista, e il porto e l’industria di Fiume ne subirono non positive conseguenze. Solo dopo che le condizioni politiche interne e internazionali resero la situazione più favorevole, la strategica posizione geografica della città permise a Fiume di cominciare a riprendere il suo ruolo di grande importante porto del passato. Nel 2008 viene finalmente terminato il collegamento autostradale con Zagabria iniziato già nel 1971 e i progetti di sviluppo intrapresi dalla Croazia non sono però stati volano alla crescita dell’economia fiumana.

Proseguiamo con il rapporto che il Vate intrattenne con l’Arma dei Carabinieri, sempre presente nella storia d’Italia.
Sappiamo che anche Loro, i Carabinieri, devono avere, anche oggi in tempi di allontanamento dagli Ideali, del Comandante d’Annunzio, con orgoglio, fedele culto perché il Vate della Nuova Italia amava tanto l’Arma sì da presenziare, il 12 giugno del 1917, alla celebrazione funebre nel Duomo di Crauglio del Capitano dei Carabinieri Vittorio Bellipanni, pronunciando quelle memorabili parole che sono un inno perenne all’amor di Patria e alla religione del dovere del Carabiniere d’Italia di ogni tempo e luogo. “Anche nel volto consunto di questo giovine capitano il sorriso è rimasto; e c’illumina tuttavia a traverso il feretro, più potente di questo sole crudo su questa strada nostra scalpitata dai fanti e solcata dai carri. Noi sentiamo che il suo silenzio è tuttavia operoso, come quando in silenzio egli faceva ogni giorno l’offerta della sua vita alla disciplina della guerra, che non era per lui se non il primo comandamento della Patria: condizione essenziale di salute e di vittoria. Quest’assidua dedizione di sé, nella semplicità più verace, nella leale vigilanza, egli c’insegna, affermandola come la regola severa dell’Arma in cui aveva l’onore di servire. È l’Arma della fedeltà immobile e dell’abnegazione silenziosa; l’Arma che nel folto della battaglia e di qua dalla battaglia, nella trincea e nella strada, nella città distrutta e nel camminamento sconvolto, nel rischio repentino e nel pericolo durevole, dà ogni giorno eguali prove di valore tanto più gloriosa quanto più avara è la gloria.”
E così, in memoria perpetua di quei giorni, il Vate scrisse nel maggio del 1936 (due anni prima di morire) al Generale Riccardo Moizo, Comandante Generale dell’Arma, già valoroso Combattente pilota di guerra: “Ora, con quel medesimo animo, Tu comandi l’intera Arma dei Carabinieri Reali: di quelli che io vidi combattere al mio fianco nella 45ª Divisione, di quelli ch’ebbi compagni irreprensibili com’ebbi compagno Vittorio Bellipanni che cadde sotto i miei occhi a Crauglio nel giugno del 1917”.
E come, poi, non ricordare Ernesto Cabruna, asso dell’Aviazione nella grande guerra, il più decorato dei Carabinieri, che per i suoi meriti divenne ufficiale; così, di lui, d’Annunzio: “E il nostro eroe – quale altro nome dare a un tale uomo? – continua ad essere il solitario cacciatore, che non conta i suoi avversari, pronto a battersi contro intere squadriglie”. Quale volontario dei Legionari di Fiume, Cabruna lasciò con coraggio l’Arma, sintetizzando in poche parole l’amarezza per la violazione dei Patti di Londra: “Il Tenente dei Carabinieri Ernesto Cabruna, non avendo più fiducia nella Monarchia e nelle istituzioni, rassegna le dimissioni da Ufficiale”. Gabriele d’Annunzio, per tanti alti meriti, volle ancora premiarlo per cui: “Oggi nell’ottavo anniversario della marcia di Ronchi, io conferisco la Medaglia d’Oro al mio Legionario Ernesto Cabruna, già mio glorioso compagno d’ala della III Armata. Egli fu il primo aviatore giunto a Fiume da me occupata. In qualità di mio ufficiale di collegamento e rese grandi servigi alla Causa. Dal Vittoriale, il 12 settembre 1927, Gabriele d’Annunzio di Montenevoso”. Il Capitano Ernesto Cabruna morì in silenzio, il 09.01.1960, a Rapallo, e dopo tre anni la sua salma venne traslata al Vittoriale degli Italiani perché riposasse, ultimo dei Legionari, accanto al suo Comandante, e questo nel centenario della Sua nascita, in una delle Arche che fanno corona alla tomba del Poeta Soldato.

Concludiamo, rendendo omaggio e riconoscenza all’ eroe certamente non fascista della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere che lui indicò quale crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri tempi, ravvisando l’origine del problema nell’espansionismo capitalistico e nell’imperialismo straniero, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”.

Sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato.

 

 

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