Tematiche etico-sociali

Il drammatico processo sull’uccisione del giornalista Mino Pecorelli … con personali ricordi …

Roma, 09 ottobre 2019 – Il 20 marzo 1979 è stato ucciso Mino Pecorelli, giornalista con il fiuto dell’inchiesta vera, capace di scavare nel torbido degli Anni di Piombo, dalla strage di piazza Fontana al sequestro Moro. Sull’omicidio e i presunti mandanti sono stati versati fiumi d’inchiostro che hanno coinvolto personaggi legati a filo doppio a politica, Servizi segreti, Banda della Magliana, banche, mafia, NAR, Andreotti, Licio Gelli, Claudio Vitalone,  etc. Tutti – o quasi – i protagonisti di un’epoca che ancora ha molto da raccontare e molto di più da nascondere. Eppure, una cosa fondamentale è sempre stata tralasciata in questi quarant’anni: chi ha ucciso Mino Pecorelli? Nella ricerca del movente e di quel «grande vecchio» che avrebbe manovrato tutto e tutti, si è persa di vista la cosa più importante: la morte di un uomo. Un delitto che, ancora oggi, non ha un colpevole.
Con questo libro, “PECORELLI DEVE MORIRE – Il processo che ha segnato la prima Repubblica e una nuova pista sui misteri d’Italia” L’Avv. Valter Biscotti ci porta all’interno di quelle aule affollate di una irripetibile stagione processuale, tra i banchi dell’accusa e delle difese di quella che lui stesso definisce «la prima linea della Repubblica», dove giustizia e politica, con il sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, accusato di essere uno dei mandanti dell’omicidio, si giocano una partita decisiva. Lo fa riaprendo i cassetti della memoria e quelli del suo archivio, dove conserva materiale documentale che non ha mai visto la luce, in particolare l’identikit del possibile assassino e le trascrizioni originali dei verbali di udienza di testimoni chiave, come Maurizio Abbatino e Tommaso Buscetta. Inoltre, il libro si arricchisce della testimonianza inedita di Rosita Pecorelli, che offre un’immagine più vera del fratello rispetto a quella tramandata fino a oggi. Un giornalista coraggioso che scriveva verità scomode contro un sistema di potere marcio, pagandone di persona il prezzo più alto. Un libro di 253 pagg. da leggere con interesse…del quale riporto solo passi salienti…
(Da pag.12) Se qualcuno andasse in strada a chiedere alla gente chi era Mino Pecorelli, resterebbe stupito da quante poche persone saprebbero rispondere. E anche qualora trovasse qualcuno sommariamente informato sui fatti, l’immagine che restituirebbe sarebbe sempre la stessa: il giornalista ricattatore, quello immortalato da una foto in bianco è nero con la bocca atteggiata in una smorfia innaturale, quello che si è fatto ammazzare perché sapeva troppo, perché dava fastidio ai potenti. Ciò che mi stupisce ancora di più è che questa è la stessa identica percezione che di lui si aveva quarant’anni fa. Sì, perché per tutti Mino Pecorelli era un personaggio ambiguo. Iscritto alla P2, a suo agio nella zona grigia del potere, dentro e fuori dai salotti che più contavano e dove si alternavano Agenti segreti e faccendieri, Pecorelli era uno che se l’era cercata, quella fine. Avendo partecipato come Avvocato difensore a quello che le cronache dell’epoca definirono “il processo del secolo“, ho avuto modo di avvicinarmi a questa figura sfuggente, di osservarla da vicino. E aldilà degli stereotipi e delle forzature che ne hanno incrinato il profilo, quello che è apparso davanti ai miei occhi è un uomo. Un uomo che non ha avuto giustizia. Un uomo che è stato usato, la cui memoria è stata plasmata a seconda delle contingenze del momento. Nello scrivere i fatti e le impressioni personali che ho raccolto durante il processo che ha segnato profondamente la storia di questo paese, un processo in cui Pecorelli è stato usato, un processo che non è servito a cercare il suo assassino, un processo dove il movente è diventato l’anima centrale, abbandonando di fatto la vittima, credo sia ancora possibile arrivare a capire cosa sia successo davvero la sera del 20 marzo 1979.
(Da pag.48) Le probabili piste del movente dell’omicidio. Come già detto, le indagini risultarono sin da subito dispersive, e pure furono individuati alcuni punti precisi, tutti ugualmente suggestivi, tutti meritevoli di approfondimento. Per prima cosa si escluse che il delitto possa essere maturato nell’ambito della sua vita privata. Altro tassello da non trascurare, anzi forse più importante, è la voce riportata da più fonti secondo cui Mino, nei giorni appena precedenti all’agguato, era in attesa di una notizia da lui definita “esclusiva“ per la quale “O mi arricchisco o mi ammazzano”.
A metterlo nero su bianco non è un teste qualunque, ma un Magistrato della Procura di Roma: Luciano Infelisi. Nel dettagliato resoconto di quell’incontro, consegnato al Procuratore Di Matteo, Infelisi scrive che Pecorelli aveva promesso di consegnargli a breve alcuni documenti che stava aspettando di ricevere. Documenti che rivelavano come esistesse un filo rosso tra tutti i casi più scottanti della cronaca italiana: l’uccisione di Aldo Moro, lo scandalo della SIR (Società Italiana Resine) di Angelo Rovelli (che incontreremo più avanti), Servizi segreti deviati e molto altro. Infelisi era rimasto stupito da quella offerta di collaborazione, tanto più su delle questioni ancora aperte e che probabilmente gli avranno fatto passare molte notti insonni. Per tastare la reale volontà del giornalista di aiutarlo, gli aveva chiesto se fosse stato disposto a firmare una denuncia e Pecorelli aveva risposto di sì. Si erano lasciati con una stretta di mano e quella è stata l’ultima volta che il Magistrato l’aveva visto in vita.
(Da pag.125) Ma perché un processo del genere, che vedeva imputati personaggi indiscutibilmente legati a Roma, si tenne a Perugia? La ragione è molto semplice, in quanto all’epoca dei fatti (ricordiamo, nel 1979) uno dei principali protagonisti, Claudio Vitalone, era Magistrato nella Capitale. Per questo motivo, tutto il processo si sposta nella sede del Tribunale competente, che per i Magistrati di Roma è proprio Perugia. Se così non fosse stato probabilmente oggi non sarei qui a scrivere questo libro.Veniva definito il “processo del secolo“, dove protagonista mediatico indiscusso sarebbe stato lui, il sette volte Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, processato come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli insieme con Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò; Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera in qualità di esecutori materiali.
(Da pag.139) La versione di Abbatino , “il Freddo“. Restando in tema di pentiti, certamente uno dei protagonisti del processo Pecorelli è stato Maurizio Abbatino, soprannominato “Crispino“ per i capelli ricci o, in modo certamente più evocativo, “il Freddo”, per la sua capacità di mostrarsi spietato nella gestione del potere criminale che ha detenuto a Roma – insieme con Franco Giuseppucci e Renato De Pedis, tra gli altri – con la Banda della Magliana. È lui, assieme a Fabiola Moretti, Antonio Mancini e Vittorio Carnovale, membri dello stesso sodalizio criminale, il maggiore accusatore di Claudio Vitalone, così come di Massimo Carminati e Pippo Calò. Siamo al 3 marzo 1997, Abbatino viene interrogato dai PM nell’aula bunker del carcere di Capanne. Il PM Alessandro Cannevale gli chiede se all’epoca dell’omicidio conoscesse Mino Pecorelli. “Il Freddo“ risponde di no e incalzato dal PM, il pentito afferma: “eravamo detenuti, non ricordo perché cosa, non so se la notizia era proprio recente, adesso non lo ricordo, comunque la stavano passando in televisione e Giuseppucci mi disse che lui stesso ha fornito le persone per eliminare il giornalista […] mi fece capire che era roba di Danilo Abbruciati (che muore nel 1982 in un conflitto a fuoco con una guardia giurata del Banco Ambrosiano, dopo avere ferito il vicepresidente della Banca Roberto Rosone. Le ragioni del tentato omicidio ai danni di Rosone sarebbero legate al divieto da questi impartito alla concessione di ulteriori crediti senza garanzie nei confronti di alcune società legate a Flavio Carboni n.d.a.). “Quando siamo usciti dal carcere, Giuseppucci mi ha presentato delle persone, tra questi c’era Carminati, e mi disse che fu lui ad uccidere Pecorelli…”.

Oltre al “Cecato” Carminati, che ricorre spesso nelle dichiarazioni di Abbatino, “Il Freddo” colloca queste presentazioni nel bar di via Enrico fermi, storico luogo di raduno della Banda dove nella stessa occasione conobbe anche i fratelli Bracci. E, in seguito, i fratelli Pucci e Alessandro Alibrandi. Terminate le presentazioni una volta andati via neofascisti, Giuseppucci gli avrebbe indicato Carminati che si allontanava, dicendo: “ecco, questo è uno di quelli che ha ucciso il giornalista“ facendo riferimento a Pecorelli. A questo punto, il PM Cannevale chiede ad Abbatino se fosse a conoscenza di qualcosa riguardo le motivazioni di questa uccisione.
L’uomo risponde con grande sicurezza: Giuseppucci mi disse che era per fare un favore ai “Siciliani”, tramite Danilo Abbruciati..
Di fronte alla contestazione del PM, che gli sbatte in faccia alcune contraddizioni rispetto a dichiarazioni precedenti, rese nel 1992 in merito ad alcuni omicidi commessi dalla Banda, “il Freddo” parla dell’omicidio Pecorelli come di un omicidio “diverso”. Giuseppucci, che non avrebbe avuto alcun problema a sbrigare la faccenda per conto proprio, avrebbe dunque appaltato l’assassinio del giornalista a Carminati per non coinvolgere la Banda, perché quello “non era un omicidio dell’ambiente della malavita”. (da pag.158) Il 30 aprile del 1999 i PM Fausto Cardella e Alessandro Cannevale chiudono la loro requisitoria chiedendo l’ergastolo per tutti gli imputati.
Il 20 settembre 1999 la Corte d’Assise di Perugia entra in Camera di consiglio: assolve gli imputati Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Caló, La Barbera e Carminati perché non hanno commesso il fatto. La Corte d’Assise di Perugia, dunque dopo 102 ore di Camera di consiglio, non salva nulla della tesi dell’accusa. Sceglie una soluzione netta, come aveva lasciato presagire la discussione. Non opta soprattutto per quella che in tanti avevano indicato come una soluzione che potesse “soddisfare“ tutti o quasi: assolvere Andreotti e condannare Vitalone e gli altri.

Ora facciamo un breve excursus sui Processi contro Andreotti… anche per far ripassare il tutto ai miei 25 lettori… Il principale processo ad Andreotti è stato quello che, a Palermo, lo vide imputato per associazione mafiosa. Il 27 aprile 1993 La Procura di Palermo chiese al Senato l’autorizzazione a procedere contro Andreotti per associazione mafiosa: fu concessa il 30 giugno 1994. La sentenza di primo grado, il 23 ottobre 1999, mandò assolto l’imputato «perché il fatto non sussiste». La sentenza di appello, il 2 maggio 2003, distinse invece tra il comportamento dell’imputato fino all’anno 1980 e in quelli successivi, e nelle motivazioni stabilì che Andreotti era colpevole di associazione mafiosa, «ma fino alla primavera 1980», e che quel reato però era da considerare «estinto per prescrizione». I giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle loro motivazioni scrissero che era esistita «un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980». Per i fatti successivi, invece, Andreotti venne assolto. Il 15 ottobre 2004 la Cassazione confermò la sentenza di secondo grado.
Andreotti è stato processato a Perugia, invece, come mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il 24 settembre 1999 la Corte d’Assise di Perugia prosciolse Andreotti perché non aveva commesso il fatto. Andò diversamente in secondo grado: il 17 novembre 2002 fu condannato a 24 anni di carcere come mandante dell’omicidio. Il 30 ottobre 2003, però, la Cassazione annullò la condanna di appello e rese definitiva l’assoluzione di primo grado.

Ora passiamo ad una fase non trattata nel libro dell’Avv. Biscotto, nella quale sono stato coinvolto quale testimone… Racconto perché sono atti pubblici…Nella circostanza la Moretti e il Mancini avrebbero riferito agli inquirenti di presunti rapporti tra alcuni esponenti della Banda della Magliana, in particolare Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis, con Funzionari dell’Antiterrorismo del Ministero dell’Interno ed un ex sottufficiale di Polizia di Stato. Si giunse così all’arresto di due funzionari di cui non cito i nome per rispetto… Il reato contestato fu quello di “false informazioni al PM”, che prevede una pena da uno a cinque anni di reclusione.Dopo tre giorni di detenzione presso il Carcere Militare di Forte Boccea, i due funzionari ammisero ai Magistrati di essersi effettivamente recati in carcere ad incontrare De Pedis, Abbruciati e Maragnoli, ma di averlo fatto solo per fini istituzionali…Ai Funzionari in primo grado furono inflitti ottomesi di reclusione, al Sottufficiale di Polizia sei mesi… Pena sospesa e non menzione per tutti. Una sentenza riformata il 19 settembre 2001 dalla Corte di Appello di Perugia “Perché il fatto non sussiste” con conferma della Cassazione. Concludo affermando che l’Antiterrorismo di allora non era come quello di oggi con Trojan e Algoritmi nel chiuso di santuari inviolabili, ma attività informativa… di strada…con rapporti con gente comune, prelati, malavitosi, criminali, terroristi pentiti e non…se necessario ”saltando alla gola” di terroristi latitanti accortisi del pedinamento…

Quindi, nella gran scena dei processoni in esame, abbiamo visto con dolore e sorpresa che LO STATO HA PROCESSATO SE STESSO E SI È CONDANNATO, ASSOLVENDOSI DOPO… SCUSATE SE E’ POCO… HO FINITO!!

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