Tematiche etico-sociali

“Con le sue labbra le suggella le labbra spiranti” di Pierfranco Bruni

Il romanzo l’amore di D’Annunzio ed Eleonora Duse

Roma, 05 gennaio 2022 – Il grande scrittore Pierfranco Bruni, “Con le sue labbra le suggella le labbra spiranti” racconta Eleonora Duse e Gabriele d’Annunzio con il loro amore – destino. Si tratta non di un saggio, ma di un romanzo.

Un libro bellissimo nel quale si narra la storia di un amore che ha segnato non solo la vita dello scrittore e dell’artista ma la storia del teatro e della letteratura del primo Novecento. Porta come sottotitolo: “Eleonora e Gabriele”.

Con grande maestria diventa l’alter ego di Gabriele e traccia le ferite e la sensualità di un diario in cui volutamente si confondono stili e storie, avventure e città, viaggi e colorazioni di sguardi.

Con eleganza, non racconta soltanto la Duse, donna, amante e attrice. Ma riempie di personaggi veri e allegorici il suo romanzo.

Ora riporto brani salienti del libro.
– da pag.12. “”Ho sempre amato Eleonora Duse. La teatralità, la recita, il tragico. La letteratura solleva e vive di luce. Da quando ero ragazzo ho visto in lei la metafora del fascino del mistero del mito. La Divina, come la chiamò Gabriele, resta dentro di me. Frequentavo addirittura la terza media. Nel mio paese. Calabria. San Lorenzo del Vallo. Qui sono nato. Qui ho la mia grande casa della memoria e della giovinezza.Sin da quando frequentavo le medie Eleonora è stata il mito. Poi gli anni difficili del Liceo. Ma difficili anche gli anni delle Medie. La letteratura solleva e vive di luce. La letteratura mi ha fatto amare l’amore. La donna che amo è letteratura, vita, carnalità. Ho trovato in un cassetto della scrivania di mio padre, nella casa in Calabria, il testo che segue. Non so se sia mio o di un altro io o di mio padre. Non cambierebbe nulla. Anzi. L’ho rubato da un cassetto e ora lo pubblico cosi come l’ho trovato. Commetto il reato di appropriazione indebita. Non ho corretto nulla. I lettori possono fare tutte le considerazioni che ritengono opportuno e anche correggere con il blu o il rosso. Eleonora resterà sempre la Divina.””

– da pag.15. “”Eleonora Duse non è soltanto il teatro. Non ha dentro di se la scena, la recita, la maschera. La divina sembra restare sempre con il suo profilo di una ricercatrice di esistenze. In ogni suo gesto e in ogni suo movimento, in ogni sua parola o in ogni suo silenzio il teatro o la teatralità diventano un tentativo di riconciliazione con quel labirinto nel quale vagava. Perché l’essere personaggio è in quel suo sguardo, in quegli occhi profondi e in una drammaticità che ha sempre rasentato la disperazione. Sulla scena la donna. Nella vita Eleonora l’attrice. Ma il limite tra la donna e l’attrice dove termina e dove inizia… Dunque, ecco il personaggio. Il suo amore per Gabriele fu infinito tanto da sfinirla. Qualche anno prima di morire, nel 1919, in una lettera a Papini si legge: “Chi le parla, oggi, è un cencio rotto, ma, la mano fu ferma un tempo, e la possibilità di sognare senza fine, e la capacità di non pianger che dentro, ma di lasciare strade e contrade amate, e persone – e andarsene, come la cosa più affascinante che la vita consenta”. Andarsene. Lungo il fiume dei notturni con il rimpianto di Gabriele. La donna che non ha mai dimenticato D’Annunzio. Per D’Annunzio quel suo busto al Vittoriale ha il silenzio incastonato nella preghiera e nella consolazione. Quel busto velato il cui velo ha la trasparenza della passione e del mito. Un personaggio nel mito. Gabriele ed Eleonora sono il Novecento. Senza la loro presenza avremmo vissuto un’altra epoca.”

– da pag.21. “”Ho incontrato Eleonora. Dove ho incontrato Eleonora? Dove si può incontrare una donna affascinante e misteriosa come la Duse? Tra (i bellissimi romanzi) “Il Piacere” e “l’Innocenza”, oppure tra il “Trionfo della Morte” e “Il Fuoco”? Forse l’ho lasciata tra le fiamme del Fuoco. Era il 1900. Avevamo diversi anni di differenza, ma ciò non mi impedì di viverla profondamente per circa nove, dieci anni, stando a quello che scrivono i libri di letteratura. Gli anni non li conto, perché quelli vissuti con lei non hanno mai avuto fine. Sono al corrente del suo precedente amore per Arrigo Boito e sembrava, da quello che so (e da quello che ho letto nelle pagine precedenti), un amore importante, maturo, saggio. Tutti sanno che non sono mai stato un saggio, piuttosto un istrione. Eleonora, non solo in scena, ma anche quando facevamo l’amore, era istrionica. Si inventava di tutto. Un amante come me rimaneva sbigottito. Sapeva amare e si sapeva far amare, non solo con dolcezza, ma anche convirulenza. Eleonora è l’unica donna che abbia amato veramente. L’ho amata fino a velare il suo viso toccando l’ora della mia morte. Nel momento in cui l’ora fatale (o banale) si avvicinava, il velo del suo viso scivolava via ed è stata lei con i suoi occhi marmorei, scultorei, a vegliarmi mentre portavo la mano al capo e raccontavo un’altra pagina dei miei notturni, appoggiato alla scrivania. Alla morte della mia Eleonora sono morto anch’io. Gran parte di me è andato via con lei… Era il 1924. Eleonora si spegne in un albergo lontano da me. Tutte le mie opere di teatro sono state dedicate a lei. Con Eleonora non muoiono solo le mie opere teatrali, ma la mia stessa creatività. Da quando l’ho conosciuta, e anche prima, lei è stata la mia creatività. Io, immane profeta, ho sempre letto oltre il tempo e prima del tempo. Chissà se “Il Piacere” non sia stato scritto pensando ad una donna che sarebbe venuta dopo? Quando rappresentavo il “Trionfo della Morte”, nonostante non fosse dedicato a lei, c’era lei nelle mie parole, nel mio linguaggio. Se ho raccontato Zarathustra e il dio del Fuoco, se ho viaggiato in quella Grecia che mi ha ispirato l’anima delle dee, l’ho fatto per lei, soltanto per lei. Anche quando ho vissuto nella Napoli di Matilde Serao,lei era dentro di me. Eleonora, grande amica di Matilde.””

– da pag.39. “”Mia Eleonora. In una delle ultime lettere, datata Marina di Pisa, 17 luglio 1904, Gabriele D’Annunzio, l’amore di una vita, rispondendo ad una missiva di Eleonora sottolinea: “È veramente dunque, dopo tanta vita e si diversa – tu giungi verso di me a questa parola: orribile? E la tua bontà di un’ora di pace, non ti aiuta a vedere? Il bisogno imperioso della vita violenta – della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza, – mi ha tratto lontano. E tu – che talvolta ti sei commossa fino alle lacrime, tu ora puoi farmi onta di questo bisogno? Ma, dalla mattina in cui ebbi la gioia d’incontrarti, fino a quest’ora desolata, io non ho avuto in me un pensiero e un sentimento che non fossero e che non sieno di devozione, di ammirazione, di riconoscenza, di infinita tenerezza verso l’anima tua. Tu invece, mi hai sospettato di continuo, e mi hai abbassato e mi hai creduto (ah, orribile veramente!) un nemico scaltro! Ti sei ingannata, e non dispero che tu riconosca l’inganno… Ora mi sono rimesso al lavoro con pena. Poiché tu sei la sola rivelatrice degna di un grande poeta, e poiché io sono un grande poeta, è necessario – dinnanzi alle sacre forze dello Spirito – che tu dia la tua forza alla mia forza – tu Eleonora Duse a me Gabriele D’Annunzio. Perciò come io avrò compiuta la mia nuova opera, te la manderò, te la offrirò. Non posso non far questo. Tu potrai rifiutarla, ma non avrai se non una ragione per rifiutarla – che l’opera sia brutta. Mi sforzerò di farla bellissima. Gabri”.
Eleonora, con la sua dolcezza e il suo cipiglio malinconico, scriverà: “Ahimè – non alterare la verità, difendo parlandoti la rovina completa e la verità assoluta, due cose che mi rimangono, le amo… Ti rispondo ora, che la forza che tu dici oggi esistere in me, cioè, nel mio nome di Lavoro, essa non può più esistere che per riparare un disastro finanziario – che rigrava la catena di tante cose – ma la mia gioia – che era il lavorare per l’opera tua, – non esiste più. Mi dichiaro non più necessaria all’opera tua, ora, che hai vinto – e vincerai – ho creduto che questa era la sola parola adatta per tutti – visto che sparire dalle tavole del palcoscenico non posso… tutto è detto. Non ho altro di dicibile da dire – Il resto muore e vive, vive e muore, ogni giorno, con me, come me. Ti ripeto solo: Non alterare la Verità… Te ne prego – …Lascia – Non parliamone più – Sono vane parole. Lascia la spada e la penna, quando mi pensi… Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso: Così è – così sia – Ci siamo uniti per essere divisi. Il mondo è pieno di tali miserie! Eleonora”.

– da pag.53. “”Nel suo romanzo del 1900 d’Annunzio scrive ed è ad Eleonora che si rivolge: “Tu esalti la mia forza e la mia speranza, ogni giorno. Il mio sangue aumenta, quando ti sono vicino, e tu taci. Allora nascono in me le cose che col tempo ti meraviglieranno. Tu mi sei necessaria”. Il fuoco? Sì il fuoco! Così nella Epifania del romanzo di Gabriele (ambientato nella splendida Venezia): “- Stelio, non vi trema il cuore, per la prima volta? – chiese la Foscarina con un sorriso tenue, toccando la mano dell’amico taciturno che le sedeva a fianco. -Vi veggo un poco pallido e pensieroso. Ecco una bella sera di trionfo per un grande poeta! Uno sguardo le adunò negli occhi esperti tutta la bellezza diffusa per l’ultimo crepuscolo di settembre divinamente, così che in quell’animato cielo bruno le ghirlande di luce che creava il remo nell’acqua da presso cinsero gli angeli ardui che splendevano da lungi sui campanili di San Marco e di San Giorgio Maggiore”. È il fuoco che “scoppietta” per dare un segno di sensualità ad un rapporto tra un uomo e una donna. D’Annunzio intitola il suo romanzo “Il Fuoco”, il romanzo che apre il ‘900 nel quale si racconta la storia di un “Io” narrante, che sarebbe D’Annunzio, con Eleonora Duse. Non ci sono elementi rigorosamente antropologici, in questo romanzo. Ma quello che mi interessa, in modo particolare, è come questo romanzo, che apre il ‘900, sia un romanzo profondamente radicato nel sentimento d’amore che diventa passione. Questo amore tra D’Annunzio e la Duse è stato un fuoco che ha continuato ad ardere di passione e sensualità.””

– da pag.55. Ne “Il Fuoco” D’Annunzio dirà: Il piacere è il più certo mezzo di riconoscimento offertoci dalla Natura e […] colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale ha molto gioito”. Il fuoco, da principale elemento dell’ecosistema, abbandona la sua natura ambientale per farsi protagonista di un simbolismo che rivela l’anima poetica dannunziana. Elemento simbolico che sancisce e disvela il selettivo legame tra la Duse (Foscarina) e D’Annunzio (Stelio) effondendo nel gioco cromatico di un caleidoscopio le sue infinite irradiazioni. Un fuoco che illumina in Foscarina l’inesauribile ammirazione per il suo “Maestro del Fuoco” e che la rende vulnerabilmente imprigionata in una sudditanza di amorosi sensi, vittima adulatrice del magnificato e compiacente vincitore. La fiamma del desiderio divampa nell’anima poetica di Stelio illuminando la figura di Foscarina che improvvisamente appare non più effimera amante, ma Musa ispiratrice e divulgatrice della favola bella, missionaria e generatrice di gloria e bellezza: “Egli ora non vedeva più in lei l’amante di una notte, il corpo maturato da lunghi ardori, carico di sapere voluttuoso; ma vedeva lo strumento mirabile dell’arte novella, la divulgatrice della grande poesia, quella che doveva incarnare nella sua persona mutevole le future finzioni di bellezza. […] Non per una promessa di piacere ma per una promessa di gloria egli ora si legava a lei”. Il mito greco in D’Annunzio risplende alla luce del fuoco. La donna amata diventa mito, simbolo elettivo di una grecità entrata di recente nel cuore del Vate da quando, era il 1897, tre anni prima la pubblicazione de Il Fuoco, aveva compiuto il viaggio in Grecia. La riscoperta dei miti classici si coniuga e si compenetra alla passione per il teatro che D’annunzio scopre grazie alla Duse. Una grecità che emerge in tutta la sua prodigiosa bellezza anche nella rappresentazione della Serenissima, la “Città bella”, e che assume connotazioni di “incandescente luminosità” in un poderoso ritorno alla forza impetuosa de Il Fuoco.
Il discorso di Stelio sull’imponenza della poesia sull’Arte, pronunciato al Palazzo dei Dogi, infiamma di passionalità i presenti in una amalgama poderosa di bellezza, mito e poesia. Venezia celebra l’arte poetica dannunziana con l’Epifania del Fuoco simbolicamente rappresentata dall’immagine degli ardenti colombi che volano nel cielo della Città bella in un ricongiungimento del fuoco con la Natura, mediante il potere trascinante e inglobante della poesia. L’eccitazione nella voce di Foscarina esemplifica l’immagine: “La Città di vita risponde con un prodigio al vostro atto di adorazione. Ella arde tutta, a traverso il suo velo d’acqua. Non siete pago? Guardate! Milioni di melegrane d’oro pendono ovunque.””

Finito di trascrivere parti del bellissimo libro.

Concludo con integrazioni, valutazioni e conclusione.
La bibliografia dannunziana, lo sappiamo, è sterminata, sia dedicata alla vita, sia alle vicende belliche, come agli amori e ovviamente ad ogni aspetto della sua imponente produzione letteraria. Del sommo Poeta da sempre se ne discute.

Facciamo, quindi, ora solo riferimento agli anniversari del grande Poeta.
A febbraio 2013, nel 160° anniversario della Sua morte, ho acquistato in edicola un “fumetto” dal titolo “GABRIELE d’ANNUNZIO TRA AMORI E BATTAGLIE“, inserto del quotidiano “Il Giornale”. L’iniziativa prendeva spunto dalla biografia del Poeta scritta dallo storico Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione del Vittoriale degli Italiani, che Edoardo Sylos Labini interpretava e rivisitava insieme con Francesco Sala dando vita ad una pièce teatrale assolutamente innovativa che è stata presentata in varie città, ripercorrendo la vita del sommo scrittore.

La presentazione nella Sala Consiliare del Comune dell’ultimo libro della scrittrice Paola Sorge fu l’evento di apertura delle celebrazioni a Pescara, città dove nacque il Poeta nel 1863, dal titolo “ELEGANZA E VOLUTTÀ IN GABRIELE d’ANNUNZIO“, edizioni Carabba. Nel 1963, non tutti ricordano, nel centenario della nascita, tutta la stampa nazionale e internazionale si occupò delle manifestazioni organizzate a Pescara al “Teatro Monumento Gabriele D’Annunzio”, inaugurato in brevissimo tempo per l’occasione.

Eccetto Pescara, le celebrazioni passarono sottotono nel resto d’Italia perché la cultura dominante gestita dalla sinistra che collegava con malafede e ingiustamente il Vate al Fascismo, non tollerava riti inopportuni; e tutti, “more italico”, abbassarono la testa, salvo rare eccezioni.

Ricordiamo comunque che solo dopo il 1963, appunto nel centenario della sua nascita, si è cominciato a valutare d’Annunzio in modo differente dalle sue opinioni politiche, facendo riferimento alla sua produzione letteraria.

D’Annunzio poi, inutile e davvero irrispettoso per la storia negarlo, piaccia o no, influenzò enormemente la cultura italiana e non solo; Egli fu certamente lo scrittore ed il Poeta che ebbe fra i due secoli la più vasta risonanza in Italia ed anche in Europa dominando sulla letteratura e sul costume del tempo.

Sono assai rilevanti le tracce lasciate da Lui nella letteratura, in particolare nella poesia italiana del Novecento, come testimonia Eugenio Montale, ricordando che “tutti sono passati attraverso il d’Annunzio, foss’anche solo per negarlo“! La durevole influenza di D’Annunzio sulla gente fu dovuta alle sue doti di scrittore e alla sua capacità di seguire l’evoluzione del tempo, prima in un pubblico ristretto poi, sempre di più, in larghi strati di un ceto medio allora molto ampio e presente.

D’Annunzio, tra l’altro, ha anche il merito di aver avvicinato una parte del mondo operaio propugnando una sorta di alleanza con il capitale, rivolgendosi alla “folla” anche se con modi estetizzanti (Parola, Poesia, Verso, Bellezza, usati come strumenti di un’azione capace di incidere sulla realtà del mondo) e coagulando attorno a sé ampi settori di intellettuali e di gente comune, che si specchiarono e talvolta finirono con l’identificarsi in Lui.

Forse, ci chiediamo, non c’è più spazio per l’alta cultura in Italia, tranne per taluni sepolcri imbiancati gestiti dalla cultura incolta e faziosa; oppure non abbiamo tempo perché seguiamo adoranti le gesta nefaste di personaggi oscuri, ahimè non pochi, che disonorano la nostra stirpe che, ricordiamolo, discende dal Diritto Romano e dalla Filosofia greca, da periodi fulgidi quali l’Umanesimo e il Rinascimento sino al Romanticismo, giungendo sino alle effervescenze delle Avanguardie culturali dei primi del ‘900 e al neoidealismo di Croce e Gentile.

L’auspicio, quindi, è quello di un nuovo umanesimo che impegni soprattutto i Giovani e che ci riporti ai valori di quella grande Italia di cui Gabriele “Ariel” d’Annunzio è stato interprete, Maestro e Guida! Sì, proprio Lui, quel grande Italiano, vero uomo da leggenda, che dominò spiritualmente per oltre mezzo secolo l’Italia e con l’Italia la vecchia Europa.
Proprio nel 1923, Ernest Hemingway auspicava: “In Italia sorgerà una nuova opposizione e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso, che è Gabriele d’Annunzio”.

Concludiamo, affermando, e chi scrive ha letto tutta l’opera di Gabriel Ariel d’Annunzio, che nessuno, come Lui, ha saputo cosa stimolava realmente le folle; nessun’altro come Lui ha saputo suscitare emozioni e farsi mito vivente. Quindi, delusi come siamo, non possiamo non concludere con la domanda che ci poniamo guardandoci allo specchio, perché il sommo Gabriele D’Annunzio è dimenticato dagli italiani? Vi sembra poco?? Su, via, ci penseranno domani i giovani, oggi unico faro di rinascita culturale.

Per trattare di D’Annunzio, grande uomo politico, il 10 maggio scorso, su questo giornale, di cui è Direttore Salvatore Veltri, è stato pubblicato un mio articolo sul libro interessante ‘La sola ragione di vivere’. Cento anni fa, l’impresa di Fiume sconvolgeva l’ Europa. Furono sedici mesi d’eresia, di laboratori politici, di festa e – soprattutto – d’italianità. Tutto fu ambito, tutto fu tentato. Di quella esperienza incredibile, oltre alla memoria, rimane viva la sua Costituzione: quella ‘Carta del Carnaro’ da più parti definita “la più bella costituzione del mondo”, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris e resa poesia da Gabriele D’Annunzio.

(https://www.attualita.it/notizie/tematiche-etico-sociali/la-sola-ragione-di-vivere-limpresa-di-fiume-e-la-carta-del-carnaro-50044/)

La sola ragione di vivere. L’impresa di Fiume e la Carta Del Carnaro.

 

 

 

 

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