Tematiche etico-sociali

“Cento ragioni per essere demorandomcratico”, l’ultima fatica del prof. Cosmo G. Sallustio Salvemini

Il libro di un grande pensatore, purtroppo recentemente scomparso. 

Roma, 12 settembre 2022 – “CENTO RAGIONI PER ESSERE DEMORANDOMCRATICO” l’ultima fatica del prof.Cosmo G. Sallustio Salvemini(Europa Edizioni), con prefazione di Franco Ferrarotti.

L’opera è stata pubblicata per celebrare il trentennale della fondazione del giornale “L’Attualità”, il periodico salveminiano.

Saggio pregevole, di squisita fattura, illustra il panorama politico italiano dall’epoca post risorgimentale fino ai giorni nostri.

Prima di trattare il libro devo però informare con grande dolore che, recentemente, Cosmo G. Sallustio Salvemini, mentre attraversava sulle strisce pedonali via Nomentana di Fonte Nuova (Roma),  veniva travolto da un’auto e, dopo essere stato in coma, per le ferite riportate nell’urto,  è deceduto.

La notizia della sua dipartita mi ha molto intristito conoscendolo e avendolo collaborato per molti anni. Mi fu presentato dal giornalista Salvatore Veltri…

I funerali si sono svolti giovedì 24 marzo nella Chiesa degli Artisti, Santa Maria in Montesanto, a piazza del Popolo, e la salma è stata trasferita poi a Molfetta, paese d’origine della famiglia Salvemini.

Aveva 79 anni. Cosmo Sallustio Salvemini, nipote di Gaetano Salvemini, storico, politico e antifascista italiano, tra i più importanti intellettuali del Novecento.

Docente universitario, Presidente del “Movimento Gaetano Salvemini” e fondatore e direttore responsabile del mensile internazionale “L’ Attualità”, Salvemini era anche direttore del periodico religioso “Il Cuore della Madre”, Presidente dell’Unione Italiana Associazioni Culturali, e vice Governatore dell’Unione Mondiale degli Stati.

Le numerose anomalie che inficiano l’architettura costituzionale sono state denunciate, da molti anni, da Cosmo Sallustio Salvemini. Per uscire dall’attuale crisi istituzionale c’è una sola via da percorrere: avviare una nuova fase costituente che porti alla redazione di una nuova Costituzione, nella quale introdurre il principio della Demorandomcrazia (modello ateniese fondato sull’assegnazione delle principali cariche pubbliche mediante sorteggio tra cittadini volontari, in possesso di requisiti professionali e morali da verificare rigorosamente).

Un modello che consideriamo sempre valido e che, ovviamente, va adattato  alla nostra era digitale.

L’Autore, dalle capacità analitiche straordinarie, mostra il suo rammarico per una democrazia che ha perso il suo significato più profondo, andando a confinarsi nelle pieghe dell’immoralità umana in animi irretiti dalla bramosia di potere.

La politica italiana è strutturalmente e storicamente clientelare.

Attraverso i secoli tale fenomeno ha avuto facce diverse a seconda del contesto socioeconomico in cui avveniva.

Quindi, in un primo momento, dalla forma più classica di clientelismo si è passati ad una tipologia di corruzione concretizzata in scambi di vario tipo.

Probabilmente questo avvenne perché erano mutate le condizioni della nazione. Il benessere acquisito e la continua spinta a conquistarsi il potere, misero in moto e incrementarono delle forme corruttive che si rifletterono su tutto il panorama italiano, gettando il Paese in una serie di scandali che a distanza di tempo si ricordano con molto dolore.

Il Suo riferimento era alla democrazia di Pericle, nella quale si affermarono i due principi fondamentali: l’isogonia e l’isonomia.

In filosofia, l’isogonia è il principio, esposto da Platone nel Menesseno, per cui ogni uomo è nato allo stesso modo e con gli stessi diritti.

La parola isonomia, dal greco isos: “uguale” e nomos:”legge” rappresenta il concetto di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge è rimasto solo un vago ricordo.

Chissà se i nostri governanti ne abbiano mai sentito parlare?

Iniziamo a leggere parti del bel libro.

– da pag.20. “”Introduzione. Questo libro nasce in seguito ad un invito (che mi è apparso come una scommessa) rivoltomi circa un anno fa da un amico, convinto fautore di campagne elettorali attuate in modo tradizionale, nonché già “funzionario” di vertici degli apparati di un grande partito politico. “Dammi una sola ragione” – mi ha detto- “affinché io mi possa persuadere e divenire demorandomcratico”. Ho raccolto la sfida ed ho cominciato subito a consultare il dossier sulla rassegna stampa degli ultimi settant’anni ed analizzare le opinioni manifestate dai Padri Costituenti dal 1946 in poi. La quantità di documenti consultati è impressionante. Ma non mi sono arreso. Ne ho selezionati alcuni principali al fine di fornire a quell’amico validi elementi di valutazione. La mia simpatia per il modello democratico ateniese dell’ epoca di Pericle risale all’ ultima settimana di giugno 1957, quando zio Gaetano (allora residente a Sorrento,“Villa La Rufola”) con il suo solito sguardo coinvolgente, sussurrò: “Se avessi vent’ anni di meno mi impegnerei con forte determinazione ad illustrare gli enormi vantaggi che deriverebbero dalla reintroduzione dell’antica democrazia ateniese, da adattare ai tempi nostri, fondata sulla assegnazione delle cariche istituzionali mediante sorteggio tra i cittadini illuminati, esperti ed onesti”. È da quel momento che ho cominciato a riflettere sull’argomento. Poi, anno dopo anno, si è rafforzata la convinzione che chiunque affermi di agire “nell’interesse del popolo” non dovrebbe limitarsi ad autodefinirsi “democratico” (termine generico, vago e ambiguo) ma dovrebbe avere l’onestà intellettuale di essere demorandomcratico. Vi sono 100 ragioni a sostegno di questa conversione.

Cosmo G. Sallustio Salvemini

Capitolo 1. Il regime sorto dal Risorgimento fu un’oligarchia. In ambito storiografico si discute ancora se le istituzioni statali create dopo l’Unità d’Italia (1861) fossero democratiche. Questo dubbio è generato dal fatto che molti parlano, anzi blaterano, di democrazia senza conoscerne l’esatto originario significato. Usano la parola democrazia senza conoscerne l’esatto significato di diritti umani, senza scandagliare l’essenza (nefasta) del parlamentarismo e le degenerazioni che ne conseguono, senza indagare sull’età degli eletti, dei Ministri, dei Magistrati. Per approfondire una problematica così complessa ritengo opportuno sintetizzare le illuminanti osservazioni fatte da Gaetano Salvemini. “Non esiste democrazia dove non esiste uguaglianza di diritti, e gli equivoci non mancano. Oggi basta che vi sia un regime parlamentare perché si dica che quello è un regime democratico. Cioè parlamentarismo e democrazia si usano come in termini equivalenti. Si dimentica, si vuol fare dimenticare che un regime democratico è formato da tutti i diritti di libertà e non solo dalle istituzioni parlamentari. Ciò posto, possiamo domandarci: il regime prodotto dal Risorgimento fu una democrazia? La risposta non può avere dubbi: no, fu una oligarchia. Nel 1871, in Italia, su una popolazione di 25 milioni, gli elettori iscritti erano 530.000, cioè l’1,98%. Su quel mezzo milione di iscritti, appena 93.000 dovevano l’iscrizione  non al pagamento di imposte dirette ma a titoli di studio. Fra il 1870 e il 1879 il numero degli elettori arrivò a 621.000, cioè al 2,2% della popolazione. Erano esclusi dal voto nelle campagne quasi tutti compresi i piccoli proprietari, mezzadri e fittavoli, e nelle città tutti gli operai, quasi tutti gli artigiani e lo strato inferiore delle classi intellettuali. La classe votante era la borghesia benestante (terriera, manifatturiera, commerciale, professionista). Insomma, la rivoluzione del Risorgimento produsse un regime borghese. Fu la rivoluzione del ricco. La rivoluzione del povero non era pensata che dagli intellettuali, i quali rimanevano sospesi per aria non appena ne parlavano. Gli stessi poveri non la tentarono mai… Certamente la borghesia italiana fece i suoi affari. Ma nel fare i suoi affari, era anche convinta di compiere un’opera utile a tutti e non solamente a se stessa; anche se arrivata al governo, diventò più saggia e pensò soprattutto, e magari solamente, a sé… In altre parole il Risorgimento non riuscì utile ai soli ricchi: anche i poveri diventano via via meno poveri. Le lamentale sul popolo italiano, che non prese parte alle lotte per il Risorgimento, non hanno alcuna base di serietà. Non perché non sarebbe desiderabile che siffatta partecipazione fosse avvenuta, ma perché in nessun Paese, durante il secolo diciannovesimo, il popolo partecipò alla vita pubblica, se per popolo si deve intendere tutta la popolazione, comprese le classi inferiori… Un’oligarchia di bassa lega. Beninteso che vi sono ricchi e ricchi. L’11 marzo 1870 Quintino Sella, nella Camera dei Deputati, disse che la Destra rappresentava di preferenza “gli agiati, i ricchi, i capitalisti”, mentre la Sinistra rappresentava “il lavoro, e non solo il lavoro manuale ma anche il lavoro intellettuale”. Probabilmente, Sella, non sapeva che Federico Engels e Carlo Marx, fino dal 1847 avevano inventato la lotta di classe. Divideva gli uomini in due classi. Avrebbe aderito meglio alla realtà se avesse detto che nel sistema elettorale i benestanti intellettuali entravano non tanto per i titoli di studio quanto per la proprietà. E viceversa, buona parte della piccola borghesia intellettuale, nonostante i suoi titoli di studio, ne era esclusa perché non benestante abbastanza. La discriminazione era dalla proprietà e non dalla intellettualità. La Sinistra fu il partito del popolo minuto nelle città, contro la Destra, che era il partito del popolo grasso nelle città e nelle campagne. Salita al potere nel 1876, la Sinistra estese, o aspirò di estendere, la propria base elettorale piccolo-borghese con la legge del 1882.

Capitolo 2. Clientele fameliche. Dialogando con alcuni colleghi sull’attuale e desolante scenario politico italiano mi sono accorto che essi considerano la prassi del voto di scambio come un fenomeno alquanto recente, apparso cioè una quarantina di anni fa. Non è affatto così. Questo fenomeno è apparso molto tempo prima. Comincia a radicarsi negli ultimi anni dell’Ottocento, in seguito alle grandi manovre attuate da Agostino Depretis e da Giovanni Giolitti nei collegi elettorali in Parlamento. È in quell’ epoca che si cominciaa parlare sui giornali di “trasformismo” dei parlamentari. Fin da allora si diffonde la “moda” del cambio di casacca nel modus operandi degli onorevoli. È una moda che raggiunge il top durante il decennio del governo giolittiano. Ho trovato numerosi riscontri negli articoli pubblicati sui giornali di quell’ epoca. Tra diversi, va evidenziato quanto scrisse Gaetano Salvemini nel 1909: “I Deputati eletti da queste clientele fameliche non hanno bisogno di essere nè uomini di ingegno nè uomini onesti, né figure politiche nettamente determinate. Tutt’altro. Per rispondere ai bisogni degli elettori bastano, anzi occorrono, degli sbriga-faccende qualunque, senza scrupoli, senza convinzioni personali e senza dignità”.

Capitolo3. Brogli elettorali e violenze dal 1909 in poi. È notorio il fatto che fin dalla proclamazione della Unità d’Italia il 17 Marzo 1861 le elezioni generali e locali, sono state inquinate da brogli e violenze. È notorio anche il mercimonio dei seggi parlamentari (il cambio di casacca, denominato “trasformismo”) attuato da Agostino Depretis e Giovanni Giolitti dalla fine dell’ Ottocento agli inizi del Novecento. Un panorama politico decisamente squallido. Per descriverlo compiutamente bisognerebbe pubblicare un volume di altre 1000 pagine. In questa sede mi limito ad evidenziare alcuni fatti avvenuti nel 1909 e negli anni seguenti. Le elezioni politiche nel 7 Marzo 1909 furono caratterizzate da brogli e violenze di vario genere, specialmente nel collegio di Gioia del Colle, Bari. Brogli e violenze che vengono denunciati da Gaetano Salvemini nel celebre libro Il MINISTRO DELLA MALAVITA… Salvemini, dunque, dopo aver affrontato, a rischio della propria vita, le prepotenze e le aggressioni dei mazzieri giolittiani (manovrati da Vito De Bellis) a Gioia del Colle (Bari) nel 1909, aveva deciso di affrontare e sconfiggere la “camorra giolittiana” nei 14 paesi che formavano il collegio elettorale di Albano Laziale. Appena si accorse che i politicanti di mestiere si accingevano ad ordire altri brogli, non esitò a ritirare la propria candidatura. Commentando il ritiro di Salvemini, Giovanni Merloni, uno degli esponenti del Partito Socialista dichiarò, tra l’altro:“…Poiché un esempio e un documento umano di nobiltà e di probità eroica, come questi offerti da Salvemini, valgono più di 100 dimostrazioni, è certo che il problema dell’ elettorato si imporrà all’attenzione delle masse popolari per il tramite suggestivo di quell’esempio e di quel documento (la lettera denuncia di Salvemini), e che la causa del risanamento elettorale ne sarà sicuramente avvantaggiata”. Nessuno pensi che le “bande” dei disonesti galoppini elettorali si siano formate nel 1909. Queste bande si sono formate molti anni prima. Se andiamo a dare un’occhiata alla rivista “Critica Sociale” del maggio 1892, notiamo che Filippo Turati scriveva: “Nessuna grande questione divide il Parlamento in veri partiti perché il “trasformismo” confuse tutto e non trasformò nulla; invece nei partiti vi sono uomini, gruppi, sottogruppi, interessi di camorra… Il gioco della politica diventa simile ad un gioco di Borsa: si è con gli uni o con gli altri a seconda che si prevede il rialzo o il ribasso. Ma siccome tutti fanno lo stesso gioco ne nascono poi combinazioni stranissime affatto imprevedute. Perciò, di fuori, nessuno intende nulla. Di dentro, nessuno è sicuro del domani… Bisogna rigenerare l’inetta ed indolente borghesia italiana.” Un anno e mezzo dopo, Turati riprendeva il tema scrivendo: “Vogliamo una democrazia che, raggruppando ed agguerrendo tutto ciò che nel Paese si stacca dal regime dominante, rappresenti non trascendenti idealità, ma interessi e sentimenti reali e risponda alle vere condizioni e agli aneliti latenti di gran parte della Nazione… Di tale partito noi sollecitammo più volte, in seguito, la nascita e, un tempo apertamente, la propiziammo”. (“Critica sociale”, novembre 1893).Turati rilanciò queste proposte alla Camera il 26 giugno 1920 nel discorso “Rifare  l’Italia”. Da evidenziare il fatto che anche nella seduta della Camera del 12 dicembre 1913 Turati aveva denunciato la corruzione elettorale attuata, con “banconote da 5 lire tagliate in due”, da 2 esponenti del Movimento nazionalista, Luigi Federzoni e Giuseppe Medici del Vascello. Il vizio originario del nostro sistema elettorale consiste nel fatto di essere composto da un gran numero di collegi che sono “feudi” (personali o di partito), anziché palestre di idee, di programmi, di confronti sulla necessità di abolire i privilegi in questi “feudi” dove ancora oggi si parla di aria fritta. Ancora oggi c’è chi considera normale acquistare i voti anziché conquistarli sulla base dei programmi e considera normale fare brogli.””

Da pag.232. “”Capitolo 5. Fare politica a costo zero. È possibile, se si vuole. Chi ha detto che per esercitare una qualsivoglia militanza politica sia indispensabile disporre di ingenti risorse finanziarie? Chi ritiene normale questa prassi ignora completamente gli elementi fondamentali della democrazia. Tra questi elementi è predominante il principio delle Pari Opportunità, cioè affrontare gli avversari ad armi pari. Fuor di metafora, se un partito o un candidato dispone di grandi somme di denaro, può sostenere campagne elettorali in situazioni di vantaggio rispetto ai partiti o ai candidati che hanno risorse finanziarie modeste e nessuna risorsa. Ma c’è unproblema ulteriore da analizzare: la provenienza del finanziamento. In numerosi casi, tale provenienza è illecita perché i clan della criminalità organizzata forniscono al partito o al candidato il denaro necessario per sostenere le campagne elettorali. Anche nell’ipotesi in cui la provenienza del denaro fosse lecita bisognerebbe scandagliare i motivi per i quali i donatori erogano il denaro. Non sempre le donazioni vengono fatte per pura “simpatia” verso un partito o un candidato. È noto che i donatori chiedono in cambio determinati favori (appalti, nomina a manager di aziende partecipate e cose analoghe). Ad ogni modo, ritengo che non sia indispensabile avere le casse piene per poter fare politica, per presentare un programma agli elettori e per chiederne i consensi. Trovo moralmente inaccettabile il fatto che il più ricco, fin dai nastri di partenza, si trovi in posizione di netto vantaggio nei confronti del più povero. Combattere ad armi pari è la “conditio sine qua non” per edificare un sistema democratico trasparente ed equo. Discriminare “a priori” i cittadini che si trovano in disagiate condizioni economiche è la negazione della democrazia. Non si tratta di semplici opinioni personali ma di un chiaro dettato costituzionale. L’art.3, secondo comma, stabilisce che: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È questa è una delle norme più disattese. È una norma che attende ancora di essere attuata concretamente. Finora ha prevalso la grande idolatria del denaro.””

Sin qui parti del libro.

Ora integrazioni valutazioni e conclusione. Dal 1948 ad oggi gli oligarchi dei partiti, dopo velenose risse scatenate allo scopo di sgambettare gli avversari, hanno varato una serie di farraginose riforme elettorali, come il “Porcellum” ed il Rosatellum, che si sono rivelate tutte come un macroscopico fallimento. Si è venuto a creare uno scenario “confuso”, per usare un eufemismo. La disaffezione dei cittadini verso le campagne elettorali aumenta di giorno in giorno. Lo stiamo vedendo perché a breve voteremo. Tra i libri di mio Padre, deceduto a 58 anni nel lontano 1964, ero diciassettenne studente di Liceo Classico, ho trovato e subito letto le “Memorie di un fuoruscito” del grande storico Gaetano Salvemini, edito da Feltrinelli nel maggio 1960, peraltro corredate da belle annotazioni di mio Padre, com’era Sua consuetudine. Un libro che conserva la sua freschezza, che ci fa comprendere quale fosse, all’estero, l’immagine dell’Italia fascista, con interessanti spunti di riflessione sul pensiero e sull’opera poliedrica del grande storico pugliese. Arrestato nel giugno del 1925, per la pubblicazione del giornale “Non Mollare”, e liberato grazie a una campagna del Corriere della Sera, Salvemini preferì espatriare.

Nel libro, così, narra la sua difficile esperienza di cittadino errante dell’antifascismo, in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, lasciandoci pagine importanti sulla condizione dell’esilio.

Ma non si definiva un esule, bensì un fuoruscito, e cioè, un intellettuale uscito fuori dalla Patria per continuare l’opposizione alla dittatura. Il tentativo di far conoscere il Fascismo, non fu agevole, perché bisognava ridimensionare le abnormi fanfaronate della occhiuta propaganda. I cittadini inglesi e americani, tra l’altro, non riuscivano a comprendere come mai in un paese civile come l’Italia non esistessero più le elementari garanzie di libertà e democrazia. Altro possibile ostacolo era costituito dagli emigrati, che in America vivevano dignitosamente ma a livelli di semi povertà, e si sentivano ripetere, anche dagli stessi americani, che il Duce aveva portato l’Italia ad essere una grande nazione. Affermare il contrario, poteva ferirli nella loro dignità e sensibilità. Parlando, poi, dei professori che avevano giurato fedeltà al fascismo, Salvemini sente il dovere, per spirito di colleganza, di essere indulgente, comprendendo la loro scelta. Bellissimo, ancora, un elogio di Don Sturzo, il fondatore del Partito Popolare, il che fa ben comprendere il rispetto delle altrui idee che il grande storico sapeva praticare: “…frequentandolo a Londra, divenni ammiratore dell’uomo, lui al suo posto, io al mio. Con quell’uomo buono (naturalmente era anche intelligente) non si scherzava… E credo che nacque da questo riguardo che avevamo in comune per le cose serie un’amicizia che è uno dei più begli acquisti della mia vita”. Sulla situazione italiana, scriveva, con toni asciutti e impietosi, cose di una realtà sconcertante, ben conoscendo vizi e virtù del nostro popolo… Un gran bel libro, quindi, che andrebbe letto soprattutto dai più giovani, certamente oggi non più adusi alla frequentazione della carta stampata, quanto alle magie di internet e tv; un libro che oltre a offrire spunti di riflessione su fatti passati, può costituire viatico prezioso per il nostro difficile presente, dando anche la possibilità di conoscere da vicino una persona di altissima levatura culturale e scientifica, un docente universitario integerrimo e dalla schiena dritta, non facile ai compromessi. Un vero esempio per tutti. Onore alla Sua memoria! Il “Movimento Gaetano Salvemini”, creato a Roma il 16 ottobre del 1962, su volontà di 200 esponenti della politica e delle istituzioni tra i quali Ferruccio Parri, Piero Calamandrei, Giuliano Vassalli, Norberto Bobbio, Saverio Nitti, Alberto Moravia, ha l’obiettivo di promuovere e sostenere l’azione e gli ideali di Gaetano Salvemini, grande intellettuale, storico, politico e antifascista italiano scomparso nel 1957.

Altro libro del prof. Cosmo Giacomo Sallustio Salvemini è “Democrazia degenerata”. Nel suo libro Salvemini junior fornisce una ampia disamina delle ragioni che hanno portato alla degenerazione del sistema politico italiano: corruzione, pressioni delle lobby, sistema elettorale, l’incapacità di fornire risposte valide e condivise dai cittadini ma anche gli scandali, le pressioni internazionali, il sistema economico, la distanza dei cittadini dalle Istituzioni.

Il 19 ottobre 2016 Sallustio Salveminiha presentato a Piazza Venezia il suo libro “Diritti Umani Violati” (Edizioni Movimento Salvemini), invitandomi a prendere la parola. Ne fui onorato. Sull’evento articolo del Direttore di Attualità.itSalvatore Veltri (https://www.attualita.it/notizie/tematiche-etico-sociali/diritti-umani-9559/

da sx Veltri, Salvemini, Profssa Battiloro, Raffaele Vacca
da sx Veltri, Salvemini, Profssa Battiloro, Raffaele Vacca
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