Spettacolo

Ravenna – Teatro Alighieri – Rigoletto, primo atto del Trittico Popolare di Verdi

Rigoletto e GildaLa genetica di Cristina
Roma, 8 febbraio – Tre opere in tre serate successive, qui al Teatro Alighieri di Ravenna, il trittico popolare verdiano, rispettandone la cronologia, Rigoletto, Trovatore, Traviata.
La prova è di impegno assoluto, una bulimia di musica, di invenzioni sceniche, di fantasia. Forte della funzione principale dell’artista: raccontare il proprio tempo e fare da raccordo fra passato e futuro.
Oggi, che si vive in tre quando non in quattro dimensioni, oggi che la realtà virtuale rende insufficiente incorniciare uno spettacolo nella luce del rettangolo del palcoscenico, ma con i progressi del 3D permette l’arte della spazializzazione dei suoni con i suoi diffusori sparsi opportunamente, la ricerca che Cristina Mazzavillani Muti, regista e ideatrice delle scene,  sta conducendo con l’energia e la creatività che le sono proprie, è destinata a proiettare la lirica nei secoli a venire quando, per forza di cose, bisognerà adeguarsi ai nuovi linguaggi che le tecnologia e la crescita degli uomini mettono a disposizione, linguaggi che Cristina   va mettendo a punto penetrando sempre più in profondità nella redazione di una genetica del melodramma, un  codice che sarà poi a disposizione delle generazioni future e dal quale non si potrà prescindere.
Come per il ruolo protagonistico della luce, ocra, dorata, livida, acciaiosa, bianca e notturna,   secondo le necessità del racconto musicale è adattata al personaggio cui deve dare vita. Luce come spazio, con finalità simili a quelle già trovate per il suono studiato su ognuna di queste figure, ritratti pittorici, o più frequentemente sculture tridimensionali, che pare escano di prepotenza da un fondo nero per rivivere la loro vicenda. Luce simbolo, come quella luna tonda accesa malgrado il temporale, che è Gilda, nel momento più alto del suo sacrificio di donna, simbolo di un amore casto e sconfinato. Luce che testimonia il cambiamento di Rigoletto, da buffone sarcastico e cinico, che irride ogni sentimento, a padre tenerissimo, straziato dal dolore.
Cristina ha un alleato potente: l’amore, prima di tutto della lirica in sé, e del nuovo, del giovane, lei che riserva spazi consistenti del suo impegno alla ricerca di talenti, accogliente e materna, ma anche giudice severo. Poi c’è il gusto per la visionarietà, in linea con la sua Ravenna, la città magica dove la bellezza spesso si coniuga con il sogno, l’allucinazione, dove  i magnifici mosaici di Sant’Apollinare Nuovo con quei volti severi che ti fissano ieratici dall’alto della navata, ti costringono ad abbassare il capo confuso, tu piccolo essere in rapido divenire verso il Nulla, che ha osato l’ intrusione nella loro realtà senza tempo. Seguendo il calendario, ecco Rigoletto, opera battezzata alla Fenice di Venezia, l’11 marzo 1851, adorata da Stravinsky come “la più genuina invenzione” musicale. Per essa Cristina  si è spesa con molto successo nella ricerca di un unicum drammaturgico, quello stesso che Verdi sperimentò a suo tempo, operando un delicatissimo e arduo studio degli equilibri sonori. Lo spettacolo che ne risulta è privo di qualsivoglia ciarpame, semplice ed essenziale, ma gronda idee e buongusto.
Ed ecco dunque che il palcoscenico del teatro Alighieri è diviso in due orizzontalmente: un anticipo di quello che sarà poi la lettura nuova del Rigoletto data da Cristina Mazzavillani Muti.
In alto, sovrastante la platea, si anima un mondo di gentiluomini e di belle ragazze  impegnati in giochi erotici. In basso nel nero profondo intorno, popolato dal coro vestito in abiti neri di oggi, una sorta di prolungamento della platea sul palcoscenico, spiccano nella luce radente i cantanti, ruoli più che personaggi, tutti abbigliati in costumi preziosissimi: il buffone di corte, Rigoletto, che accentua un suo andare comico e satirico, velenoso nelle caricature di gentiluomini caduti in disgrazia, lui non ha bisogno della mostruosità della gobba, il livore verso un mondo insulso dove è costretto a servire e a far ridere, raccontano più di ogni stortura fisica il suo animo deforme. Qui, nella festa lasciva e discinta incede con i suoi colori da interno fiammingo, da Vermeer, Rembrandt, la contessa di Ceprano, donna bella e consapevole del fascino che esercita, seduttiva nelle sue vesti opulente e ambrate,  ammaliata dalle attenzioni del giovane duca. Il nobile, amatore seriale di belle donne, meglio se ancora non edotte nelle arti femminili, è un Moloc insaziabile, cui la corte compiacente procura sempre vittime fresche. L’abitazione che Rigoletto segretamente condivide con la figlia Gilda, un po’ discosta e in penombra, si appoggia su un bastione, ed è tagliata da scale e porte ben celate. Qui la fanciulla, che non ha conosciuto la madre, morta nel darla alla luce, vive con l’ancella Giovanna, chiusa tra quelle mura che ne devono difendere la purezza, qui Gilda modula il suo sogno di fanciulla, che cerca l’amore, l’unico perché al quale, pretende risposta. Gilda, a differenza del resto dei personaggi, veste di un celeste nobilmente ingenuo. Lo stesso colore che, assieme a pochi altri elementi o trovate, si costruisce come un fil rouge che dà continuità e giustificazione al Trittico, come quella panchina, materasso, sedile che compare nelle tre opere, o i piedi nudi delle tre protagoniste. Vi sono delle notazioni di regia di semplice ma vera bellezza, un godimento in più, come quell’ombra lunga che precede Rigoletto, corso a cercare la figlia rapita nella dimora ducale, e invade di sé, distorta e nera, a simboleggiare lo stato d’animo e l’abisso fondo del dolore del buffone. Nel momento in cui Rigoletto inveisce con la fremente “Cortigiani, vil razza dannata”, il coro/pubblico si siede attorno al padre offeso e ascolta  a capo chino, partecipando dolente all’evento.
Il terzo atto mostra una capanna in riva al fiume, una costruzione sbilenca e affastellata, frutto di aggiunte successive instabili come provvisorio e senza ordine è il mondo dei suoi occupanti. Pende sul fiume una sorta di paranza in rovina. Qui vivono Sparafucile, il killer che ha sintonie profonde con il suo coltellaccio (altro elemento ricorrente nelle tre opere), e la sorella Maddalena, prostituta che adesca con la sua prorompente bellezza coloro che il fratello ucciderà. Qui il Duca, che non disdegna gli amori ancillari, verrà a trascorrere la notte ebbro di sesso e di vino. Qui dovrebbe trovare la morte se Gilda, per non spegnere il suo sogno d’amore, non gli dedicasse il supremo sacrifico della vita.
Qui la regista ha ancora un colpo d’ala, niente abito maschile a celare le fattezze della fanciulla, ma un mantello nero, che, nascondendola alla vista, la priva della sua umanità femminile; da quel rifugio potrà udire i propositi delittuosi dei fratelli e immolarsi.
L’opera si avvale di un cast giovane, sul quale spicca Rosa Feola, Gilda. La Feola ha una voce di grande espressività, piena di emozioni, una emissione sicura dei fiati, mezze voci di rilevante morbidezza.  Inoltre, da buona meridionale ha una gestione perfetta del corpo e delle mani che in lei diventano elementi indispensabili nella costruzione del personaggio. Sotto l’abile guida di Cristina Mazzavillani, regista attenta a non sopraffare le individualità, lei che è stata cantante di successo prima di privilegiare la famiglia, Rosa Feola sviluppa una Gilda ingenua, innocente, buona.
Nel ruolo di Rigoletto campeggia il baritono casertano Francesco Landolfi, che ha ricco carnet di importanti premi vinti e un’esperienza che, dal 2006 ad oggi, si è allargata a vari ruoli verdiani, pucciniani e di altri meno frequentati musicisti, forte di una bella e chiara intonazione, di apprezzabili capacità scenico-vocali.
Nel ruolo del Duca di Mantova debutta un giovanissimo tenore, emozionato e felicissimo, Giordano Lucà, appena ventiquattrenne, che ha un bellissimo timbro di voce, che certamente con un poco più di esperienza potrà aspirare a mete assai alte.
Seduttiva, come si conviene, la Maddalena di  Clara Calanna, e giustamente inquietante il basso profondo Luca Dall’Amico, Sparafucile.
Certo l’esito di spettacoli così belli, raffinati e lineari, ma tutti profondamente pensati in funzione di uno svecchiamento autentico del mélo, presuppone una équipe di prim’ordine, fatta di tecnici e artisti compattamente votati al successo dell’evento.
Allo scopo, attorno a Cristina Mazzavillani Muti si muovono degli autentici talenti, selezionati da lei e diventati nel corso degli anni  collaboratori preziosi. A cominciare dal Maestro Nicola Paszkowski alla testa dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, da Corrado Casati, direttore del Coro Lirico Terre Verdiane di Piacenza, al creativo Vincent Longuemare che interpreta con rara sintonia le sue intuizioni visive, riuscendo ad animare  luci di grande bellezza. C’è Alvise Vidolin, l’insostituibile sound design, il costumista Alessandro Lai, lo scenografo Italo Grassi.
Tutti insieme per la vittoria, verrebbe di dire, parafrasando un celebre film cult.
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