Spettacolo

Accademia di Santa Cecilia – Orozco-Estrada con Beatrice Rana al pianoforte

Dal Carnevale al valzer

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Roma, 10 gennaio – Non è che quella Roma chiassosa, lazzarona, sfrenata, retriva, e, per estensione, “quel giardino pieno di scimmie che si chiama bella Italia” entusiasmasse poi così tanto il ventisettenne Hector Berlioz, che non  si sentiva nemmeno di condividere lo spettacolo che  ogni anno veniva regalato nella città dei papi  alla folla urlante in cerca di emozioni forti, quelle impiccagioni o quelle teste mozzate di condannati a morte che erano il clou del Carnevale.

Eppure, la qualità di “pensionnaire”, avendo vinto l’ambitissimo prix de Roma, che gli assicurava quindici mesi di soggiorno nella meravigliosa Villa Medici, all’apice della scalinata di Trinità dei Monti, doveva impregnare di sé e degli umori di una città dove si coniugava l’eccellenza in vari modi tutta la sua produzione musicale, raggiungendo il culmine nel “Benvenuto Cellini” e soprattutto in quel brano, nato come ouverture dell’opera e vissuto fin dall’inizio di vita proprio, ”Il carnevale romano”.

Oggi, questo lavoro brillante è impaginato nel programma che Andrés Orozco-Estrada, direttore di talento di Medellin(Colombia) propone ad apertura della programmazione del nuovo anno con l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia.

Il “Cellini”, al quale Berlioz lavorò a partire dal 1934, non riusciva a decollare nell’interesse del pubblico e avrebbe conosciuto il pieno successo solo intorno agli anni ’50 quando un’edizione messa a punto da Franz Liszt fu rappresentata al Teatro di Weimar. Ma già fra il 1843 e il ’44, il compositore utilizzando materiali presenti nel “Cellini” ed altri auto imprestiti  aveva messo a punto l’ouverture “Il carnevale romano”, una delle pagine più amate di tutta la sua produzione, dove si apprezza maggiormente la sua grande e lussureggiante abilità nel gestire la grande orchestra.

Il brano divenne rapidamente una sorta di sigla dei concerti di Berlioz, specie nelle tournée del musicista, come a Mosca nel 1868, dove la Società Musicale nel pranzo d’onore organizzato affidò il compito di un saluto di benvenuto al ventisettenne  Pëtr Ciaikovskij.

Si chiude dunque il cerchio e la scelta dell’Accademia e di Orozco di inserire Berlioz in un programma  aperto quasi del tutto a momenti musicali del compositore russo trova un suo perché. Ciaikovskij infatti è presente con uno dei concerti più belli di tutta la produzione musicale di tutti i tempi, il celeberrimo Concerto n.1 in si bemolle minore per pianoforte e orchestra che porta il numero di opus 23 e che si articola nei movimenti Allegro non troppo e molto maestoso. Allegro con Spirito, Andantino semplice e si conclude con Allegro con fuoco.

Banco di prova di ogni talento pianistico fin quasi dalla sua prima esecuzione, nato nell’ultimo scorcio del 1874, il Concerto fu di tale deflagrante bellezza, da suscitare invidie e quasi ostilità al suo apparire ma già pochi anni dopo, una illustre personalità come Hans von Bülow, pianista eccellente, compositore e direttore d’orchestra, definì la partitura “opera capitale… meravigliosa sotto ogni aspetto…originale nelle idee, nobile, piena di forza… un gioiello col quale Ella si è  conquistata la gratitudine di tutti i pianisti”. Parole profetiche, perché da sempre è diventato misura delle qualità interpretative di tutti coloro che si avventurano con le mani sulla tastiera per  dar conto di quel rapido passaggio iniziale dalla tonalità d’impianto in si bemolle minore al re bemolle minore, della ricchezza melodica, dei momenti virtuosistici e  delle eleganti e raffinate cadenze del solista, delle memorie di canzoncine popolari come “Gracchia, gracchia, nero corvo”, un motivetto ucraino rielaborato e ritessuto con maestria. Gli apporti e gli imprestati sono come dei colori rimasti nella memoria del maestro come la canzoncina francese che il compositore e il fratello cantavano in coro da bambini “Il faut s’amuser, danser et rire” presente nell’Andantino. E ancora, una danza ucraina”Vieni a ballare Ivanka”, travolgente proposta dell’ultimo movimento quell’Allegro con fuoco che esplora tutte le possibilità espressive del pianoforte nel confronto serrato con l’Orchestra. E se l’Orchestra è quella ceciliana, per giunta ben condotta, si può essere certi del risultato, specie se solista è Beatrice Rana,  bambina prodigio già con le mani sulla tastiera a 9 anni debuttante con il Concerto in fa minore di Bach, e che ora, ad appena venti anni, ha vinto già molti premi internazionali, registrato brani di Chopin e Skrjabin, lavorato con direttori prestigiosi, fatto esperienze internazionali con orchestre rinomate, e che approda al Parco della Musica con l’Orchestra di Santa Cecilia, la massima formazione sinfonica italiana e una delle migliori del mondo. Dopo un’esecuzione mirabile dell’Ouverture-fantasia in si minore “Romeo e Giulietta” di Ciaikovskij, il programma si conclude brillantemente con la Suite dal “Cavaliere della Rosa” di Richard Strauss, indispensabile coronamento con i suoi travolgenti valzer di un programma augurale.

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