Spettacolo

Teatro Quirino – Nerone, duemila anni di calunnie con Edoardo Sylos Labini

teatro quirino neroneL’imperatore incompreso dalla storia

Roma, 20 gennaio – Se di qualcosa siamo debitori a questo spettacolo è certamente di aver sottratto al grande cielo dell’immaginario collettivo un personaggio talmente rivestito di propaganda che bisogna scavare per arrivare al nucleo originario e sistemarlo sul piano dell’umanità con grandezze e  debolezze, passioni e ossessioni, con  le contraddizioni che sorgono spontanee quando si va a lacerare il velo dei secoli e si accende un faro di luce.  Osteggiato, insultato, temuto, manipolato da donne troppo forti e troppo intriganti, che dietro il paravento dell’amore si industriavano ad azionare le leve del potere, Nerone, il pazzo, l’anticristo, il matricida, il cantante, il chitarrista, Nerone l’allucinato, l’incestuoso, Nerone che voleva vedere la realtà secondo la propria prospettiva – si narra che amasse reggere tra le dita un enorme smeraldo e che orientandolo si divertisse a scoprire i volti dei suoi commensali – è approdato al Teatro Quirino, vestito del corpo di Edoardo Sylos Labini.

 Il lungo viaggio ha seguito la rotta tracciata da un’idea di Pietrangelo Buttafuoco, intrigato dal saggio omonimo di Massimo Fini: «Nerone, duemila anni di calunnie»,   Edoardo Sylos Labini ha scritto la drammaturgia con Angelo Crespi, coinvolto dalla presentazione del personaggio: ”È certo che questo imperatore chitarrista, cantante, poeta, attore, scrittore, curioso di scienza e di tecnica, fu un unicum nella storia dell’Impero Romano. Le élite economiche e intellettuali del tempo non lo capirono, oppure lo capirono fin troppo bene e per questo lo osteggiarono ferocemente costringendolo, alla fine, al suicidio».

Nerone si presenta sul palcoscenico dove si consuma lo spettacolo tormentato dal fantasma della madre Agrippina (Fiorella Rubino), bellissima e ieratica, mentre un coro incalzante di voci appena soffiate gli sciorina i delitti che gli attribuiscono e le accuse di cui è fatto segno. Come un incubo a mezz’aria, che regge il suo sonno come le sue veglie, mentre tutto intorno si vanno palesando personaggi, la bellissima Poppea (Dajana Roncione), moglie e compagna di giochi erotici, ma anche ambiziosa suggeritrice di mosse politiche tendenti ad esaltare la divinità dell’imperatore, Seneca (Sebastiano Tringali), il precettore divenuto senatore e incapace di sottrarsi ai giochi politici dell’intrigo e ancora Fenio Rufo(Giancarlo Condé) e Otone( Gualtiero Scala).

Tra i marmi della Domus aurea con le sue snelle colonne scanalate, tra eleganti triclini, vestiti elegantemente con costumi che sfuggono alla contemporaneità, curati assieme alle scene da Marta Crisolini Malatesta, si muove la corte, i senatori di una Roma corrotta e corruttibile, i patrizi e la classe politica in generale pronti all’ossequio e altrettanto lesti ad ordire sanguinari scenari. Il contrasto è stridente fra il lusso sfrenato delle feste imperiali, dove impera la musica di un dj  e mimo (Paul Vallery) e un coro di giovani artisti e musicisti, tantissimi personaggi in scena, a far da contraltare ai complotti dei senatori preoccupati per la sorte loro riservata e per quella dell’impero. E su tutto, il profumo  olezzante della contemporaneità, la riconoscibilità più marcata di personaggi che animano le nostre cronache politiche e che si ribaltano all’indietro correndo  lungo le rotte dei secoli

Per quanto riguarda l’allestimento, Edoardo spiega: ”Uso un coro di allievi attori per ogni città: a Roma sono quelli della Fonderia delle Arti di Giampiero Ingrassia. C’è un mimo dj che anima queste serate neroniane con una corte eccentrica di politici prima adoranti e poi golpisti. È la metafora del potere e di quello che sta accadendo in Italia e in tutto l’Occidente» Una metafora sempiterna, in certo qual modo la fotografia della Roma di allora che sembra una fotocopia dell’attualità.

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