Spettacolo

Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Antonio Pappano esalta la IX° di Beethoven e il celebre “Inno alla Gioia”.

Egli deve abitare sopra le stelle

Roma, 26 luglio 2020 – L’Accademia di Santa Cecilia c’è sempre stata per il suo pubblico, durante tutto il periodo della quarantena ha cercato di essere presente in streaming, ha riproposto grandi concerti applauditissimi, ed ora, malgrado le limitazioni di rigore, dalle mascherine insopportabili in queste notti ardenti con il respiro reso più difficoltoso per l’afa, al distanziamento che rende inagibile metà della Cavea, finalmente è possibile toccare con mano l’entusiasmo di chi viene a rivendicare il diritto di ricominciare a godere del bello che regala l’ascolto di uno spettacolo dal vivo. Applausi calorosissimi accolgono l’ingresso del direttore principale Antonio Pappano: è come un grazie prolungato per quanto ha dato e per il coraggio e la gioia che sa infondere nel pubblico venuto a reclamare il diritto alla propria libertà e alla propria vita. Certo, le misure di sicurezza prese per proteggere gli spettatori sono davvero encomiabili e capillari e c’è un servizio d’ordine di tutto rispetto, e quando il primo violino dà il la per accordare gli strumenti è un bellissimo momento di resilienza.
La vita musicale romana ricomincia per l’Accademia, con le nove Sinfonie di Beethoven, chiudendo con l’ultima della serie, la celebrata Nona Sinfonia detta “Corale”. L’ultimo spettacolo prima della tournée in Italia che toccherà fra l’altro Genova per l’inaugurazione del ponte. Nell’incipit delle prime battute, l’”Andante ma non troppo”, il brano nasce da un pianissimo estremamente delicato: un momento di afflato fra arpe e corni seppur in esso vibrino anche accenti sotterranei ed intensi che spesso sono stati associati ad una rappresentazione della creazione dell’universo e sembra di poter cogliere note isolate che si librano fuori dal magna indistinto e convulso per poi volgere in quella grandiosa esplosione di pathos che sembra voler illustrare musicalmente il dissidio interiore che è dell’Uomo di ogni tempo.
Antonio Pappano, che sa portare a livelli drammatici di caratura teatrale le sue letture, gioca la sua maieutica per far germogliare tutti i contrasti, come nel magnifico “Scherzo” , che vogliono raccontare il senso del vuoto, quella vaghezza indistinta che si incammina lungo i tracciati della gioia, facendo trasparire in trama il motivo portante già vagamente stillante fin dall’inizio che si inerpica per tutta la maestosa architettura della sinfonia.
Il terzo movimento “Adagio. Molto cantabile” vive delle melodie delicate di clarinetti, fagotti, flauti tra i quali verso la fine si inserisce una fanfara dei corni che prepara il Finale dove dopo l’ansiosa confusione, l’uomo può prorompere nel grido “Freunde”, intraprendere quel cammino verso la liberazione dall’odio e avviarsi, dopo aver superato gli egoismi, alla conquista della gioia, nella fratellanza universale.
Questo in ultima analisi il senso dell’ode di Schiller, che è un costante elogio del Creato e dell’Universo e vuole invitare l’uomo a volgere lo sguardo verso il Cielo: “Senti il Creatore – O Mondo? Cercalo sopra la volta celeste – Egli deve abitare sopra le stelle”, per ritrovare il sentimento connaturato in ogni creatura di aspirazione verso il trascendente. Quando parte l’attacco dell’Ode di Schiller con il bravissimo basso Vito Priante che sveglia le coscienze con il suo “Freunde”, come un brivido sembra cogliere il pubblico e di colpo anche i più distratti sembrano percepire il senso profondo dell’umanità. L’Orchestra ha seguito perfettamente le indicazioni appassionate del podio, mostrando di non aver risentito della sosta forzata e di poter spolverare la sua grande maturità stilistica. Splendido il Coro, addestrato da Piero Monti, e davvero artisticamente ineccepibili e molto applauditi i solisti Maria Agresta, soprano, Sara Mingardi, contralto e Saimir Pirgu, tenore.

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