Spettacolo

Teatro Golden – “Don Chisciotte” di Nunzio Caponio con Alessandro Benvenuti e Stefano Fresi.

La mortadella e i buchi neri

Roma, 28 novembre 2019 – Dell’allampanato, lunare Hidalgo, imbevuto d’amor cortese e di cavalleria, è rimasta appena una traccia, in questo Don Chisciotte del Teatro Golden, ma è fondamentale perché marca il carattere del cavaliere”dalla trista figura”, il suo DNA. Come il mitopoietico Don Quixote, spagnolo del XVII secolo, anche il suo omonimo postero  lotta con i mulini a vento, ma qui al teatro Golden sono ben altri i mostri che si aggirano intorno all’uomo del terzo Millennio, ed egli tenta di combatterli con la  fisica quantistica mentre il suo buffo scudiero, Sancho Panza, che nella rappresentazione è anche suo figlio, gioca con le stesse follie del padre, e infine ne assume in pieno il “disparate”, quella follia erasmiana che è lettura della realtà da angolazione insolita e riesce in virtù della sua intrinseca natura a dare una spiegazione dei nessi che avvolgono le cose del mondo in un unico grosso gomitolo che si sciorina lungo le rotte del tempo. Inserito, anzi conficcato nel suo mondo virtuale, all’interno di un garage-cantina, un rifugio che è come un’astronave dove non arrivano i rumori del mondo esterno, se non quelli attraverso i numerosi schermi digitali, Don Chisciotte cerca di mantenere intatto il proprio pensiero e le proprie consapevolezze e nello stesso tempo comincia a formulare una teoria del conflitto a partire dalla mortadella, con la quale avrebbe gradito condire un panino, che manca dal negozio del salumiere.

È l’inizio di una gara a riannodare i fili che lo porta alla teorizzazione dei pericolosi buchi neri in agguato e pronti ad inghiottire l’universo intero. L’esercito di briganti, che un inganno ottico della ragione vuole vedere come un gregge di pecore in cammino per le strade assolate della Mancha secentesca, parla oggi le lingue babeliche delle multinazionali che succhiano le energie vitali e alle quali solo si può contrapporre il totalizzante sentimento dell’Amore universale, l’unico in grado di combatterle. L’ispiratrice, quella Dulcinea del Toboso, dama e sguattera di taverna cervantina, è un’immagine che vive in una webcam e che può svanire come una bolla di sapone, ma il messaggio che si porta addosso resta nell’aria e permea di sé ogni cosa, sino a motivare il coup-de-théâtre finale, quando Don Chisciotte scompare inghiottito dalla realtà e suo figlio, Sancho, si propone con identiche caratteristiche emotive, ormai libero di aspirare a svestire i panni dello scudiero e assurgere al mondo incantato della cavalleria.

Lo spettacolo vive di un testo bellissimo, uno scrittura densa che sa trovare la linea dell’ironia e della comicità: sono le esche che Nunzio Caponio, autore del testo, anche attore, lancia nel mare pescoso del pubblico per ritirarle poi con il compenso esaltante di averlo divertito, interessato e spinto ad interrogarsi, formula vincente di ogni buon testo teatrale.

Sembra che l’idea della pièce sia nata sul set della serie televisiva “I delitti del BarLume” dove Benvenuti  e Fresi si sono conosciuti, un’idea che si è poi formalizzata nel testo brillante di Caponio. L’allestimento risponde correttamente alla necessità di utilizzare lo spazio insolito dell’open space del Golden con il pubblico sistemato a ferro di cavallo che abbraccia il luogo dove si svolgono gli eventi.

Un punto ulteriore di forza, oltre alla fondamentale intesa sinergica dei due bravissimi instancabili protagonisti, Alessandro Benvenuti e Stefano Fresi, condotti efficacemente dalla curatissima regia di Davide Iodoce, è quello della scena ingombra di ogni cosa senza alcun nesso logico, come può accadere ad una cantina o a un garage dismesso con le stesse funzioni, dal cui soffitto pende un puncing ball per allenarsi a tirare qualche pugno. Fantasiosi i costumi che sembrano ricicli di scarti di tessuti e plastiche. Splendida l’illuminazione che funziona con millimetrica precisione e ottima la scelta delle immagini proiettate, fra cui quella dello stesso autore Caponio.

 

 

 

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