Tematiche etico-sociali

La strana morte del Tenente Generale Alberto Pollio

Il libro di Giovanni d’Angelo

Roma, 13 maggio 2021- Tra il 1908 ed il 1914 (quindi all’avvicinarsi della Grande Guerra) Capo di Stato maggiore dell’Esercito divenne il Tenente Generale Alberto Pollio.
L’autore, Giovanni d’Angelo, lasciata la professione legale si è dedicato ai prediletti studi storici e letterari, facendo ricerche d’archivio durate tredici anni riguardanti uno dei tanti misteri che hanno caratterizzato la storia italiana del Novecento.
Giovanni d’Angelo è il nipote del generale Vincenzo Traniello, l’uomo che è stato vicino ad Alberto Pollio negli ultimi giorni della sua vita.

Leggiamo quanto scritto dall’autore.

“”Ho trovato, tra le cose che ho dovuto inventariare dopo la morte dei miei genitori nella casa di Roma, una relazione pubblicata da mio nonno sulla morte di Alberto Pollio, avvenuta mercoledì 1 luglio 1914, ale ore 09,15 circa. Sapevo abbastanza poco di Pollio, tranne qualcosa che avevo percepito durante conversazioni con mio zio, Generale Ottaviano Traniello, figlio del Generale Vincenzo Traniello. Riguardo alla campagna di Libia (1911), sottolineo la stranezza che Pollio l’ha diretta non muovendosi mai da Roma: credo che avesse mandato mio nonno per qualche volante ispezione o controllo sul fronte libico. Pur non avendo trovato rapporti di mio nonno dal fronte, so con certezza che egli fu spedito da Pollio in Libia alla fine ufficiale della guerra (di fatto, la guerriglia si trascinò per molti anni). Pollio, nella fattispecie, era molto antimusulmano. Di conseguenza, questo provocò delle preoccupate comunicazioni a Pollio da parte del generale Ameglio, il quale suggeriva di tenere un comportamento un pò più equanime verso i due gruppi etnico-religiosi. Si, Pollio era “quasi adorante verso tutto ciò che sul piano militare era tedesco-austriaco”.
Questo è dimostrato dall’ampia messe di documenti relativi alla sua missione come addetto militare a Vienna, che ebbe luogo tra il 1893 e la fine del 1896. In questo periodo, ebbe a che fare con Cadorna, con il quale già era in corso una certa ostilità, che poi si acuì dal momento in cui Pollio, nel 1908, divenne Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Da parte di Cadorna, credo dipendesse dal fatto che Pollio era stato il prescelto. Perché Cadorna era quello più vociferato come probabile Capo di Stato Maggiore, però fece uno scivolone a causa del suo carattere. Quando era quasi certa la sua nomina, egli pose la questione dell’effettivo comando supremo in caso di guerra (per lo statuto Albertino, il Re era il capo effettivo). Tutti sanno che il carattere di Vittorio Emanuele III era un pò difficile e ombroso, oltre che suscettibile. Ciò provocò un’alzata di sopracciglia da parte del Re e quindi si ritenne di non dover dare la carica a Cadorna. Poiché Pollio era l’ufficiale più noto sul piano culturale (come critico e storico militare), fu lui il prescelto (sembra su forte suggerimento di Giolitti al Re). Da qui, poi, il chiacchiericcio dietro le spalle che Giolitti avesse potuto avere una relazione con la moglie di Pollio. Parlando delle idee politiche di Pollio, egli era sostanzialmente un reazionario e manifestava ostilità verso i cosiddetti “immortali principî” della rivoluzione francese. Dalla rivoluzione francese era scaturito quel parlamentarismo ottocentesco che Pollio vedeva come il fumo negli occhi: egli ammirava i sistemi che l’Impero guglielmino e l’Impero austro-ungarico mettevano in atto, quando vi erano dei grossi problemi di politica interna e di ordine pubblico. La situazione italiana, d’altra parte, non era migliorata con l’avvento di Giolitti e rimase sempre un po’ caotica fino allo scoppio della Grande Guerra. Anche perché c’era il pericolo che il partito socialista, soprattutto quello massimalista che si era infiltrato tra il personale delle ferrovie dello Stato, in caso di mobilitazione potesse bloccare con degli scioperi le ferrovie italiane e quindi impedire la mobilitazione stessa. Secondo Pollio, in Italia si dava troppo spazio a quello che chiamava il “bla-bla parlamentare”, che poi lasciava le cose come stavano senza risolverle. Egli aveva, invece, lo specchietto di tornasole del sistema di politica interna di Berlino e Vienna, dove si faceva ricorso al pugno duro.
Circa l’affiliazione massonica di Pollio, non ho trovato ovviamente nessun documento che comprovasse la sua adesione alla massoneria. Cadorna disse apertamente di non essere stato prescelto ufficialmente perché, in quanto cattolico praticante, la massoneria gli aveva messo i bastoni tra le ruote. Conseguentemente si pensa che Pollio fosse invece stato scelto perché massone. Quindi, non vi è certezza. Infatti, mi esprimo in forma dubitativa sull’adesione di Pollio alla massoneria. Invece, c’erano dei fior di massoni tra gli alti gradi dell’esercito: pensiamo a Capello, a Caviglia, futuro Maresciallo d’Italia, che poi porterà a termine la repressione contro la reggenza del Carnaro di D’Annunzio a Fiume.  Allora, negli alti gradi, era diffusa l’idea che la massoneria potesse di fatto appoggiare con più forza non solo il Re ma anche il governo italiano in caso di grande crisi sia interna sia internazionale. Capello e altri generali ravvisavano nella massoneria un mezzo per giungere a una completa liberalizzazione dell’Italia, che, secondo loro, anche dopo la presa di Porta Pia, non era riuscita a emanciparsi del tutto dalla presenza “ingombrante” della Santa Sede. Questo, a grandi linee, il motivo. La massoneria, in questo modo, aveva il suo lato molto negativo, perché controllava e quindi commissionava le nomine degli alti gradi soprattutto quando queste dovevano avvenire a scelta e non per anzianità (ovviamente la storia è continuata! N.d.a.). Dunque, una volta tramontata la candidatura di Cadorna, non ci fu molto dibattito.
Sulla morte di Pollio se fosse ascrivibile a un complotto indirizzato dall’alto, c’è da dire che quanto Salandra fosse coinvolto ovviamente non può essere da me provato con documenti. Egli, al contrario di Giolitti, era un duro, un decisionista, uno che non amava perdere tempo in chiacchiere inutili e prediligeva i metodi spicci. In Italia, la situazione non era molto idilliaca dal punto di vista della trasparenza, della solarità della politica italiana: i complotti insomma andavano e venivano, tutti controllavano tutti, nessuno si fidava di nessun altro e quindi erano tutti in guardia.
Apro una parentesi per dire che ho trovato un documento molto interessante (ne ho fatto una fotocopia), che tuttavia non ho citato perché non riguarda direttamente l’argomento del libro. Cosa emerge da questo documento? Tornando all’archivio privato di Salandra, c’è una lettera anonima di alcuni ufficiali di grado medio-inferiore, dalla quale emerge una chiara allusione alla situazione catastrofica in cui versavano le forze armate; Pollio vi viene accusato di non aver mai partecipato a un’azione di guerra: nella carriera di Pollio, infatti, c’è il fatto singolare che egli non sentì mai fischiare una pallottola vicino alle sue orecchie. Dalla nomina a sottotenente, evitò qualsiasi impegno, come dicono gli inglesi, in active service, cioè nel servizio attivo. Mi pare che sia l’unico generale che non sperimentò mai la linea del fuoco, nemmeno quand’era giovane ufficiale subalterno. E questo è un fatto molto intrigante. Egli era uno studioso, un generale da tavolino (oggi si direbbe: un burosauro n.d.a.). Diresse la guerra di Libia senza muoversi da Roma, non vi fece nemmeno un’ispezione. Credo che lui avesse anche paura della guerra, paura di rimetterci: era molto innamorato di se stesso, del suo fisico, della sua prestanza. Suppongo che l’idea di poter perdere anche soltanto un dito di una mano in battaglia lo terrorizzasse. Questa naturalmente è una mia opinione.
Circa il fatto che nel 1965 c’è stato chi ha inteso dedicare un istituto di studi strategici alla figura di Pollio e che si sia trattato di una sua “riabilitazione” non saprei che dire. A suo tempo, ebbi modo di conoscere molto bene Pino Rauti anche per una certa affinità ideologica che non era certo quella del vecchio MSI, l’MSI ufficiale di una volta. Tendeva a una maggiore intellettualizzazione della nostra destra, mentre il vecchio MSI era tutto fuorché un coacervo di intellettuali. Secondo le malelingue, fu decisa per grosse linee la cosiddetta “strategia della tensione”. Di fatto era un organismo parapolitico volto a influire sulla politica interna dell’Italia di quegli anni. Questo spiega perché Rauti venne, anche se per breve tempo, arrestato e messo sotto giudizio per via di alcuni attentati. Però, in seguito, ne uscì assolto ovviamente. Pollio, d’altro canto, era assolutamente favorevole all’uso della forza (armata) in qualsiasi problema di piazza, di ordine pubblico.””

Sin qui l’interessante libro.

Ora integrazioni, riflessioni e conclusione. Abbiamo trattato il caso Pollio. Ora vediamo chi è stato il suo successore, il Generale Luigi Cadorna e soprattutto com’era strutturato il Regio Esercito nella prima guerra mondiale.
Su “L’Appennino Camerte”, giornale culturale e di attualità di Camerino (MC), un interessante articolo a firma e.aquili@virgilio.it dal titolo: “”L’ incubo dei soldati di tutti gli eserciti”. Quale l’incubo? Ovvio, l’assalto…”. Allo scoppio di quella che agli occhi di tutti sarebbe stata una guerra di movimento e di breve durata, il Regio Esercito, con criteri bellici vecchi di 10 anni (adottava) criteri napoleonici dell’attacco frontale, che per quasi un secolo sono state le linee guida di ogni dottrina militare, che mal si conciliavano col terreno accidentato del Carso, con le distese di reticolati e le trincee fortificate in bunker e in caverne e con le mitragliatrici. Non curante di ciò, il Generale Cadorna, Capo di Stato Maggiore, teorizza due tipi di attacco. L’attacco brillante e quello lento.
Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore; qualcuno giungerà alla mitragliatrice.
Per attacco lento si procede mediante camminamenti coperti in modo di subire meno perdite, finchè giunti vicini si assalta. Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini”.
L’assalto è l’incubo dei Soldati di tutti gli Eserciti. Cesare De Simone riporta nel suo libro “L’Isonzo mormorava” un episodio (raccontato da un Fante): ” Tutte le volte che c’era un attacco arrivavano i Carabinieri. Entravano nelle nostre trincee, i loro Ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che quando sarebbe stata l’ora avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato..” E ancora, nel libro, la testimonianza del Capitano Giorgio Orefice: ” Mentre un giorno sono in trincea arriva il Generale Marchetti (Comandante della 21^ Divisione insieme al Comandante del 9° Fanteria. Il Generale con una mentalità che non merita di essere qualificata, di fronte ai Soldati che ascoltano, risponde al Colonnello che rappresentava difficoltà nelle operazioni: “Superateli facendo materassi di cadaveri..””
Così poi scrive Marco Mondini (ricercatore nell’Istituto storico italo-germanico di Trento e docente di Storia militare nell’Università di Padova, nel suo ultimo lavoro: ”I Luoghi della Grande Guerra” (il Mulino-Ritrovare l’Italia, pag. 166, sett.2015) su Cadorna (da pag.127): “”…Le cause della sconfitta tattica a Caporetto erano da dividere tra Capello (Generale), che comandava la 2^ Armata, e i Generali in subordine incapaci di reagire agli imprevisti e alle rapidità dell’infiltrazione tedesca, mentre la ragione della rotta disordinata in cui si era trasformata la ritirata era da imputarsi solo alla sua incapacità di gestire la situazione. Cadorna amava dipingersi come un carattere imperturbabile, ma la sua esperienza di comando ha lasciato più che altro le tracce di personalità paranoica: vedeva complotti sovversivi dovunque, Governo compreso, ed era fermamente convinto che i suoi soldati desiderassero tradire e disertare. Anche se nella primavera del 1916 aveva saputo reagire alla crisi prodotta dalla “Strafexpedition” ( un’offensiva su grande scala che avrebbe permesso all’esercito imperial-regio di invadere la pianura veneta), la rotta dell’ottobre 1917 e il disfacimento della sua struttura di Comando sul fronte orientale provocarono un’evidente crisi di panico; la sua fuga verso Padova (da Udine sede dell’Alto Comando n.d.a.) decisa senza fornire alcun ordine di evacuazione e senza avvertire nemmeno le Autorità civili, lasciò nel caos le armate in pieno ripiegamento. La simmetria con la fuga dei Generali che avviò la dissoluzione dell’Esercito l’8 settembre 1943 è solo una delle spie che confermano quanto Cadorna fosse l’uomo sbagliato per condurre una guerra moderna. Alla dissoluzione della catena di comando, l’atteggiamento del Generalissimo, pronto a scaricare le cause della disfatta sui sottoposti e infine sul cedimento morale dei Soldati, contribuì in modo fondamentale..””

Proseguiamo. Come entrò l’Italia nella “Grande Guerra”? Come abbiamo già scritto in passato, vediamo i materiali. C’è da dire che lo Stato Maggiore Italiano, tra i vari progetti di maschera antigas, tutti inefficaci, aveva incomprensibilmente preferito quella a forma di cono, con occhiali separati, che provò la propria tragica inefficienza proprio sul Monte San Michele, restando comunque in dotazione del Regio Esercito fino agli inizi del 1918. Quella delle maschere antigas fu una delle tante carenze nelle dotazioni logistiche, come anche nelle varie predisposizioni della guerra. Ricordiamo che agli inizi del conflitto gli Austriaci con 14 Divisioni contro le 345 italiane erano già in allarme e preparati a ripiegare su posizioni difensive. Probabilmente, se il Generale Luigi Cadorna fosse stato più audace e meno attendista la guerra avrebbe potuto prendere un’altra piega, diversa da quella del logoramento in trincea e delle ripetute e ritenute inefficaci spallate delle 11 Battaglie dell’Isonzo. L’Italia era entrata in guerra con soltanto 30 aerei Blèriot, 20 Nieuport e 8 Farman, in quanto non ancora compresa l’importanza dell’ Aviazione, ma più grave, fu il non aver capito che la mitragliatrice era la regina della “piccolissima guerra” dei Fanti. L’Italia entrò in guerra con 618 mitragliatrici, due per reggimento, mentre gli Austriaci ne avevano due per battaglione. Le bombe a mano erano praticamente sconosciute, gli obici erano scarsi e forniti dalla Krupp. I fucili mod.1891, che venivano prodotti dalla Terni al ritmo di soli 2.500 al mese, erano tanto scarsi che parecchi reparti dovettero essere armati con il Vetterli mod.1870-’77. V’erano 3000 autoveicoli e 216 mila cavalli. Nonostante vari espedienti, il Capo di Stato Maggiore, Cadorna, nella prima fase della guerra, non era riuscito a fornire all’Esercito un numero sufficiente di Ufficiali. Riguardo al personale, sappiamo che vi era una ufficialità di carriera formata in gran parte da aristocratici militari di famiglie blasonate. Il Corpo Ufficiali venne ovviamente integrato e quindi furono istituiti dei corsi per Ufficiali di complemento che tentarono di trasformare dei giovani civili, diplomati e spesso anche laureati, in Comandanti di uomini. C’è da dire che il peso delle più cruente battaglie furono di loro competenza, tant’è che circolava il motto salace: “gli Ufficiali di Complemento vincono le battaglie, gli Stati Maggiori perdono le guerre!” Si venne così a creare un vero e proprio “vallo di Adriano” tra gli ufficiali e la truppa, ma anche all’interno degli Ufficiali si creò una crasi tra chi il militare lo riteneva una missione e chi invece era stato costretto dai gravi eventi a diventarlo. Gli Ufficiali di complemento considerarono i colleghi “di professione” quasi degli avventurieri che per carriera o per compiacere i vertici non esitarono a comandare attacchi cruenti spesso inutili alla baionetta, necessari solo per avere un encomio o una promozione sul campo. Proprio per questo spesso gli Ufficiali di complemento solidarizzarono con la truppa, non condividendo gli atteggiamenti oltremodo rigidi degli Alti Comandi che erano ad Udine, lontani dalle trincee e dalla difficilissima vita che vivevano gli uomini tutti i giorni. Per reazione, il Generale Luigi Cadorna e il suo Stato Maggiore ritennero che un ruolo importante doveva essere assicurato dalla Giustizia Militare di guerra, quale unico strumento di disciplina ferrea con ruolo di rigida educazione e dissuasione di comportamenti ritenuti illeciti. L’azione del Comando Supremo si svolse facendo pressione sui Tribunali Militari perché non si discostassero dalle richieste sanzionatorie che avanzava la gerarchia e, accortosi che in alcuni casi i Collegi agivano in libertà di coscienza perché era preponderante il numero dei giudici Ufficiali di complemento che, più liberi di pensiero rispetto agli altri colleghi, in quanto provenienti dalla vita borghese, dal mondo del lavoro e degli studi, fece sì che nei collegi giudicanti l’elemento di militari di carriera fosse predominante. Ma sappiamo bene dalla storia dove portò la linea Cadorna, con fucilazioni di massa di asseriti disertori (addirittura “decimazioni”), mentre sarebbe stata più pagante quella di Armando Diaz, certamente più umana e attenta alle esigenze dei militari.
Diaz, nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dopo Caporetto, non certamente perché più valido di Cadorna, come in effetti era, ma solo perché napoletano e quindi più vulnerabile e meglio censurabile in caso di eventuale definitiva disfatta, creò le premesse galvanizzando le truppe per la riscossa che si verificò, come sappiamo, con la Vittoria delle Armi d’Italia a Vittorio Veneto ( si combatté tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918).

Concludendo, lasciando da parte le gerarchie, rendiamo omaggio commosso e riconoscente ai nostri 651.000 Militari caduti e ai tanti Eroi che hanno evidenziato immane coraggio e valore nel nome dell’Italia nostra.

Onore a Loro, solo a Loro !!

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