Tematiche etico-sociali

Nessuna dignità di combattente per i folli terroristi suicidi

kamikaze pilotiRoma, 2 aprile –  Massimo Fini, intellettuale controcorrente per definizione, su “Il Fatto Quotidiano” del 31 marzo, in un articolo, per noi non condivisibile in talune parti, ha scritto: “”Il kamikaze ha una sua nobiltà. Perché mette in gioco la vita altrui solo al prezzo della propria… Questa affermazione che ho fatto alla Zanzara ha suscitato scandalo e sono stato accusato di simpatie per l’Isis. Eppure tutti i media occidentali hanno definito un vigliacco Abdeslam Salah il terrorista che all’ultimo momento ha rinunciato a farsi saltare in aria. Se le parole e la logica hanno ancora un senso questo vuol dire che, anche se occultiamo questo sentimento come vergognoso e riprovevole e non osiamo confessarlo nemmeno a noi stessi, consideriamo gli altri, quelli che portano fino in fondo la loro missione, degli uomini coraggiosi…(con)  voglia di morire. Perché è un morire per qualcosa…per un’idea, per un ideale, per sbagliati che siano, piuttosto che vivere nel nulla e per il nulla. Ha spiegato molto bene questo concetto in un articolo su Sette dell’11 marzo Lorenzo Cremonesi: “Il carisma dei jihadisti sta anche nella loro morte. Un elemento che affascina anche i volontari che arrivano dalle città occidentali. I loro principi sono nichilisti e folli, eppure vanno capiti, non per giustificarli, ma per comprendere il tipo di pericolo che ci minaccia. Legittimare la morte, glorificarla, darle un senso ultimo inserendola in un’ideologia, aiuta ad affrontare la vita. Come ho affermato in altre occasioni, e in modi diversi, la forza dell’ Isis non sta tanto nell’indubbio coraggio dei suoi guerriglieri che soprattutto in Medio Oriente si battono con grande valentia …ma sta nel vuoto di valori dell’Occidente. Noi non abbiamo più valori, né collettivi (per esempio la Patria, la religione) né individuali (dignità, coraggio, onore) che ci consentano di affrontare la morte.… La morte non sta nella società del Benessere. La morte che accettiamo è solo quella degli altri, non la nostra””.

Sin qui l’articolo de “Il Fatto Quotidiano” del quale condividiamo solo l’ultima parte relativa alla crisi dell’intero Occidente ormai privo di valori fondanti.

Affermiamo, invece e subito, che chi pratica il terrorismo uccidendo vigliaccamente gente inerme è solo e decisamente condannabile e non ha alcuna dignità. Non ci sono altre interpretazioni! Sappiamo bene che la violenza non è problema di questi anni del nuovo secolo e millennio. Infatti, leggendo il “Il Secolo breve” (pubblicato in Italia nel 1995 dalla casa editrice Rizzoli), che ha scandagliato il gran quadro della storia del XX secolo, vediamo che è stato il secolo per molti aspetti più violento perché dette origine e sviluppò rivoluzioni e due guerre mondiali, ma anche un “secolo breve” per l’accelerazione data alla storia e alla vita degli uomini. Aveva ragione Hobsbawm, davvero il ‘900 è stato il secolo della violenza; tutto quello che gli uomini hanno sofferto nel tempo si annulla davanti ai cento milioni di morti.

In relazione al tema guerra, abbandonando gli eventi tragici del ‘900, analizziamo invece come oggi, nel nuovo secolo e nuovo millennio, noi occidentali viviamo tale dramma che ci incombe cupo e minaccioso. I conflitti che sino all’inizio del ‘900 coinvolgevano e impegnavano in massima parte, al 90%, i militari combattenti e minimamente la popolazione civile (nella prima guerra mondiale, la percentuale di vittime civili iniziò a lievitare aggirandosi tra il 10 e 15 %; percentuale che aumentò nella seconda guerra sino al 40%, e questo per i bombardamenti strategici su città e impianti industriali) vedono oggi ribaltarsi tale dato in quanto nelle guerre attuali l’incidenza dei morti tra le popolazioni civili si aggira sul 90% dei caduti complessivi. Il sociologo Alessandro Dal Lago spiega molto bene, nel suo  libro dal titolo:”Carnefici e spettatori – La nostra indifferenza verso la crudeltà” (Raffaele Cortina Editore, Milano, 2012), qual è l’atteggiamento di noi occidentali nei confronti delle guerre in corso o comunque recenti. Dal Lago fa riferimento al principio di invisibilità della guerra, giunta ormai a livelli surreali; le guerre vengono combattute nella massima indifferenza e rimosse con rapidità; seguiamo gli eventi sui media, che hanno un ruolo importante e fanno parte integrante della strategia militare complessa; quel gran circo mediatico, che fornisce a centinaia di milioni di persone, quali spettatori passivi, un vero e proprio copione dello spettacolo, che è uno scenario di morte e violenza inaudita, il tutto appreso e visionato in diretta. Insomma, indifferenza, invisibilità e forse anche ipocrisia caratterizzano i tempi attuali; sì, anche ipocrisia, perché giustifichiamo la guerra rassicurandoci, e facendo ciò affranchiamo da qualsivoglia responsabilità la nostra coscienza, che si tratta di missioni di pace e di operazioni di polizia internazionale, e non già di guerre guerreggiate che uccidono, al 90%, bambini, vecchi, donne e uomini inermi!

Tornando al tema della follia terroristica suicidaria a carattere religioso, è ovvio trattare su quanto operato dai Giapponesi nella seconda guerra mondiale. Abbiamo già scritto sul codice di vita e di guerra degli antichi e moderni Samurai trattando ampiamente l’argomento nell’articolo: ” I Kamikaze nel secondo conflitto, come gli antichi Samurai” del 29 Dicembre 2015. Tra i protagonisti, Masabumi Arima (1895-1944), Ufficiale dell’ imperiale Marina nipponica. Morì lasciandosi precipitare con il suo aereo sulla portaerei statunitense “Franklin”. L’esempio di Arima, anche per l’alto grado militare ricoperto, suscitò grande entusiasmo e ammirazione in Giappone, fornendo un “modello” per le future imprese dei kamikaze (cioè, “vento divino”: kami significa “divinità”  e kaze sta per “vento”). Il 15 ottobre 1944, di prima mattina, un’animazione insolita regnava all’aeroporto Clark, nelle Filippine occupate; era stata avvistata una Squadra navale americana, la maggiore dell’arcipelago. Il Contrammiraglio Masabumi Arima riunì a rapporto i suoi Ufficiali e chiese formalmente all’Esercito – fatto senza precedenti – di concedergli tutti gli aerei in grado di combattere affinché, per la prima volta, le squadriglie delle due Forze Armate potessero operare insieme. L’autorizzazione venne concessa e Arima decise che l’attacco alla Squadra navale USA si sarebbe svolta in due ondate. La seconda sarebbe stata costituita da 13 bombardieri, da 16 caccia e da 70 caccia dell’Esercito. Quando la prima ondata era già in volo, e mentre si allineavano sulle piste di cemento gli apparecchi della seconda, Arima in persona giunse insieme agli aviatori con una tuta priva di gradi. Disse: ” Comanderò io la seconda ondata …non si discute; vengo con voi”. Per la storia, dal 25 ottobre 1944 furono 4.615 i piloti suicidi: 2.630 kamikaze della Marina e 1.985 dell’Esercito. Gli uomini del “Vento Divino” non hanno certamente salvato il Giappone dalla disfatta militare. Però c’è una certezza: una cosa è morire quando si è sorpresi dalla morte, un’altra è scegliere di morire, e sceglierlo volontariamente addirittura in una forma organizzata. In questo, tutta la grandezza degli antichi e moderni valorosi e leggendari Samurai, non già dei folli assassini islamici che non meritano alcuna diversa qualificazione.

Respingiamo, proprio per questo, l’attribuzione ad essi data da Massimo Fini all’inizio del suo articolo: ” Il kamikaze ha una sua nobiltà..”

No! La nobiltà, va sostenuto con forza,  è ascrivibile solo all’aristocrazia di un Popolo che in armi ed in divisa, con il giuramento alla Bandiera nel cuore, muore per difendere anche lontano da Essa il sacro suolo della Patria!

Ancora, sull’argomento: “Buschido, il codice di vita e di guerra degli antichi e moderni Samuraidel 20 Aprile 2013

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