Tematiche etico-sociali

Appuntato Renato Lio, Sentinella della Legge nell’amara Terra di Calabria

CarabinieriIl 1991, in Calabria, un anno terribile! Settecento morti nella seconda guerra di mafia, iniziata nel 1985 e terminata proprio in quel 1991, protrattasi per oltre cinque anni tra le bande dei De Stefano-Tegano-Libri contrapposte a quelle dei Condello-Imerti che si scannavano come in sceneggiature da film grazie ad agguati, autobombe e assalti con bazooka.

Nell’estate del 1989 si registrò anche un omicidio eccellente, uno dei più importanti in Calabria, almeno fino alla morte di Franco Fortugno, il Vice Presidente del Consiglio Regionale assassinato a Locri nel 2005; fu infatti ucciso, in agosto, Lodovico Ligato, già Presidente delle Ferrovie dello Stato ed ex Deputato della Democrazia Cristiana, rientrato a Reggio Calabria per impegnarsi nella politica locale e per gestire il “Decreto Reggio”, emanato tre mesi prima dal Governo per il risanamento e lo sviluppo della Città. Ligato era ritenuto contiguo ai De Stefano, contrapposti, come scritto in premessa, al cartello Condello-Imerti e in quell’ottica si inquadrò l’omicidio, tanto che Pasquale Condello fu condannato all’ergastolo quale mandante. Ma la pax mafiosa era vicina e si raggiunse in coincidenza dell’uccisione di un Servitore dello Stato, un Magistrato, proprio nell’agosto 1991. Sì, un’estate maledetta, quella del 1991, in cui venne assassinato dalla ‘Ndrangheta, su incarico della Mafia siciliana, come appurato dalle difficili indagini effettuate dal Colonnello Angiolo Pellegrini dei Carabinieri, investigatore di punta nella lotta alle cosche di Sicilia e Calabria, il Magistrato Antonino Scopelliti, colpevole agli occhi protervi della Piovra di essere stato il PM nel processo in Cassazione contro la Cupola istruito da Giovanni Falcone che portò a condanne definitive esemplari. Ancora, in quell’estate infernale, fu ucciso un altro valoroso Soldato della Legge, evento però non inseribile nella guerra di mafia, ma solo al difficilissimo contesto ambientale. Una fine amara, quella dell’ Appuntato Renato Lio, che unitamente ad un suo collega si trovava ad un programmato posto di controllo al “bivio Russomanno”, il trafficato svincolo che collega la SS 106 Jonica alla superstrada per Catanzaro, ai paesi dell’entroterra e alla viabilità interna per Soverato. Questa la dinamica dei fatti. Apparsa un’auto avvicinarsi a velocità sostenuta, fu intimato l’alt con la rituale richiesta dei documenti ai tre giovani che si trovano su una Lancia Delta blu, targata Milano. Non appena scesi,  mentre il Graduato si accingeva ad ispezionare la vettura, si scatenò l’inferno perché il guidatore, poi identificato per Massimiliano Sestito, impugnata una pistola che teneva sotto il sedile, fece ripetutamente fuoco contro il Capopattuglia che, pur raggiunto al petto da almeno tre colpi, si lanciò contro il malfattore, cadendo esanime. L’altro militare reagì sparando, a sua volta, senza conseguenze per i malviventi, i quali, prima di rimettersi a bordo della Delta e fuggire, si impossessano del mitra MI2 di Renato Lio. Nel giro di pochi minuti l’allarme, rimbalzò a tutte le Centrali Operative di Arma e Polizia della Regione, ma per LIO non ci fu più nulla da fare. Massimiliano Sestito, 20 anni, un emergente si direbbe, con precedenti per droga, armi e reati contro la persona e il patrimonio fu identificato nell’immediatezza delle prime indagini, e quindi inseguito per un anno e catturato in provincia di Belluno. In primo grado fu condannato all’ergastolo, in appello a trent’anni. A Rende, paese d’origine del Caduto, si svolsero i funerali, proprio nel giorno in cui era programmato l’inizio dell’agognata licenza ed era atteso dai Genitori con tutta la Famiglia per festeggiare il compleanno del minore dei due figli (il regalo per la lieta circostanza, un bell’orologio da polso, fu rinvenuto in una tasca dell’uniforme del Caduto). Numerose, nel tempo, le manifestazioni per commemorare il valoroso Appuntato, per ricordare un ragazzo di nome Renato che, lasciato il suo paese, Castiglione, a diciotto anni, si era arruolato nei Carabinieri, dopo aver intrapreso l’attività di imbianchino e collaborato il padre nella gestione di un panificio a Quattromiglia di Rende (CS). Tutto, in onore di quel ragazzo, di nome Renato, che era orgoglioso dell’Uniforme che indossava e del suo lavoro e nessuno mai ricordava di averlo sentito lamentarsi per la scelta fatta. E’ stato così che tre anni fa, il 5 Luglio 2010, gli è stata intitolata l’ormai famosa rotatoria al bivio Russomanno; e fu così che l’Arma, divenuta come sempre in questi dolorosi eventi duplice Madre, fece corona alla più che commovente cerimonia della prima Comunione, il 2 maggio 1992, ad appena nove mesi dalla tragedia, dei piccoli Alfredo e Salvatore, rispettivamente di dodici e dieci anni, nella Chiesa Maria Ausiliatrice di Soverato. Salvatore, durante la cerimonia che lo vide protagonista unitamente al fratello maggiore, lesse tra la commozione di tutti una bellissima preghiera da lui scritta, che invocava “il buon Gesù a non far albergare nel suo piccolo cuore sentimenti di rabbia ma di perdono … di recare conforto alla cara Mamma … di sostenere tutta la Famiglia negli anni a venire”. Così fu ancora, nel maggio 1995, quando le popolazioni del catanzarese si strinsero intorno alla Famiglia Lio ed all’Arma per una cerimonia di altissima valenza patriottica e di italianità: l’intitolazione all’Eroe, decorato della Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla Memoria”, della Caserma sede della Compagnia di Soverato ed anche della piazza antistante, alla presenza dell’ indimenticato Comandante Generale dell’ Arma, Luigi Federici, delle massime Autorità regionali e di tantissima gente. Molto belli e significativi, sia il gesto della vedova, Signora Anna De Luca, di donare la bella composizione di fiori offertale dalle scolaresche alla Mamma del compianto marito, sia il fatto che nel corso della sua allocuzione il Comandante Generale volle vicino a sé i due piccoli orfani. Ma l’Arma avrebbe continuato ancora, negli anni a venire, in quella Regione così difficile e amara, ma tuttavia meravigliosa, ad offrire il proprio contributo di sangue sul Fronte del Dovere. Fu così, il 2 dicembre 1993, per l’attentato, fortunatamente andato a vuoto, nella zona di Saracinello, nella periferia sud di Reggio Calabria, quando i carabinieri Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra furono assaliti a colpi di mitra e lupara; fu ancora così il 18 gennaio 1994, quando lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, nei pressi dello svincolo di Scilla, vennero uccisi, in un vile agguato mafioso, gli Appuntati Scelti Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, in servizio presso il Nucleo Radiomobile della Compagnia di Palmi; e così ancora il 3 febbraio 1994, quando Reggio Calabria si svegliò con un nuovo attentato nella notte, ai danni di due giovani Carabinieri, subito ricoverati in ospedale. Nell’ arco di due mesi, quindi, lo stesso gruppo di fuoco, libero da vincoli territoriali, con le stesse micidiali armi, commise ben tre attentati, tutti contro appartenenti all’ Arma. Atti, questi, della micidiale strategia della ‘Ndrangheta, volta a intimidire lo Stato e l’azione di contrasto delle Forze dell’ordine; ma lo Stato, allora, rispose prontamente, con l’ invio di 1350 militari di leva (la nota Operazione Riace) e con l’invio di ulteriori contingenti di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza. Ma perché l’ attacco proprio ai Carabinieri? “Perché sono un simbolo dello Stato”, affermò il Magistrato Vincenzo Pedone, della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, “perché colpendo loro, colpiscono l’immaginario collettivo”. “Ma sia certo..”, affermò il Comandante Generale, Luigi Federici, che giunse nell’immediatezza dei gravi eventi, come sua abitudine, per far visita ai feriti e ai familiari, come per incontrare i suoi Carabinieri e i Magistrati: “..gli uomini in divisa non arretreranno di un solo passo!”. Sì, così è stato allora, così è stato negli anni successivi, così sarà sempre!

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