Spettacolo

Il ragazzo della via Gluck.

Roma, 13 febbraio 2026.

Tra qualche giorno, esattamente il 24 febbraio, entreremo nel pieno della competizione sanremese per l’edizione numero 76 del Festival della canzone italiana.

Ormai sono tanti anni che la “kermesse” inizia dal martedì per poi concludersi nella serata finale del sabato, che quest’anno sarà il 28 ultimo di febbraio.

Pallidi ricordi quando il Festival era strutturato su giovedì e venerdì, semifinali, con la finalissima al sabato sera e con più di venti milioni di italiani incollati davanti al televisore.

Proprio oggi, sessant’anni fa, va in pubblicazione un brano che fece discutere l’Italia per la sua clamorosa eliminazione dalla finalissima dell’edizione numero 16 del Festival di Sanremo, che andò in scena dal 27 al 29 gennaio 1966.

Il brano in questione è “Il ragazzo della via Gluck”, interpretata da Adriano Celentano.

La canzone italiana si stava pian piano sdoganando dalle liriche dove “amore” faceva rima con “cuore”, con la comparsa dei cantautori, dei complessi, dei capelloni, nel solco di una rivoluzione con protagonisti, tra tanti, i Beatles e i Rolling Stones.

Celentano presenta un pezzo autobiografico, una poesia carica di malinconia e rabbia, assolutamente anticonformista che fa emergere tematiche sociali a sfondo naturalistico.

Insieme a Beretta, Del Prete e Detto Mariano, Celentano canta contro la brutalità di imprenditori che in combutta con i gestori della città spianano abitazioni povere, di bassa rendita, per erigere casermoni e grattacieli.

Al di là del motivo, musicalmente gradevole, è il testo la cosa di maggior pregio: <Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluck, in una casa fuori città, gente tranquilla che lavorava…>.

“Il ragazzo della via Gluck” è un simbolo, è colui che ha lasciato il luogo natio in cerca di nuove avventure e che in seguito si accorge che la parte più spensierata è rimasta in periferia.

Passano gli anni ma otto son lunghi” è l’esatto riferimento al tempo trascorso, nel 1966, da quando il Molleggiato cominciò la sua carriera nel 1958.

Come detto l’epoca è quella delle contestazioni giovanili e Celentano, per la prima volta, cavalca il tema dell’ecologia molto sentito tanto che, per portare questo brano a Sanremo, rinuncia a “Nessuno mi può giudicare”.

Inizialmente pensato per il Molleggiato il pezzo sarà il trampolino di lancio dell’emergente Caterina Caselli, soprannominata “Casco d’oro” per la sua acconciatura.

Celentano ha poi inventato un modo di presentare la canzone attraverso un video che lo vede, con la chitarra a tracolla, attraversare un grosso cantiere, nella periferia milanese, con vari edifici in costruzione.

Oggi è normale vedere un cantante esibirsi in “video clip”, ma sessant’anni fa un’innovazione assoluta per le platee italiche.

Il ragazzo della via Gluck”, come accennato, fu clamorosamente eliminata dalla finalissima del Festival che, per la cronaca, vide il quarto successo del “Mimmo nazionale”, al secolo Domenico Modugno, in coppia con Gigliola Cinquetti con “Dio come ti amo”.

Tuttavia il successo nelle vendite fu immediato, per svariati mesi tra i primissimi posti nelle classifiche e molteplici traduzioni in molte lingue.

Francoise Hardy, cantautrice parigina, famosa anche in Italia, la interpretò qualche mese dopo con il titolo “La maison où j’ai grandi” suscitando in Dario Fo una simpatica considerazione.

<Caro Adriano in francese è una meraviglia, poteva cantarla anche Charles Aznavour: “Voilà l’histoire d’un gà comme nous tombè par hazzard dans la banlieu”…>.

Prosegue Fo: <Non hai provato a cantarla? Avresti un gran successo. Provaci, potresti finalmente sfondare!>.

<Là dove c’era l’erba ora c’è una città, e quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà?>.

Un successo senza tempo, forse la canzone più significativa dell’immenso repertorio del Molleggiato, al secolo Adriano Celentano.

FOTO:  Archivio personale  copertina 45 giri.