Racconti di sport

Il Grande Torino.

Settant'anni fa l'inizio di una Leggenda.

Roma, 2 maggio 2019

Il tempo è pessimo, nuvole basse e pioggia battente; sembra l’incipit di una radiocronaca di Sandro Ciotti quando descrive magistralmente il contesto della partita di calcio che di lì a poco racconta da par suo.
Invece, pochi secondi dopo, esattamente alle 17,03 del 4 maggio 1949 s’interrompe la trionfale storia del Grande Torino perché un terrificante boato certifica l’impatto tra il trimotore Fiat G-212 e la Basilica di Superga, avvolta in una fitta nebbia.
Settant’anni per ribadire lo status di “Leggenda” di una squadra di calcio che diventa Leggenda già due giorni dopo l’immane tragedia quando a Torino, Palazzo Madama davanti alle bare allineate, sfilano più di mezzo milione di persone a rendere omaggio.
I giocatori del Toro tornavano da una trasferta a Lisbona per un’amichevole contro il Benfica organizzata per celebrare l’ultima partita dello storico capitano lusitano Ferreira, amico del capitano granata Valentino Mazzola.
Nel disastro perirono trentuno persone fra atleti, tecnici, giornalisti, persone dell’equipaggio, con unici superstiti tre giocatori ed il presidente Ferruccio Novo rimasti per vari motivi a Torino.
I granata dal ’43 al ’49 furono dominatori incontrastati del campionato italiano di calcio, vincendo cinque scudetti consecutivi compreso l’ultimo che fu assegnato, dopo la tragedia, con le rimanenti gare disputate da tutte compagini giovanili.
Il Torino nell’immediato dopoguerra incarnò i sentimenti di tutti gli italiani, che uscivano triturati dal conflitto mondiale e da una dittatura pesante, e come Coppi e Bartali e Nuvolari e Ascari rappresentò la voglia di riscatto, il ricominciare a vivere.
La squadra, anno dopo anno, si migliorò sempre di più fino a dare alla Nazionale ben 10 titolari su 11 nella primavera del ’47 col solo portiere Sentimenti IV al posto di Bacigalupo.
La formazione-tipo fu una filastrocca che ci accompagnerà per più di trent’anni anche per altre formazioni storiche ed era: Bacigalupo, Ballarin, Maroso; Grezar,Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
Sintomatica la storia di Ballarin, aitante terzino di Chioggia, a cui una zingara predisse che sarebbe morto giovane in un incidente aereo e la cui storia rivivrà prossimamente in uno spazio museale nella sua cittadina d’origine, per iniziativa della nipote Nicoletta Bovolenta.
Tante furono le imprese compiute dai granata e particolare rilievo assunse il contributo che diede un tal Oreste Bolmida, un giovane ferroviere che suonava la tromba dalla tribuna dello stadio Filadelfia; era il segnale, a circa 15-20 minuti dalla fine dell’incontro, che scatenava la squadra nel caso la gara non avesse preso la piega desiderata o semplicemente se si era in una fase di stanca ed a sostegno di ciò il classico gesto in mezzo al campo era del capitano Valentino Mazzola che materialmente si rimboccava le maniche.
Ma non solo succedeva questo al Filadelfia, in casa, perché anche in trasferta spesso Mazzola dava il segnale della riscossa ed ebbi testimonianza diretta tanti anni fa quando un mio zio, Aldo, mi raccontò di un Roma-Torino allo stadio Nazionale, attuale stadio Flaminio.
Nel campionato ‘47/’48, per l’esattezza il 5 di ottobre, mio zio Aldo a quattordici anni andò a vedere la partita della sua Roma col grande Torino e tanta fu la sua gioia alla fine del primo tempo con i giallorossi in vantaggio per 1-0, con goal di Amadei. Il sogno durò fino al 60’ quando Mazzola fece il gesto di rimboccarsi le maniche ed alla fine della gara il Toro vinse per 1-7, con tre reti del Capitano! Seppur velatamente triste il racconto di mio zio fu il classico “quel giorno c’ero anch’io”, anche se la sua squadra del cuore fu travolta da degli autentici fenomeni; era il racconto di uno straordinario pomeriggio vissuto con la consapevolezza che certi uomini, certe gesta, andavano oltre ogni epoca, oltre ogni retorica.
Sarebbe successo a tanti altri nel tempo, anche a chi non ha mai tifato Toro. La nostalgia, la commozione per un amore, la fede immortale.
La ricorrenza quest’anno è preceduta dal derby contro la pluriscudettata Juventus, in casa di quest’ultimi, e chissà che i granata non ripetano la famosa stracittadina della settimana successiva la morte di Gigi Meroni, quando travolsero per 4-0 i bianconeri.
Ogni anno il 4 maggio granata ricorda un gruppo immortale, di eroi giovani e belli per sempre con varie manifestazioni presso la Basilica di Superga e posso testimoniare, per esperienza diretta, che l’emozione che ti prende è forte, un groppo alla gola, anche senza essere tifosi torinisti.
Indro Montanelli scrisse all’epoca: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto, è soltanto in trasferta”.

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