Spettacolo

Teatro dell’Opera – Trittico americano con coreografie di Rhoden , Limón e Ailey

danza trittico operaFantasia di danze, fra accademia e contemporaneità

Roma, 14 aprile – Si riapre il sipario del Teatro dell’Opera di Roma con due novità di rilievo, la nomina di Giorgio Battistelli  a co-direttore artistico assieme a Alessio Vlad e quella   di Eleonora Abbagnato, la ballerina palermitana che continua a brillare all’Opéra di Parigi e che, per motivi familiari (essendo moglie del difensore della Roma Balzaretti) si incontra sempre più spesso nella Capitale, come direttrice del Corpo di ballo. La sua presenza a teatro siamo certi darà impulso ad una rinascita della danza, i cui spettacoli sono sempre molto ben accolti dal pubblico. Ed ecco un programma che racconta la danza contemporanea americana.

 “And so it is”, è una coreografia pensata da Dwight Rhoden  appositamente per il Teatro dell’Opera di Roma, dove prevale l’argento spento, anzi, il colore acciaioso, nei costumi degli uomini con pantaloni in pelle lucente che sembrano di metallo, lineari e raffinati,  nelle luci molto curate. Il tono generale vira sul non colore, un terreno intermedio, una sorta di intercapedine fra le pagine di Bach e questa danza moderna che si appoggia tutta sulla vigoria dei corpi, mettendo in movimento ogni muscolo. Età diverse, linguaggi diversi e alla base l’uomo nel suo farsi e disfarsi nella relazione di coppia: questo è “And so it is”, dove si esplorano le intermittenze dell’amore  sotto il tessuto musicale della Fantasia cromatica e Fuga in re minore (Bwv 903) e  della Toccata, Adagio e Fuga  in do maggiore (Bwv 564) e della Ciaccona dalla Partita n.2 in re minore per violino solo (BWV) con Vincenzo Bolognese al violino e Antonio Maria Pergolizzi al clavicembalo: il paradigma Bach con le infinite dimensioni e le sfumature dei sentimenti che racconta.

Un motivo di ispirazione per molti coreografi, eletto da Rhoden, questo talentuoso artista statunitense, co-direttore della Complexions Contemporary Ballet. Rhoden si carica di esperienze diversissime fra loro, ne esplora le potenzialità: ecco che alcuni suoi lavori vibrano sul palcoscenico del Mariinskij di San Pietroburgo, sono eterei acrobazie per le Cirque du Soleil, ma frequentano i palcoscenici di artisti pop come Prince o gli U-2.  E lui stesso balla in alcuni movie di successo mondiale come Ghost e Dirty Dancing.

Lui spazia e distrugge  le barriere dei generi, mescola stili e tecniche, cerca un linguaggio cromatico nuovo che sappia confrontarsi  con il passato, dove l’Accademia si misura con l’hip hop, il tutto all’insegna della velocità di movimento, di equilibri particolari, con i ballerini che portano ognuno il proprio talento, che esaltano i muscoli, tutti i muscoli, specie del torso, ma anche della testa, facendoli saettare sotto le luci. E i muscoli raccontano le storie da lui pensate, diverse una dall’altra eppure sotto l’egida della stessa emozione e volontà espressiva.

Il secondo autore celebrato è il messicano José limón. La sua “ Moor’s  Pavane “ è un capolavoro, qui ripreso da Sarah Stackhouse, che resiste al tempo e perpetua il successo dal 1949, anno della sua creazione. Il filo narrativo parte dalla tragedia di Shakespeare, “Otello”, ma la storia è sublimata dalla riduzione a solo quattro personaggi: il Moro, (Damiano Mongelli), la Moglie del Moro (Gaia Straccamore), il suo Amico (Giuseppe Depalo), la Moglie (Alessia Barberini), che si muovono sulle note di Henry Purcell . È una coreografia che si articola fra le memorie di danze di corte, come la pavane e i rondò, e la modern dance, mentre il pathos  dei sentimenti dei personaggi li costringe a movimenti spiraliformi che si conchiudono su se stessi lungo il fil rouge di un fazzoletto bianco come la veste di Desdemona, contrapposta alla tunica magenta scuro del Moro, al giallo aspro di Jago e alla veste aranciata di Amelia. In questa coreografia, dove si avvertono gli stilemi propri dell’arte di Limón, con le oscillazioni del corpo in forme semicircolari che ricordano le articolazioni del flamenco, i colori sono personaggi in scena e i costumi di Pauline Lawrence li esprimono in sommo grado. 

 A completamento, “The River”, un classico della coreografia contemporanea di Alvin Ailey, ripreso da Clifton Brown, su musiche di Duke Ellington. Creato nel 1970 per  l ‘American Ballet Theatre, esalta lo “spirito danzante” dei neri d’America  che mescola insieme la modern dance, la danza classica, il jazz e il musical di Broadway.

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