Spettacolo

Accademia di Santa Cecilia – Michael Tilson Thomas dirige le sorelle Labèque

teatro Katia Marielle LabèqueLa   forza della malinconia
Concertista virtuoso e straordinario creatore di musica, ecco Wolfgang Amadeus Mozart poco più che ventenne, attento a sondare le possibilità espressive di uno strumento che sembrava creato per le sue esigenze, per regolare con ordine ed equilibrio una quantità di temi che gli germogliavano in mente, sfruttando ogni novità tecnica: sembrerebbe una di quelle schede pre-tracciate che si accompagnano ai brani musicali, in questo caso al “Concerto per due pianoforti in mi bemolle maggiore” K 365, ma è quanto sorge spontaneo ascoltando il programma sinfonico settimanale dell’Accademia di Santa Cecilia, con Katia e Marielle Labèque che si sono esibite sotto la guida del direttore Michael Tilson Thomas. Lo spettacolo è stato dedicato alle vittime di Manchester, ricordate anche dall’applauso commosso di tutto il pubblico in piedi.
Il Concerto dispiega fin dalle prime battute un andamento virtuosismo che si rimanda a specchio dall’una all’altra delle pianiste, sciorinando intera quella vitalità, quella brillantezza delle scrittura musicale che rendono irripetibile l’arte di Amadeus. Il lavoro, composto di ritorno da Parigi e l’ultimo dei sei concerti composti a Salisburgo, sembra sia stato destinato ad essere eseguito in duo con Ninnerl, la sorella pianista. Nel movimento iniziale, il ruolo dell’orchestra si mantiene sobriamente in ombra, interviene solo nelle parti introduttive, quasi esaurendosi in una funzione di coordinamento fra i due pianoforti.  Il clima elegantemente mondano del primo movimento sfocia subito dopo in un Andante dal carattere un po’  malinconico, un intimo colloquio fra i due strumenti espresso tuttavia da una straordinaria ricchezza  tematica che le sorelle Labèque raccontano con partecipazione. Nel Rondò finale, dopo un momento nella modalità minore, con  l’orchestra che assume un più sostenuto vigore, si avverte l’eco di una canzonetta popolare austriaca e viene recuperata la gioiosità tipica di un Allegro.
La grande architettura della Quinta Sinfonia di Gustav Mahler è protagonista della seconda parte del programma. Un cambio repentino di epoca e di emozioni, un approfondita esplorazione delle inquietudini dell’animo umano, sempre scosso dal dolore che si sublima nella disperazione che tenta di attingere al conforto della speranza. La Quinta fu composta da Mahler tra il 1901 e il 1902 in un momento determinante della vita: aveva conosciuto e presto avrebbe sposato Alma Schindler, la più bella fanciulla di Vienna. Un momento di cambiamento che si fa suono in quest’opera monumentale, perché la Sinfonia è anch’essa un punto di svolta, chiude il ciclo delle “Sinfonie del Wunderhorn” lasciandosi dietro le sinfonie vocali e si proietta nelle opere future strumentali.
La Sinfonia è articolata in tre grandi parti, a loro volta suddivise in cinque movimenti. L’incipit è costituito da una dolente “Marcia Funebre” (“Con andatura misurata. Severamente. Come un corteo funebre”), pagina di un’amara bellezza con gli squilli di tromba che risvegliano la dolcezza degli archi. Le note fascinose si animano nella potenza e nelle tempeste evocate nel Secondo movimento (“impetuosamente mosso e con la massima veemenza”). La parte centrale della Sinfonia, lo Scherzo, che Mahler vuole “Vigoroso, non troppo presto”,  assume su di sé l’allure, la forza e la vitalità di una danza. Una parentesi spensierata prima dell’immersione nelle atmosfere dell’Adagietto, pagina celeberrima, che Luchino Visconti fece conoscere ed amare dal mondo intero quando la scelse per raccontare l’amore del professore Aschenbach per il divino fanciullo Tadzio in “Morte a Venezia”, tratto dal romanzo di Thomas Mann. È come la vetrina dove risplende l’Ethos, con un sentimento di dolcezza sfibrata,  e  un po’ decadente, un lirismo soffuso dagli archi misto  a un senso di spiritualità quasi trascendente, anzi un punto d’incontro fra immanenza e trascendenza, il racconto di un sentimento imprescindibile che era poi quello dello stesso Mahler.  Nel Rondò Finale, l’orchestra in un progressivo crescendo sembra svincolarsi dalle strettoie malinconiche per esplodere con forza in tinte vitali.
Tilson Thomas, che ha diretto senza il sostegno della partitura, ha costruito con eleganza e profondità l’ardita architettura di suoni, sostenendo la magnifica esibizione della nostra maggiore orchestra sinfonica. 
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