Spettacolo

Teatro Piccolo Eliseo – Emma Bovary con Lucia Lavia

teatro bovaryUn tunnel senza uscita

Roma, 28 febbraio – “Madame Bovary c’est moi”, amava confessare Gustave Flaubert. Così potrebbe  agevolmente dire Lucia Lavia/Emma, di scena al Piccolo Eliseo nell’allestimento curato dalla regia di Andrea Baracco, tanto è compiuto il processo di identificazione fra attrice e personaggio. Un’attrice nel cui dna si agitano le straordinarie e geniali componenti familiari, di Gabriele Lavia, il papà, di Monica Guerritore, la mamma, che diversi anni fa è stata una incommensurabile Emma. Chi ha avuto la possibilità di assistere alla sua interpretazione ricorda senza dubbio le onde di passione pura che traversavano la scena in modo coinvolgente.

Lucia, ora, dà la sua grinta, la sua giovinezza appassionata, il suo ardore a Emma e Emma la ripaga facendosi permeare del viso, dello sguardo, della forza di Lucia.  Un’osmosi continua che finisce per annullare il personaggio conferendogli una verità nuova. Perché  le Emme, le Anne Karenina, le Carmen raggiungono  la verità e l’immortalità proprio nel contatto con la grandezza e la bravura di chi le interpreta.

Lucia/Emma lievita sul palcoscenico sin dall’entrata in scena. Lei soffre con Emma, ride, piange, fa spazio nella propria pelle al personaggio, adotta la sua fame inesausta nel tentare di sfuggire all’eterno grigio di un paesino e di un marito spento e demotivante.

Nel suo immortale personaggio c’è condensato non solo una visione della vita del suo tempo, la seconda metà del XIX° secolo, farcita di perbenismi e di sopraffazioni, ma anche tutta la rabbia, l’indignazione, la costrizione, la ribellione di una ragazza ambiziosa cresciuta in convento e ora pronta a conquistare il mondo. Se Emma fosse vissuta nel XXI° secolo avrebbe cercato in se stessa forze endogene che la facessero volare in alto.  Invece è l’anacronismo a dettare legge nella sua vita,

Nello spettro aperto delle possibilità c’è un matrimonio borghese e forse la speranza  di uccidere la routine, l’appiattimento. Lei ha tutto per perforare la barriera della sua condizione: è giovane, bella, elegante, sa lanciare in alto il piedino nelle danze e il suo sorriso è un chiaro immodesto invito ai giovani del paesino. Che vanno al sodo trascinandola in sordide relazioni extra coniugali, troppo sciocchi per comprendere la sua fame di gioco, di allegria, il suo bisogno di scrollarsi di dosso le ragnatele che Charles, suo marito, medico di campagna, sta facendo accumulare sulla sua disperazione. Eppure Emma aveva sperato di regalargli un po’ del suo coraggio. Lui avrebbe potuto inventare un nuovo rimedio, o mettere a punto una tecnica chirurgica inedita che gli facesse abbandonare le strettoie del paesino e lo trascinasse in alto, verso la gloria. E lei con lui. Basterebbe così poco a farla uscire dal groviglio di catene. Persino un ballo in una casa di borghesi benestanti dove lei in certo qual modo esibisce le sue potenzialità: è brillante, gioiosa, bella ed elegante nel bell’abito rosso.  Una novità che forse si potrà ripetere, non fosse che Charles non sembra interessato e se ne sta per tutto il tempo a giocare a carte, mentre Emma titilla la propria follia, perché è amata e desiderata e certamente ancora ci saranno balli e ancora brillerà della sua vitalità.

Emma cerca inesausta la via per allontanare la mediocrità, ma quello che le si propone è una gravidanza non desiderata, e poi la nascita di Berthe, una bambina che prova ribrezzo a toccare. Anche se poi il suo stesso comportamento la riempie di sensi di colpa. Almeno fosse nato un maschio.  Chissà anche lui avrebbe potuto essere la tempesta che trascina via folate di noia e lei avrebbe trovato lo sbocco finalmente alla sua condizione disperata. Donna di passioni travolgenti, Emma non può resistere alle frustrazioni, ai desideri che sente ribollire, alle aspirazioni ad un futuro che non potrà mai avere. La noia si può anche combattere raccogliendo le sollecitazioni del mercante che le propone il bello da comprare a rate,  inavvertibile nella economia generale della famiglia: una trappola. Ancora una trappola sul suo cammino. Forse avere bei mantelli, belle gioie può servire a scrollarsi di dosso l’infelicità. Emma si  riveste a nuovo. Come non essere trascinati dalla sua voglia di vivere? Persino Hyppolite il ragazzo con il piede caprino, non saprebbe rifiutarle nulla. Se Charles riuscisse ad operarlo con successo, sarebbe un colpo ben assestato al destino che la contrasta. Il povero giovane non ha il coraggio né la forza di opporsi a lei. Malgrado Charles non abbia alcuna competenza chirurgica, spinto da Emma interviene su quello strano piede, ma la sua incompetenza, la mancanza di adeguate precauzioni igieniche provoca una gangrena e la gamba deve essere tranciata.

Balzando con foga ferina Lucia/Emma traversa il palco, la platea correndo come una farfalla impazzita, ormai c’è un solo traguardo alla disperazione, quello stesso che gli impongono le ristrettezze economiche. Charles non potrà ripagare il debito contratto da lei,  e lei si rivolgerà invano a coloro che credeva l’amassero, per aiuto. Ma non c’è speranza per la falena pericolosamente vicina al fuoco. La soluzione nella  rabbia e nell’alienazione rese ancora più angoscianti per le venature di turpitudine  e di ingiustizia, per una vaga forma di responsabilità verso Charles non possono che essere l’ultimo gradino da salire, quello che conduce verso il grande nulla. Emma si suicida,  avvelenandosi.

Perfettamente supportata da una corona di attori molto bravi, Lucia Lavia condivide il successo attenuto con il cast:  Lino Musella e poi Gabriele Portoghese, Mauro Conte, Laurence Mazzoni, Roberta Zanardo. Elisa di Eusanio e Xhuljo Petushi. La drammaturgia è aggiornata nella riscrittura di Letizia Russo. Molto interessante la scena che con pochi elementi scorrevoli dà l’idea dei vari luoghi degli eventi e veramente belli i costumi, specialmente quelli di Emma,  creati assieme alla scena da Marta Crisolini Malatesta.

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