Politica

Dove va il Pd ?

Roma, 31 ottobre – I politologi ed i cattedratici hanno ormai detto e scritto quasi tutto sulla storia del PD, dalla sua origine ai giorni nostri, eviscerando anche gli aspetti più reconditi del più grande partito della sinistra italiana che non ha mai rinnegato solennemente il proprio passato.

Che si tratti di coerenza, di opportunismo logistico-strategico o di incrollabile passione ideologica, nessuno può affermarlo, né escluderlo, soprattutto per le complesse valutazioni che scaturiscono dal  divario generazionale esistente tra i giovani del PD di oggi e gli irriducibili reduci e nostalgici del vecchio PCI.

Ebbene, in questo bailamme di sigle, di atteggiamenti e di scelte anche importanti, non è mai stata definitivamente debellata la propensione scissionistica.

Infatti, a cominciare dal congresso di Livorno del 1921, è stato un susseguirsi di scissioni, separazioni, riconciliazioni ed una sequela  di sigle iniziata da Occhetto nella sezione della Bolognina subito dopo la caduta del muro di Berlino.

Un travaglio continuo che sembra faccia parte integrante del DNA dei militanti di sinistra.

In questi giorni il fantasma di una nuova scissione aleggia e continua a fare capolino nei discorsi e negli atteggiamenti di alcuni componenti della minoranza all’interno della segreteria del partito.

Va sottolineato il fatto che la sinistra non è mai stata maggioranza nel Paese e, molto verosimilmente, non lo è nemmeno oggi che sta alla guida del governo.

E’ vero che nelle ultime elezioni europee Renzi (non il PD), ha stravinto con quasi il 41% dei votanti, ma è opinione ricorrente che si è trattato di un voto di protesta supportato da un preoccupante fenomeno di astensionismo.

Per onestà intellettuale bisogna riconoscere che l’attività di governo del Presidente del Consiglio e dei suoi Ministri,  intercetta i desideri ed i bisogni degli Italiani con un programma di riforme che, qualora venissero approvate in tempi ragionevoli, risolleverebbero il Paese e, contestualmente, si estenderebbe anche il consenso dei cittadini.

Ma l’aspetto paradossale è rappresentato dalla incongruenza di taluni esponenti di rilievo del partito stesso, i quali, anziché incoraggiare e favorire questa inattesa tendenza espansionistica, si mettono di traverso minacciando di impallinare il governo nelle aule parlamentari.

Questo ventilato autolesionismo, non solo penalizzerebbe l’intero elettorato di sinistra, ma si ripercuoterebbe  sulle classi meno abbienti e più povere, perché allo stato attuale delle cose, non si intravedono all’orizzonte soluzioni alternative, idonee a costituire un governo migliore.

L’unica speranza di approvare le riforme e completare la legislatura, è rappresentata dall’attaccamento alle proprie poltrone da parte dei nostri deputati e senatori, perché è arcinoto che saltando il governo, si va tutti a casa e nessuno avrebbe la matematica certezza di  reinserirsi e sedersi nuovamente sugli scranni occupati.

 

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