E dopo il Sinodo?


Oppure, come fuoco d’artificio, il fatto è lanciato, mostrato in alto, per ricadere poi nel tappeto informe del quotidiano. La chiave della Misericordia apre a un Universo Altro. Il piccolo o piccolissimo può divenire, ancora, punto nevralgico, mentre la vastità di una dimensione può perdere interamente peso, se non va a confronto. Nel Primo Incontro Interreligioso di Assisi il 27 ottobre 1986 abbiamo vissuto un’esperienza epocale: l’ offerta, in Assisi, di rappresentativi luoghi di culto cattolici, traslati altrove Ostie e Vino consacrati, viene estesa ai riti delle altre Religioni. E di luoghi significativi in spazi aperti, laddove culti diversi richiedevano la presenza di Acqua, Sole, Luna, piante.
Mai si era accolto in completa fraternità, così. Il Sinodo oggi, dopo tanti anni, si offre ricco di tematiche: diversità di opinioni, impostazioni, pluralità di necessità locali e di situazioni di cui, anche dopo la chiusura, si dovrà tenere conto.
Massima attenzione per i bambini nel Nuovo Testamento, con il riconoscimento delle loro istanze e, in particolare, la loro imprescindibile necessità di accoglienza. Il bambino non può cambiare le situazioni politiche secondo le aspettative dei Discepoli, ma è presente nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca. Il bambino gioca in mezzo alla terra, si può ammalare più facilmente, quindi, può apparire impuro, fonte di pericolo, quasi come il lebbroso. Ma dei bambini, come dei semplici, è il Regno dei Cieli.
Rispetto alla necessità di attenzione precisa alle istanze, la citazione di una testimonianza: S. Giovanni XXIII nel Discorso sui Segni dei Tempi il 13 novembre 1960, durante la liturgia in rito bizantino slavo, in onore di S. Giovanni Crisostomo, disse: “La Chiesa non è un museo di archeologia, radicata nella fede ricevuta dagli apostoli, essa deve saper guardare il presente e proiettarsi verso il futuro per aggiornarsi, per essere vicina agli uomini e rinnovarsi sotto l’ausilio dello Spirito”. Parole di oltre mezzo secolo e più che attuali. Diversamente dal pensiero diffuso fra i vescovi polacchi, in terra di Germania molte posizioni si orientano verso una necessità di intervento sulle ferite della famiglia attraverso una gradualità penitenziale. Il Cardinale Reinhard Marx , a capo dell’episcopato tedesco, arcivescovo di Monaco e Frisinga, sottolinea la necessità di non disperdere l’appartenenza alla Chiesa, anche nella sofferenza. S. Tommaso d’Aquino ritiene l’Ostia pilastro fondamentale per la Salvezza, Bene della Chiesa. Su tale presupposto la preoccupazione che viene dal negare l’Incontro che rinnova all’Assetato di Cristo, all’Affamato di Verità non scomunicato. Il Sangue di Cristo è stato versato per tutti: il Calice va custodito, preservato dal sacrilegio, non segregato.
In tale dimensione ci chiediamo: accedere alla Comunione Spirituale, fatto possibile per tutti coloro che non sono scomunicati – e i divorziati risposati non lo sono – è lontano dall’accedere concretamente al Sacramento nella Specie? “Chi” viene salvaguardato dalla differenza? Forse i peccatori, quale monito per la loro vita imperfetta? Rende più completa la devozione al Cristo? Egli non si è scansato dal lebbroso, dall’impuro. L’approccio per il credente è la Fede e la sofferenza per l’imperfezione. Dato che in passato, per millenni e finora, la Chiesa non ha predisposto un adeguato percorso di preparazione richiesta, comunque pretesa, dalla coniugalità medesima, se ne vorrà ancora attribuire la responsabilità ai coniugi, investiti del ruolo di ministri del Sacramento dalla medesima realtà ecclesiale? Dove divenire sacerdote richiede una preparazione pari a una gran parte di vita e dove la responsabilità dell’imposizione del Sacramento appartiene al Vescovo e non .a chi la riceve (come avviene invece per gli sposi). E ancora dove, in caso di insostenibilità nella coscienza, è pur concessa la riduzione allo stato laicale nella Prassi, per il sacerdote,con la possibilità, dopo, di contrarre matrimonio religioso.
Il sacerdote resterà tale, non essendo il Sacramento veste che si dismette, ma non eserciterà il proprio ministero nella vita comune. Troveremo la volontà nella Chiesa di assumersi la propria parte di responsabilità in tutto ciò? Papa Francesco, pochi giorni orsono, ha citato il problema, soffermandosi sulla carente preparazione al matrimonio a fronte di un lungo percorso per il sacerdozio. Non ci aspettiamo che la Chiesa lasci l’errore solo nella mano di chi l’ha commesso (non abbastanza. fortificato).
Il percorso potrebbe iniziare molto prima che ciascuno sia già nella prospettiva matrimoniale. E non crediamo che la risposta possa implicare le esigue ore di religione a scuola o la preparazione dei fanciulli e dei giovanissimi per la Comunione e Cresima. Speriamo si offra, la Chiesa, rimedio alla ferita. L’Arcivescovo di Vienna, Christoph Shoenbon, ricorda al Sinodo come con “Lumen Gentium” (che insieme a “Sacrosanctum Concilium”, “Gaudium et Spes” e “De Verbum” fa parte della Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II) emanato e promulgato dal Beato Paolo VI il 21 novembre 1964, la Chiesa abbia già riconosciuto che anche altrove si possono trovare molti elementi di Santificazione e Verità.Il passato ci offre informazioni sul presente. Dopo il Decreto di Unione per gli Orientali il 14 luglio 1439 con Papa Eugenio IV durante il Concilio di Ferrara-Firenze e dopo il fallimento nel 1541 dei “colloqui fra Cattolici e Protestanti” a Ratisbona, il Concilio di Trento, avvenuto dal 1545 al 1563 in tre momenti e con tre Pontefici (Paolo III, Giulio III e Pio IV), ha emanato, sui Sacramenti, il Canone VII°. Va detto che il denominato “Tametsi”, Primo di Dodici Capitoli del De Reformatione Matrimonii è stato di riferimento dall’ 11 novembre 1563 fino al 1917, data dell’Istituzione del Diritto Canonico. Vennero delineate condizioni precise non consentendo la prassi del Matrimonio Segreto (pur non togliendo la validità, essendo sacramentale, a quelli celebrati in forma segreta), venne vincolato il rito alla presenza del sacerdote e di almeno due testimoni, con l’istituzione di adeguati registri parrocchiali, sancita la libertà del consenso di entrambi i coniugi, l’unità e indissolubilità del matrimonio. Il 20 luglio 1563, vennero distribuite ai Padri Conciliari pagine che proponevano l’anatema contro chi portasse avanti l’accettazione di seconde nozze come conseguenza di un adulterio, ma l’11 agosto, ambasciatori veneziani portarono le istanze delle isole greche che facevano parte dei domini di Venezia nel Mediterraneo (Creta, Cipro, Corcira, Zacinto e Cefalonia). Fra loro esisteva una tradizione che consentiva, pur riconoscendo l’indissolubilità del matrimonio, nuove nozze, sotto la valutazione del Vescovo in caso di adulterio della moglie, con un rito penitenziale. Il Concilio, allora, fece molto di più: compì un passo decisivo per la dignità di entrambi i coniugi ed in particolare per la donna. Con 97 voti a fronte di 80 fu dunque ratificato l’11 novembre 1563, nella XXIV sessione che l’adulterio del marito veniva equiparato a quello della moglie. In qualche modo, si tenne conto anche della romana “Prassi-Sine Manu” che, equiparando la donna, non la rendeva più soggiacente al marito come, invece, nella “Prassi-Cum Manu” in cui dalla tutela del padre passava a quella del marito. Il testo conciliare: “Se qualcuno dirà che la sacrosanta romana Chiesa cattolica apostolica, che è maestra di tutte le altre (secondo la dottrina del Vangelo degli Apostoli) ha sbagliato o sbaglia quando ha insegnato o insegna che il vincolo del matrimonio può essere sciolto per l’adulterio dell’altro coniuge, e che l’uno o l’altro coniuge o almeno quello innocente, che non ha causato l’adulterio, possa contrarre un nuovo matrimonio, vivente l’altro coniuge e che commette adulterio chi, dopo il ripudio dell’adultera, sposi un’altra, e così pure la donna che, dopo il ripudio del marito adultero, sposi un altro,sia anatema.”
In seguito, con la perdita del dominio su quelle isole, finite sotto l’Impero Ottomano, l’adeguamento alle tradizioni greche non destò più interesse e venne anzi richiesta una preventiva affermazione di adesione alla indissolubilità del matrimonio per far parte della Chiesa in territori con pressanti interferenze di altre confessioni. Per dire che la Storia fa parte delle vicende anche umane della Chiesa.
