Cronaca

Il caso Tortora e il caso Siani, due storie diverse ma non tanto

TortoraDomenica 30 settembre e lunedì 1 ottobre, in prima serata su Rai Uno, è andato in onda “Il CASO ENZO TORTORA – DOVE ERAVAMO RIMASTI?”,  miniserie televisiva in due puntate; una fiction per raccontare la forse dimenticata vicenda giudiziaria di Enzo Tortora, uno dei personaggi televisivi più noti degli anni andati. 17 giugno 1983, Enzo tortora viene arrestato con l’accusa di essere un affiliato del clan camorristico Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo; in quel periodo è conduttore di “Portobello”, il programma di gran successo della Rai.

È il caso, è la storia di un arresto inutile, un’istruttoria carnascialesca con i pentiti che concordavano in barba a Magistrati e 007 antimafia le loro dichiarazioni in una stessa struttura protetta dove erano ospitati tutti insieme appassionatamente e dalla quale facevano addirittura telefonate estorsive all’esterno, un processo kafkiano o, meglio, farsa, una condanna ingiusta basata su fatti non dimostrati e, infine, un’assoluzione giusta, meritata, necessaria che avrebbe dovuto costituire un monito per l’intero sistema giudiziario italiano. Durante la fase dibattimentale del processo il numero degli accusatori aumentò e ad incastrare Tortora  furono  oltre ai camorristi Giovanni Pandico, ritenuto pazzo, Giovanni Melluso, detto “il bello”, soprannome che la dice tutta sulla vacuità del soggetto, e Pasquale Barra, detto “o animale”, perché mangiava il cuore degli assassinati, anche altri otto imputati delinquenti plurimi e reiterati, tutti accomunati nello spasmodico desiderio di usufruire dei vantaggi della recente Legge sui pentiti. Le accuse si basavano su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giovanni Puca, detto “O Giappone”, sulla quale compariva un nome che assomigliava a quello di Tortora con un numero di telefono non corrispondente al suo recapito. In realtà, il nominativo si riferiva ad un tale Tortosa.

L’unico contatto tra Pandico e Tortora erano alcune lettere inviate dal detenuto alla redazione di Portobello. Condannato a dieci anni, Tortora non si sottrae alla Giustizia e si fa arrestare, sebbene Parlamentare Europeo.

Questa volta, però, le cose vanno in modo diverso; le accuse dei pentiti crollano, cominciano a emergere innumerevoli contraddizioni e nel settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli, con Presidente Di Leo e giudice a latere Mariani (il processo era iniziato il 4 febbraio 1984 agli 834 imputati e si svolse in tre distinti tronconi; al termine dei tre gradi di giudizio si perverrà all’ assoluzione di oltre due terzi degli imputati) lo dichiara non colpevole con formula piena, restituendogli la libertà e la dignità. Probabilmente già malato e sicuramente logorato nell’anima, Tortora torna al suo lavoro e al pubblico di Portobello, che saluterà con quelle parole che hanno lasciato un segno nella memoria degli italiani: “Dunque… dove eravamo rimasti?”. Per chi volesse approfondire le vicende del caso Tortora, suggerisco l’interessante libro di  Vittorio Pezzuto, “APPLAUSI E SPUTI. LE DUE VITE DI ENZO TORTORA” (Sperling & Kupfer, 522 pagine, euro 15) ora ripubblicato, da cui è stato tratto il film per la TV. “Non siamo pazzi, non vogliamo essere screditati a vita” dichiararono il 19 giugno 1983 alla stampa i Magistrati Felice Di Persia e Lucio Di Pietro. Sappiamo tutti com’è andata a finire. Cos’è cambiato, venticinque anni dopo questa storica Caporetto dei ‘pentiti’ e di una parte della Magistratura napoletana che li aveva voluti trasformare in onnipotenti oracoli?

Cos’è cambiato da quel “Non siamo pazzi, non vogliamo essere screditati a vita”? “Poco”, sostiene Vittorio Pezzuto nel suo libro, “soprattutto perché gli inquisitori del caso Tortora non sono stati screditati, sono stati addirittura promossi; Felice Di Persia è diventato membro del Consiglio Superiore della Magistratura (e non basta a consolarci il ricordare che, quando ne presiedeva i lavori, Francesco Cossiga, Capo dello Stato, si rifiutava platealmente di stringergli la mano) nonché Procuratore Capo della Repubblica di Nocera Inferiore, mentre Lucio Di Pietro, che fino a pochi mesi or sono era Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, opera ora quale Procuratore Generale della Repubblica di Salerno; così, Luigi Sansone, il Presidente del Tribunale che condannò in primo grado Tortora a dieci anni di reclusione e a 50 milioni di lire di multa è Presidente della sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione a Roma,  come anche è diventato Procuratore Capo del Tribunale di Nocera Inferiore  Diego Marmo che, vestendo all’epoca la toga del Pubblico Ministero nel processo di primo grado, urlò un giorno a uno dei difensori di Tortora, nel frattempo eletto Deputato radicale al Parlamento europeo: “Avvocato Coppola, lei deve moderare i termini! Le ricordo che il suo cliente è stato eletto con i voti della camorra. Voi non avete alcun rispetto della vita umana!””.

Esempi che provano come, in questa sempre grande Italia, esponenti del settore pubblico operanti nella Magistratura, ma questo è valido anche per molteplici altri ambiti della Pubblica Amministrazione, abbiano continuato a percorrere, con animo libero da preoccupazioni (“serenamente, pacatamente” direbbe Veltroni,”sobriamente”, Monti), la strada che li conduce in alto, molto in alto, magari con gli applausi dei “lieto pensanti” sino alla meritata pensione, certi come sono che gli errori eventualmente commessi nell’esercizio delle loro funzioni non possano in alcun modo minacciare la progressione di una fortunata carriera. Dobbiamo anche sostenere, per tornare all’ambito giustizia, che a nulla è servito il voto degli italiani al referendum radicale che nel 1987 proponeva la responsabilità civile del Magistrato in caso di colpa grave; infatti, qualche mese dopo, il Parlamento ha varato una legge tuttora in vigore che ammette il risarcimento solo in casi eccezionali e comunque a carico non del Giudice ma dello Stato, quindi a spese nostre.

Altro libro che ci fa riflettere sui casi di una giustizia disattenta se non colpevole, è: “GIANCARLO SIANI. PASSIONE E MORTE DI UN GIORNALISTA SCOMODO” di Bruno De Stefano- Giulio Perrone Editore, giugno 2012. Ventisette anni fa, a Napoli, al quartiere Vomero, fu ucciso un ragazzo di nome Giancarlo, di cognome Siani,  giornalista precario, che aveva appena 26 anni, la cui memoria è ancora viva, eccome se è viva! Una memoria però ancora scomoda per chi ha vissuto gli anni Ottanta a Napoli e in provincia, per chi convive oggi con il ricordo di una stagione che ha visto le pericolose contiguità tra la politica e la  locale delinquenza, tra il potere napoletano e quello più allargato che supera la regione in cui Siani è nato, ha lavorato e vissuto fino ai suoi brevi 26 anni; una memoria che trova riscontri in una realtà tragica di malaffare che lievitata giunge sino ai nostri giorni molto rafforzata. Le prime indagini sulla sua morte iniziano con l’arresto di un balordo e la successiva sua scarcerazione, tanto che per il Procuratore  Capo della Repubblica, Cetrangolo, e per gli investigatori, è una vera e propria sberla; probabilmente l’errore era dovuto alla fretta di consegnare lo scalpo dell’assassino ad un’opinione pubblica turbata. Ed è proprio per le ripetute sollecitazioni che il Procuratore Generale Aldo Vessia compie il gesto forte al quale con il vecchio codice si ricorreva, quello di avocare a sè il procedimento strappandolo dalle mani della Procura ordinaria, sconfessando quindi il suo operato e quello dei solerti investigatori, e questo anche per allontanare i sospetti di insabbiamento. I frutti sperati dal Procuratore Generale arrivano a distanza di tredici mesi, nell’ottobre del 1987, dopo lo scivolone del primo caso del balordo che non c’entrava nulla, tanto da annunciare trionfalmente che killer e mandanti dell’omicidio del giornalista hanno un nome. Si tratta di un mix di grossa malavita, addirittura un rampollo dei Giuliano di Forcella, con personaggi del mondo dei locali notturni, belle donne e affari sporchi,  come tale Giorgio  Rubolino più un altro soggetto. Il tutto è iniziato dalle confessioni di un obliquo personaggio, noto alle Polizie, tale Antonio Ferrara, ex bancario e arrestato per truffa. Insomma, un disastro colossale, un’altra pagina nera per la Magistratura partenopea, già in crisi di credibilità per il recente caso Tortora; il secondo flop per un’inchiesta durata quattordici mesi, come certificato nella poderosa sentenza ordinanza di proscioglimento per tutti gli indagati a firma del Giudice Istruttore Guglielmo Palmeri.  Il risultato finale è desolante in quanto il PG si oppone al proscioglimento della terna Giuliano, Rubolino e Calcavecchia,  ma le Corti di Appello e poi di Cassazione daranno però ragione al Giudice Palmeri. Per Vessia, il solerte Procuratore Generale dell’avocazione, si avvia un opportuno procedimento disciplinare per le irregolarità commesse e per le pressioni esercitate sui testimoni, procedimento evitato solo grazie alla sua richiesta di trasferimento ad altre funzioni. Finalmente, nell’agosto del 1993 ci sono fatti nuovi, quali le dichiarazioni di un camorrista che vengono gestite da un Pubblico Ministero serio e preparato, che non amava il protagonismo e le interviste, Armando D’Alterio.

Il magistrato scopre perché sia stato ucciso Siani, il tutto compendiato nel fatto che il giornalista aveva individuato le tracce di una verità allora sconvolgente, cioè l’esistenza in Torre Annunziata, dov’era stato semplice corrispondente prima di approdare alla redazione de “Il Mattino”, di un’alleanza fra associazioni mafiose e una parte dell’imprenditoria e della politica. Siani, poi, con i suoi scritti, aveva denunciato inizialmente l’alleanza tra il  clan Gionta di Torre Annunziata con il potentissimo clan Nuvoletta di Marano, legato a Cosa Nostra di Sicilia, rapporto poi incrinatosi con l’arresto di Valentino Gionta che era stato “venduto” ai Carabinieri dagli stessa Nuvoletta, il tutto per rafforzare l’alleanza tra i Nuvoletta e la consorteria di Antonio Bardellino. Ma Siani, scrive D’Alterio nella sua requisitoria, faceva paura non solo per quanto aveva scritto, quanto per quello che avrebbe potuto denunciare in futuro. Siani, nonostante la sua giovanissima età, è stato davvero un eccellente giornalista d’inchiesta che ha operato su di un impulso di giustizia e di verità che si propone anche uno scopo di crescita morale e sociale. Dei pericoli Siani era consapevole¸ perché già oggetto di intimidazioni e minacce, ma continuò fino all’ultimo giorno la sua azione, come dimostra la pubblicazione, il giorno prima dell’omicidio, dell’ultimo articolo sulla criminalità torrese. In questi venticinque anni, cosa è cambiato nella corporazione dei giornalisti? La sensazione è che manchi a molti il coraggio delle idee, divenendo complici attivi di magistrati forcaioli che passano loro comode veline  e di politici invocanti il metodo Boffo, cioè: “infanga e vai….qualcosa succederà….”. Molti giornalisti distrussero all’epoca l’immagine di Tortora, infierendo su un uomo che della sua onorabilità aveva fatto, antipatie a parte per il suo carattere forse ritenuto supponente, la ragione della sua esistenza. A eccezione di Paolo Gambescia, nessun altro giornalista ha avuto il coraggio di chiedere scusa ai suoi cari e ai loro lettori per il pessimo servizio reso allora alla ricerca della verità.

Si, quella Verità che dovrebbe essere comunque perseguita e onorata da quanti operano su diversi fronti nel gran panorama dell’ideale giustizia; un fronte che va dai Magistrati alle Polizie, non escludendo ovviamente i giornalisti. Per Siani, possiamo soltanto affermare che un ragazzo di nome Giancarlo, appena ventiseienne, giornalista precario, fu lasciato solo, incredibilmente solo, da colleghi più anziani ed esperti come anche dalle istituzioni. Una vera vergogna!

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