Cronaca

Mafia Capitale, storia non nuova

mafia capitale vignettaRoma, 16 luglio – Su “Il Fatto Quotidiano” di mercoledì 15 luglio un interessante articolo di Valeria Pacelli dal titolo: “Il Procuratore Pignatone al Copasir: “Nessuna prova di rapporti attuali con l’intelligence – Quel dossier dei Servizi su Carminati rimasto dodici anni nei cassetti del Sismi”.

Quindi, per dodici anni, i Servizi hanno custodito un dossier su Massimo Carminati…

Fino al 2003 gli 007 hanno pedinato “Er cecato” per poi allegare il tutto in un fascicolo di 30 pagine.

Il quotidiano a questo punto si chiede se il dossier fu inviato alla Magistratura….

In realtà, sino a dicembre scorso, la Procura di Roma non aveva ricevuto nulla. Dopo la prima retata di Mafia Capitale finalmente è arrivato a Piazzale Clodio. Forse era il caso di liberarsi di un fascicolo scomodo e troppo datato. Nel dossier sarebbero finite già allora circostanze riscontrate nelle nuove indagini magari di natura non penale…

A  questo punto è bene richiamare alla memoria l’articolo di Lirio Abbate apparso su “L’Espresso”, addirittura del 12 dicembre 2012, in cui si tracciava la  biografia  leggendaria di Carminati. “Sempre a un passo dall’ergastolo, è quasi sempre uscito dalle inchieste con l’assoluzione o con pene minori… Ma il suo potere è ancora più forte che in passato. “L’Espresso” è riuscito molto bene a ricostruire la nuova mappa criminale di Roma tenuta in pugno da quattro figure, con un ruolo dominante di Carminati. Lo ha fatto grazie alle rivelazioni di fonti che hanno conoscenza diretta dei traffici che avvengono all’interno della Metropoli e a cui è stato garantito l’anonimato. Queste informazioni sono state riscontrate e hanno permesso di ricostruire un quadro agghiacciante della situazione. Il business principale è la cocaina.

Per le grandi mafie Roma resta una città aperta. Possono investire liberamente in ristoranti, negozi e immobili a patto di non pestare i piedi ai quattro re (i caporioni che  dividono con il “cecato” il potere). In tutto il Lazio ormai i clan campani e calabresi hanno insediato feudi stabili, ma a Roma è un’altra storia. Non comandano loro: nella Capitale per qualunque operazione illecita devono chiedere l’autorizzazione dei sovrani capitolini e riconoscergli la percentuale. I quattro re e le grandi cosche, secondo quanto appreso da “l’Espresso”, hanno raggiunto un accordo dieci mesi fa (l’articolo è di dicembre 2012): niente più omicidi di mafia nella Capitale. In questo modo le Forze dell’Ordine non si dovranno muovere in nuove indagini e il business illegale non avrà ripercussioni.

Il patto è stato siglato dopo che i boss hanno appreso dell’arrivo a Roma del nuovo Procuratore Capo della Repubblica Giuseppe Pignatone. Le istituzioni per anni, in verità, non sono riuscite a scardinare questo sistema. Ha pesato anche un deficit culturale: l’incapacità di riconoscere la manifestazione di questo differente modo di essere mafia e imporre il dominio sulla Città. Il reato di associazione mafiosa non è stato mai riconosciuto in una sentenza: i giudici hanno sempre stabilito che a Roma ci fossero trafficanti, rapinatori, spacciatori ma non vere organizzazioni criminali. È questo il clima che serve ai clan per prosperare. E non appena i giornali hanno fatto trapelare la possibilità che alla guida della Procura capitolina potesse arrivare Giuseppe Pignatone, con decenni di elevatissima esperienza nella lotta alle cosche, i boss hanno deciso di imporre la pace. I delitti sono cessati all’improvviso… Niente più omicidi ma solo affari svolti in silenzio con l’aiuto della politica sostenuta dalla mafia.

La scorsa settimana il Procuratore Pignatone, partecipando ad un convegno, ha detto: “Roma è una città estremamente complessa perché mentre a Palermo e Reggio Calabria tutto viene ricondotto alla mafia, nella Capitale i problemi sono tanti. Credo che da un lato non bisogna negare, come accaduto a Milano, che ci sia un problema di infiltrazioni mafiose”.

Per tutto questo, Pignatone non è solo; oltre a validi PM, lavora con un pool di investigatori di primissimo piano che il Procuratore ha voluto portare nella Capitale e con lui hanno condiviso il “modello Reggio Calabria”, che con intercettazioni e pedinamenti ha smantellato il volto borghese della ‘Ndrangheta. Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri abituati a lavorare in squadra, l’unico modo per dare scacco ai re di Roma capitale. La certezza che ci conforta è quella che contro tali manovre della mafia la Magistratura italiana e le Forze di Polizia sanno essere sicuramente pronte a intervenire e a reagire adeguatamente: al riguardo il lavoro di questi ultimi anni ci rende ottimisti…

La speranza è che la politica, locale e non, riesca a dare una rapida risposta al Paese, una volta bonificatasi del tutto, rendendo impraticabili tali strategie.

Ma la politica farà qualcosa? Certo, lo si spera, purchè inizi subito a varare Leggi che sostituiscano quelle “zuccherose” che in tanti anni hanno depotenziato il quadro normativo favorendo le mafie; poi, che si accordino alle Polizie gli strumenti necessari di ordine economico, materiale ed anche morale.

La risposta, ovviamente, spetta alla Politica che, piaccia o non, deve dare risposte concrete ai cittadini italiani assediati, mai come prima, dalla criminalità violenta assassina e rapace!

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