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Muhammad Alì, “Il Labbro di Louisville”

boxe Muhammad Alì 5Roma, 4  giugno  – Alla fine se ne è andato “ Il più Grande”, al secolo Muhammad Alì, improvvisamente, almeno per le notizie che filtravano dall’altra parte del mondo, per una crisi respiratoria che le agenzie avevano prontamente battuto come non significativa per le condizioni generali dell’ex campione.

In questo ricordo dovrei ripetere per filo e per segno quanto già pubblicato a gennaio dello scorso anno nella celebrazione del suo 73° compleanno, ribadito poi nel racconto del terzo match con Frazier entrambi riscontrabili in “Racconti di Sport” editi da questa testata.

Voglio invece evidenziare le qualità umane di Alì, visto che le imprese sportive sono state il pane quotidiano di ogni celebrazione relativa a carta stampata e televisione.

Cassius Clay,soprannominato il labbro di Louisville per la città dove nacque nel Kentucky  e per il fatto che non stava mai zitto, dal ’64 convertitosi all’Islam e rinominatosi Muhammad Alì, è stato a suo modo un rivoluzionario ma senza il crisma del violento o del dittatore avendo profuso a più riprese concetti di pace e di uguaglianza senza sparare un colpo.

Le prime battaglie furono maggiormente incisive e coreografiche perché l’evoluzione dell’uomo Alì andava di pari passo col pugile, con l’atleta che doveva recitare un copione per lo spettacolo della boxe. L’intermezzo più significativo è stato senza dubbio il  triennio della squalifica subita per il rifiuto ad andare sotto le armi e per di più a combattere in Vietnam, da Campione del mondo di pugilato nella categoria dei Massimi, dove Alì tra mille tormenti ha rafforzato la sua convinzione religiosa superando anche problemi di natura economica.

Pensate anche al contesto sociale in cui si è trovato Alì, potersi e sapersi muovere senza isterismi e con un movimento d’opinione sempre più numeroso e di difficile gestione in anni insanguinati da morti eccellenti come Martin Luther King e Malcom X, paladini dei diritti civili e religiosi dei neri americani.

Il dopo carriera , dal ’81 in poi, dal punto di vista sociale è stato un continuo evolversi verso un ruolo, quello di ambasciatore dell’Islam moderato, che lo ha portato in ogni parte del mondo ad incontrare personalità che avrebbero avuto difficoltà ad interagire tra di loro.

Tutto ciò con difficoltà inaspettate come la malattia del Parkinson, sopravvenuta dopo il 1984, e con la gestione di ben nove figli avuti da quattro mogli diverse.

Lo spessore e l’umanità di Alì si è manifestata  proprio negli anni dell’incedere della malattia, tant’è che lo stesso ha dichiarato più di una volta  che la sofferenza che stava patendo era solo un piccolo scotto che pagava per tutto quello che Dio (Allah) gli aveva concesso prima!

Celebre nel ricordo collettivo è stata l’immagine di quando nel ’96 accese il braciere Olimpico ad Atlanta, con i movimenti delle braccia scanditi dal Parkinson ma contenuti e veicolati dalla grande dignità e forza caratteriale dell’ex campione.

Per tornare alla sua attività di ambasciatore ricordo la testimonianza di Papa Wojtila, suo acceso sostenitore, i viaggi politicamente “impegnativi” in paesi come l’Iran, Russia e Cina ed il  costante riferimento a mamma Africa.

Consentitemi due ultime chiose: dal punto di vista pugilistico Clay/Alì forse non sarà stato il pugile più “forte” di tutti i tempi ma il più GRANDE sì, perché contrariamente a quello che si pensa la boxe non è violenza e Lui più di tutti ha incarnato tecnicamente e stilisticamente i valori della “noble arte” e poi questo 4 giugno comincia a diventare una data nefasta vista la ricorrenza delle scomparse di due grandi, a proposito di artisti, attori del nostro cinema come Massimo Troisi, 1994, e Nino Manfredi, 2004, come abbiamo ricordato nel nostro ‘Almanacco’  

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