Board of Peace su Gaza: l’Italia tra diplomazia e scontro politico
Il governo Meloni sceglie il ruolo di osservatore nel Board of Peace per Gaza, scatenando duri scontri parlamentari sulle responsabilità internazionali

L’assetto geopolitico del Medio Oriente sta vivendo una fase di profonda trasformazione, e al centro di questo terremoto diplomatico si è stagliato il controverso Board of Peace per la ricostruzione e la stabilizzazione di Gaza. La decisione del governo italiano, guidato dal premier Giorgia Meloni, di partecipare all’organismo in veste di “osservatore” ha scatenato un acceso scontro in Parlamento, riaccendendo il dibattito sulla collocazione internazionale dell’Italia e sulla compatibilità costituzionale di tale scelta.
Board of Peace
Cos’è il Board of Peace e perché divide l’Europa?
Il Board of Peace è un organismo internazionale promosso dall’amministrazione statunitense (sotto la presidenza di Donald Trump) con l’obiettivo dichiarato di gestire la transizione post-conflitto nella Striscia di Gaza. Non si tratta, tuttavia, di una classica missione di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il Board si configura come un “club” di nazioni e investitori privati focalizzato non solo sulla sicurezza, ma soprattutto sulla ricostruzione economica e sulla gestione delle infrastrutture.
La struttura del Board
A differenza di altre coalizioni internazionali, il Board of Peace prevede una gerarchia chiara, con gli Stati Uniti in una posizione di leadership predominante. Questo elemento ha sollevato dubbi in molte cancellerie europee. Mentre nazioni come la Germania hanno espresso forti riserve, e la Commissione Europea ha scelto una partecipazione tecnica tramite la Commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica, l’Italia ha cercato una “terza via”.
Perché l’Italia ha detto “Sì” (con riserva)
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, riferendo in Aula il 17 febbraio 2026, ha chiarito la linea dell’esecutivo: l’Italia non può permettersi di restare fuori dai tavoli dove si decide il futuro del Mediterraneo e della ricostruzione di Gaza.
La formula dell’osservatore
La scelta della partecipazione come “Paese osservatore” è un equilibrismo diplomatico volto a risolvere due problemi simultanei.
Compatibilità costituzionale: l’Articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce che l’Italia consente a limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, ma “in condizioni di parità con gli altri Stati”. Poiché il Board non garantisce tale parità formale, l’adesione piena sarebbe stata giuridicamente rischiosa.
Rilevanza geopolitica: restare completamente esclusi avrebbe significato perdere voce in capitolo sulla gestione dei fondi per la ricostruzione e sul controllo dei flussi migratori e della stabilità regionale, aree in cui l’Italia ha interessi vitali.
Le parole di Giorgia Meloni
Dalla missione ad Addis Abeba, la Premier Meloni ha ribadito che la presenza italiana è necessaria per “bilanciare” l’iniziativa e portare la sensibilità europea e mediterranea all’interno di un progetto a trazione americana. “Siamo stati invitati come osservatori e pensiamo sia la soluzione migliore per tutelare l’interesse nazionale senza violare i nostri principi cardine”, ha dichiarato la Presidente del Consiglio.
Le opposizioni infuriate
Nonostante la formula cauta dell’osservatore, il dibattito alla Camera dei Deputati è stato durissimo. Per la prima volta dopo mesi, le opposizioni (PD, Movimento 5 Stelle, AVS, Azione e Italia Viva) si sono presentate con una risoluzione unitaria, bocciata poi dalla maggioranza (183 no contro 122 sì).
Elly Schlein e i leader del Movimento 5 Stelle hanno accusato il governo di “subalternità” nei confronti di Washington. Le critiche principali si articolano su tre punti:
Le opposizioni sostengono che il Board of Peace svuoti di significato il ruolo delle Nazioni Unite, creando un precedente pericoloso in cui la pace viene “appaltata” a potenze singole e interessi privati.
Sono circolate indiscrezioni su una possibile “quota di iscrizione” o contributo richiesto ai partecipanti, stimato intorno al miliardo di dollari. Il Governo ha smentito obblighi immediati, ma il sospetto di un onere economico rilevante pesa sul dibattito.
Mentre la Francia e la Germania mantengono una posizione distaccata, l’Italia si starebbe smarcando dai partner storici dell’UE per inseguire un asse privilegiato con la Casa Bianca.
Il ruolo del Vaticano e le perplessità morali
Un elemento di pressione non indifferente è arrivato dalla Santa Sede. Il Vaticano ha espresso “perplessità” sulla natura del Board, temendo che una pace gestita esclusivamente su basi economiche e di forza possa ignorare i diritti fondamentali delle popolazioni locali e la soluzione dei “due popoli, due Stati”. Questa posizione ha influenzato l’area cattolica della maggioranza, spingendo Tajani a sottolineare più volte che l’obiettivo italiano resta la pace umanitaria.
La ricostruzione di Gaza
Al di là della politica, c’è il tema industriale. Il Ministro Tajani è stato esplicito: “Non possiamo restare fuori dalla ricostruzione”. Le imprese italiane, leader nei settori delle infrastrutture, dell’energia e del restauro, guardano con interesse ai progetti che verranno varati dal Board. Partecipare come osservatori permette al sistema-paese di avere informazioni di prima mano sui bandi e sulle opportunità di investimento che si apriranno una volta stabilizzata la zona.
La vera sfida per l’Italia nel 2026 sarà dimostrare di poter influenzare il Board of Peace dall’interno. Se la partecipazione rimarrà puramente formale, il rischio è quello di avallare decisioni prese altrove senza avere un reale potere di veto. Se invece Roma riuscirà a coordinarsi con la Commissaria UE Šuica, potrebbe diventare il perno di una visione europea più strutturata all’interno del Board.
