Beccalossi da lassù dirà: “Scusa se insisto, mi chiamo Evaristo” [video della doppietta nello storico derby]
Addio al genio mancino che ha incantato San Siro tra dribbling ubriacanti e quella sfrontata ironia bresciana diventata leggenda eterna

Evaristo Beccalossi ci ha lasciati nella notte del 6 maggio 2026, spegnendosi a 69 anni presso la clinica Poliambulanza di Brescia. Il calcio italiano perde l’ultimo dei romantici, il numero 10 che non correva ma danzava sul fango, il mancino che faceva parlare il pallone mentre il resto del mondo arrancava. Avrebbe compiuto 70 anni tra meno di una settimana, il 12 maggio, ma ha deciso di fare l’ultimo dribbling proprio ora, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei tifosi dell’Inter e di chiunque abbia amato il pallone prima che diventasse pura atletica. Evaristo era l’essenza della classe pura.
Evaristo Beccalossi
Il genio ribelle che fece innamorare San Siro
Il calcio non è solo statistica, è emozione, e Beccalossi ne è stato il massimo interprete negli anni 80. Arrivato a Milano dal Brescia nel 1978, ha vestito la maglia nerazzurra per 6 stagioni, collezionando 216 presenze e segnando 37 reti. Non erano solo gol, erano opere d’arte. Il suo piede sinistro era un pennello capace di traiettorie impossibili, spesso servendo assist al bacio per lo Spillo Altobelli, suo gemello del gol. Insieme hanno trascinato l’Inter alla conquista dello scudetto numero 12 nella stagione 1979/80, quella della rinascita dopo anni difficili. Evaristo era il faro di quella squadra, capace di accendere la luce con una sola giocata, anche quando sembrava assente dal gioco. Il pubblico lo amava per questo: era imprevedibile, geniale e terribilmente umano.
La frase storica nel suo derby favoloso
Se chiedete a un tifoso interista un ricordo del Becca, vi risponderà citando il 28 ottobre 1979. Sotto una pioggia battente, in un derby che sembrava destinato al grigiore, Evaristo Beccalossi decise di salire in cattedra. Segnò 2 gol storici che affondarono il Milan, regalando una gioia immensa al popolo nerazzurro. Il primo gol al volo di destro su cross di Pasinato è un capolavoro totale del calcio e dello sport.
Dopo il secondo gol, si avvicinò ad Albertosi – portiere fenomenale rossonero – e gli disse: “Scusa se insisto, mi chiamo Evaristo“. Al termine della stagione, il Diavolo sprofondò addirittura in B, mentre l’Inter volava verso lo scudetto, segnando la supremazia eterna della Beneamata.
Fu in quegli anni che Gianni Brera lo ribattezzò Dribblossi, un soprannome che racchiudeva tutta la sua capacità di saltare l’uomo con una facilità disarmante. Nonostante il talento cristallino, il rapporto con la Nazionale rimase una ferita aperta: Enzo Bearzot non lo portò al Mondiale del 1982, preferendo profili più dinamici. Ma per il popolo di San Siro, lui restava il numero 10 per eccellenza, superiore a qualsiasi logica tattica o convocazione mancata.
La sofferenza e l’ultimo saluto del mondo del calcio
Il declino fisico di Beccalossi è iniziato nel gennaio 2025, a causa di un’improvvisa emorragia cerebrale che lo ha gettato in un lungo periodo di coma. Da allora, la sua battaglia è stata silenziosa e coraggiosa, combattuta nella sua Brescia. Nonostante qualche timido segnale di ripresa nei mesi scorsi, le complicazioni hanno preso il sopravvento. La notizia della sua scomparsa ha scosso l’intero ambiente sportivo. Non solo l’Inter, ma anche la Sampdoria, il Monza e il Barletta hanno espresso cordoglio per la perdita di un uomo che, finita la carriera agonistica, era diventato un apprezzato dirigente e un opinionista televisivo sagace. La sua voce, sempre pronta alla battuta e mai banale, mancherà quanto le sue finte di corpo.
Un’eredità fatta di classe e ironia bresciana
Lasciare questo mondo a pochi passi dal traguardo dei 70 anni sembra quasi l’ultimo sberleffo di un fantasista che non ha mai amato le convenzioni. Beccalossi non è stato solo un calciatore, è stato un personaggio letterario prestato al rettangolo verde. Il suo libro, intitolato significativamente La mia vita da numero 10, racconta di un calcio che non esiste più, fatto di creatività e pochissimi schemi. Chi lo ha visto giocare ricorda la sua andatura dinoccolata e quel modo unico di proteggere la sfera. Oggi il calcio piange l’uomo che chiedeva scusa se insisteva, ma che in realtà non ha mai smesso di essere se stesso. Evaristo se ne va, ma il suo nome resterà scolpito tra le leggende che hanno reso grande lo sport italiano.
