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Brutti, sporchi e cattivi a Monte Ciocci: i 50 anni del capolavoro di Scola

Compie mezzo secolo l’opera di Ettore Scola sui diseredati della periferia romana

Compie cinquant’anni una pregevole pellicola del regista irpino Ettore Scola, di cui su queste colonne è già stato ricordato l’indiscutibile capolavoro “C’eravamo tanto amati”, uscito nelle sale nel 1974.

Parliamo di “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), tragicommedia sui diseredati della periferia urbana romana, che vinse il premio alla regia al Festival di Cannes di quell’anno. Protagonista, nel ruolo dell’immigrato pugliese Giacinto, fu un eccellente Nino Manfredi, che con Scola ha avuto un lungo sodalizio, a partire da “Il gaucho” di Dino Risi del 1964, di cui un giovane Ettore fu co-sceneggiatore.

A scrivere il copione di “Brutti, sporchi e cattivi” fu un terzetto composto, oltre allo stesso regista, da Ruggero Maccari e Sergio Citti; quest’ultimo, al fianco di Pasolini, aveva già contribuito all’epopea degli accattoni, e per tale motivo fu incaricato di creare dialoghi veraci.

La storia di povertà – di valori sia materiali che morali – ruota attorno al tesoretto che il meschino, ma relativamente ricco, capofamiglia Giacinto ha ricevuto come indennizzo dello schizzo di calce viva che lo ha reso orbo. Il gruzzolo, come quello del signor Bonaventura, è di un milione di lire, che viene occultato in vari posti, persino nella fetida latrina, per sottrarlo all’avidità del gretto nucleo familiare.

Il cast e le curiosità

Nel cast si segnalano alcune presenze di attori professionisti, oltre a molte comparse figuranti reclutati proprio tra i baraccati.

Linda Moretti, a lungo nella compagnia teatrale di Eduardo De Filippo, nel ruolo della moglie costretta da Giacinto ad un letto a tre piazze con la prostituta obesa. Nel ruolo del più gretto dei figli, il caratterista e stuntman romano Francesco Anniballi (peraltro prematuramente morto sparato, in circostanze mai chiarite). In una parte minore comparve anche la grande attrice bresciana Zoe Incrocci, che il redattore coglie l’occasione per ricordare con simpatia, avendola conosciuta personalmente da bambino.

Per chi non lo sapesse la Zoe, oltre ad essere sorella della “penna d’oro” della commedia all’italiana Age, sposò il regista sardo Nino Meloni, ed è stata perciò la nonna paterna della attuale Presidente del Consiglio dei Ministri. Resta memorabile per turpitudine la scena della proditoria pasta con le melanzane, imbandita da tutta la perfida famiglia (nonna Antonecchia compresa), con un ingrediente segreto per eliminare Giacinto: il veleno per i topi fornito dal venditore ambulante Cesaretto.

Il peggio del peggio è la lavanda gastrica che il protagonista si autosomministra a base di acqua reflua, iniettata tramite pompa da bicicletta, con conseguente rigurgito salvifico.

Dalla critica sociale al rigurgito salvifico

L’opera è perciò una critica aspra della modernizzazione anni Settanta, di un Paese che progrediva al prezzo di forti contraddizioni e con moltissime ombre, lasciando indietro chi non poteva tenere la velocità necessaria. Si lascia ai lettori ogni comparazione con la realtà attuale, mezzo secolo dopo…

L’ambientazione: la metamorfosi di Monte Ciocci

Per l’ambientazione del film fu scelta la collina di Monte Ciocci, propaggine meridionale della dorsale di Monte Mario, che delimita a Est la Valle Aurelia. Questo rilievo, costituito da sedimenti marini del Pleistocene, è divenuto un parco pubblico interno alla Riserva Naturale di Monte Mario, area protetta urbana interclusa tra quartieri intensamente edificati e popolati.

Da lì si ha una meravigliosa vista del Vaticano e della Cupola di San Pietro, con i rilievi dell’Appennino Laziale e i Colli Albani a far da quinta sullo sfondo.

Negli anni Settanta, questo lembo di territorio romano, inidoneo alla cementificazione palazzinara a causa dell’orografia e per questo fortuitamente rimasto libero, era veramente una terra di nessuno, occupata dalla baraccopoli fino al 1977. Il cocuzzolo rappresentò, come i morros granitici di Rio de Janeiro, una terra di nessuno atta ad ospitare una favela capitolina.

Ci viveva in condizioni estreme un sottoproletariato di manovali, diseredati e sbandati, nelle catapecchie che del film di Scola furono teatro. Un luogo di contrasto stridente rispetto all’espansione residenziale della Roma in destra idrografica del Tevere, la cui piana fluviale si prestava alla bonifica e all’edificazione.

Quel sito della memoria cinematografica ha virato oppostamente ai suoi aggettivi di allora, ed è divenuto oggi bello, pulito e buono. Per questo motivo, come immagine d’accompagno all’articolo si è scelta una fotografia attuale di quel luogo, anziché un fotogramma del film.

Un itinerario imperdibile tra memoria e natura

È scattata da un punto panoramico, da cui si ammira il paesaggio a 360°: il Belvedere intitolato avvedutamente proprio a Ettore Scola. Da lì si può scendere nel Passetto del Gelsomino, percorso recentemente aperto sul vecchio tracciato ferroviario, che attraversa in galleria il Colle Vaticano conducendo fino a San Pietro.

Questo itinerario, a nostro avviso imperdibile, è perfetto come meta di una passeggiata romana primaverile. Chi vorrà seguire il consiglio, si munisca di schiscetta con la pasta alle melanzane per spuntino (e anche di pompa da bicicletta, per ogni evenienza).

E rivolga un pensiero ai tanti poveracci – magari brutti e sporchi, ma non necessariamente non cattivi – che su quella collina ci hanno davvero dovuto sopravvivere decenni addietro.

Lo spezzone che hai indicato mostra una delle scene più iconiche e feroci del film “Brutti, sporchi e cattivi” (1976) di Ettore Scola: il tentato avvelenamento di Giacinto (interpretato da Nino Manfredi) durante il pranzo di famiglia.

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La scenda del tentato avvelenamento di Giacinto

  • Il Banchetto: la scena si svolge sulla terrazza della baracca a Monte Ciocci, dove l’intera e numerosa famiglia Mazzatella è riunita per mangiare. Il piatto principale è la pasta con le melanzane.
  • L’Ingrediente Segreto: tutta la famiglia è complice nel tentativo di uccidere il patriarca Giacinto per impossessarsi del suo “milione” (l’indennizzo per la perdita dell’occhio). Per farlo, hanno mescolato del veleno per topi nella sua porzione di pasta.
  • La Tensione e l’Ipocrisia: mentre Giacinto mangia con voracità, gli altri membri della famiglia lo osservano con un misto di ansia, odio e finta benevolenza. Ci sono momenti di estrema ipocrisia, come quando gli viene mostrato affetto o quando si brinda alla sua salute.
  • I Primi Sintomi: Giacinto inizia a sentirsi male quasi subito. Comincia a sudare freddo, a piangere (reazione fisica al veleno che lui scambia per commozione) e ad avere conati.
  • La Reazione di Giacinto: nonostante il malessere, Giacinto continua a mangiare e a litigare con i familiari, finché non intuisce che qualcosa non va. Il video si interrompe prima della celebre sequenza successiva, in cui correrà verso il mare per indursi il vomito e salvarsi con una “lavanda gastrica” improvvisata usando una pompa da bicicletta.