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Cosa vedere a Sarajevo e Bosnia: diario di viaggio e itinerario 7 giorni

Tra ferite aperte e sorgenti d'acqua: un viaggio nell’anima resiliente della Bosnia-Erzegovina, dove la memoria diventa il carburante per rinascere.

L’acqua in Bosnia-Erzegovina va oltre l’essere solo un elemento chimico. È un’ossessione gentile che ti segue ovunque: la senti gorgogliare nelle sorgenti carsiche che spaccano la roccia nuda, la vedi serpeggiare argentea in fondo alle valli boscose, la ritrovi nelle fontanelle che punteggiano i quartieri, offrendo ristoro a chiunque passi. Il verde la accompagna, un verde così fitto e prepotente da sembrare quasi un atto di resistenza della natura contro l’orrore degli uomini. Per me, questo viaggio è iniziato dal bisogno di capire come questa terra, segnata tra il ’92 e il ’95 da una guerra infame e dal grido strozzato di quasi centomila morti, sia riuscita a restare così umana.

Cosa vedere a Sarajevo: tra la Baščaršija e la memoria

Arrivare nella capitale significa, prima di tutto, chiedersi cosa vedere a Sarajevo per onorarne la storia senza restarne schiacciati. La città è una conca abbracciata dalle montagne, le stesse da cui per anni sono piovuti proiettili e granate. Ma è camminando tra le botteghe del quartiere ottomano, la Baščaršija, che senti il vero battito della città. Qui l’aria profuma di caffè tostato e metallo battuto. Mi sono fermato a guardare un anziano artigiano che incideva il rame; i suoi gesti erano lenti, rituali, quasi una preghiera laica contro la frenesia del mondo.

Proprio a pochi passi dalla cattedrale, il silenzio si fa improvvisamente assordante entrando alla Galerija 11/07/95 un museo che è un pugno nello stomaco necessario. Le fotografie in bianco e nero che documentano il genocidio di Srebrenica ti fissano negli occhi; i volti delle madri che cercano i figli ti interrogano su cosa significhi, oggi, restare umani. È un luogo che toglie il fiato, dove la memoria smette di essere un concetto astratto e diventa carne, pianto e dignità.

Il Monte Trebević: dove la guerra diventa street art

Ma Sarajevo sa anche trasformare i simboli della morte in sentieri di vita. È quello che ho provato salendo sul monte Trebević insieme ad Ago, una guida di Meet Bosnia Tours Ago era solo un bambino quando la guerra ha squarciato la sua infanzia, eppure oggi cammina tra i resti della pista da bob delle Olimpiadi del 1984 con una luce negli occhi che commuove. Quella struttura di cemento, che durante l’assedio era diventata una postazione per l’artiglieria serba da cui si sparava sulla città, oggi è una galleria d’arte urbana a cielo aperto, ricoperta di graffiti colorati e percorsa da chi fa jogging. “Vedi queste ferite nel cemento?” mi ha detto Ago indicando un foro di proiettile, “un tempo portavano solo paura. Ora sono il palcoscenico della nostra rinascita”. Ascoltarlo mentre racconta la sua città con orgoglio e una determinata voglia di futuro, è la lezione più grande che Sarajevo possa dare.

Il Tunnel della speranza e i cimiteri bianchi

Sarajevo ti costringe a una sorta di strabismo emotivo: da un lato la bellezza della biblioteca Vijećnica, ricostruita pietra su pietra dopo l’incendio che bruciò la memoria, dall’altro la presenza costante dei cimiteri bianchi. Sono ovunque, occupano ogni spazio verde, ogni parchetto tra i palazzi, come se la città fosse stata ricoperta a macchia di leopardo da una nevicata eterna di lapidi. Ho passato del tempo in ascolto nel Tunnel della Speranza , scavato sotto l’aeroporto che fu l’unico cordone ombelicale tra la città assediata e il mondo. Uscire da lì, rivedere la luce e poi sedersi in un cafè a osservare i giovani che ridono davanti a un narghilè, ti fa capire quanto sia prezioso e fragile il nostro presente.

 Il Tunnel della Speranza scavato sotto l'aeroporto
Il Tunnel della Speranza scavato sotto l’aeroporto

Se decidete di perdervi in questa città, non abbiate fretta. Salite a piedi verso la Fortezza Gialla poco prima del tramonto. Vedrete il sole scendere dietro i minareti e i campanili che convivono a pochi metri l’uno dall’altro. Ascoltate il richiamo del muezzin che si intreccia con il suono delle campane; è una sinfonia di complessità che il resto d’Europa sembra aver dimenticato. È qui che ho ripensato a Zlata. Mia madre mi regalò il suo “Diario” quando avevamo la stessa età, e per tutta l’infanzia le sue parole sono state la mia finestra sulla paura. Oggi, trent’anni dopo, camminando per le strade che lei descriveva e ascoltando le parole di Ago, ho sentito di averla finalmente incontrata. Non era più un personaggio di carta, ma una donna, una sopravvissuta, una mano che stringevo idealmente nel silenzio di una piazza.

Oltre la capitale: Konjic, Mostar e il misticismo di Blagaj

Lasciando la capitale per scendere verso sud, il paesaggio cambia ma l’emozione resta vivida. Konjic ti accoglie incastonata tra montagne che sembrano volerla proteggere, con la Neretva che scorre sotto il vecchio ponte con un colore così trasparente da sembrare irreale. Poco distante, Mostar appare come un miraggio sospeso. Il suo ponte, lo Stari Most, è molto più di un’opera architettonica: è un simbolo di rinascita che toglie il respiro. Consiglio di restare a Mostar quando i turisti giornalieri se ne vanno, per sentire il rumore dell’acqua e il silenzio dei vicoli in pietra.

Il ponte Stari Most
Il ponte Stari Most

Poco lontano, il tempo sembra aver deciso di fermarsi definitivamente a Blagaj. Lì, accanto alla sorgente del fiume Buna che scaturisce da una parete rocciosa verticale, sorge la casa dei dervisci. È un luogo di misticismo puro, dove l’architettura si fonde con la roccia e l’acqua. Proseguendo ancora verso sud, incontrerete Počitelj, un borgo medievale che conta ormai solo una ventina di abitanti. Salite fino alla torre di guardia: da lassù la valle si apre in tutta la sua maestosità e il silenzio è interrotto solo dal vento.

Chi oggi sceglie di ignorare l’orrore, chi nega le ferite di terre lontane come Gaza — che qui, tra i graffiti di Sarajevo, è ricordata e pianta apertamente — dovrebbe davvero attraversare l’Adriatico e venire qui. Dovrebbe ascoltare le storie di Ago, i silenzi della Galerija 11/07/95 e il rumore della pioggia sui cimiteri bianchi. Perché la Bosnia non è solo una meta turistica; è una lezione di vita a cielo aperto, un luogo dove la memoria non è un peso, ma il carburante per continuare a restare umani.

Itinerario in Bosnia: cosa vedere in 7 giorni (mappa del viaggio)

Se decidete di intraprendere questo viaggio, vi suggerisco di dedicare i primi tre giorni interamente a Sarajevo. Oltre al centro storico e alla Galerija, prendetevi il tempo per salire sul monte Trebević con la funivia e camminare lungo la pista da bob. Il quarto giorno dirigetevi verso sud fermandovi a Konjic per vedere il Ponte Vecchio e, se riuscite a prenotare, il Bunker di Tito nascosto nella montagna. Proseguite poi per Mostar, dove vale la pena fermarsi per due notti: questo vi permetterà di visitare con calma la casa dei dervisci a Blagaj e il borgo di pietra di Počitelj durante le ore meno affollate. Infine, dedicate l’ultimo giorno alla natura prepotente delle cascate di Kravice, prima di risalire verso l’aeroporto o proseguire verso la costa. Questo non è solo un percorso geografico, ma un viaggio che vi cambierà lo sguardo sul mondo.

Sarajevo sulla mappa

Andrea Pietropaoli

Da vent'anni aiuto brand e aziende a trovare la propria rotta tra sostenibilità e innovazione. Ho fondato Mug Agency per dare voce alle idee e 4Circle per guidare le imprese verso un futuro più consapevole. Quando non sono impegnato come consulente, mi trovo nelle aule di scuole e aziende per parlare di linguaggi inclusivi, fake news e cyber bullismo. Sono un counselor in formazione e un viaggiatore instancabile. Amo scoprire il mondo in solitaria (o in selezionatissima compagnia).