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Tragedia alle Maldive: cos’è successo ai sub, le cause dell’incidente mortale

La morte dei sub alle Maldive: svelate le reali cause dell'incidente a 60 metri. Ecco gli errori fatali di miscela e l'effetto della narcosi da azoto.

La recente tragedia alle Maldive legata alla subacquea trova le prime risposte ufficiali grazie alle parole del soccorritore finlandese Sami Paakkarinen, che ha recuperato i corpi degli italiani a 60 metri di profondità. Il dramma si è consumato all’interno di una cavitá secondaria di una grotta enorme, con accesso molto stretto e senza uscite, un ambiente di fatto con poca luce, o buio del tutto, che ha subito smentito le prime ricostruzioni delle autorità locali. Non sono state le forti correnti a causare il decesso del gruppo, ma una serie di valutazioni errate legate alla pianificazione dell’immersione. La drammatica vicenda riaccende i riflettori sulla sicurezza in mare aperto e -soprattutto – sulla necessità di attrezzature adeguate per le grandi profondità che si vogliono raggiungere.

La dinamica e l’errore della miscela

I corpi dei sub italiani sono stati trovati tutti insieme all’interno della cavità, escludendo l’azione di flussi d’acqua distruttivi. Il fulcro della tragedia risiede con ogni probabilità nella profondità raggiunta e nei limiti strutturali dei gas utilizzati dal gruppo. Scendere a 60 metri di profondità respirando aria comune, infatti, espone i subacquei a rischi fatali imminenti a causa delle leggi fisiche che regolano i gas: in quel punto dell’oceano la pressione esercitata dall’acqua trasforma l’aria compressa in un vero e proprio veleno per l’organismo umano, compromettendo subito le funzioni vitali dei soggetti.

Gli effetti devastanti della narcosi

Respirare aria compressa oltre i 40 -50 metri può portare alla narcosi da azoto, una condizione nota anche come ebbrezza degli abissi. L’azoto ad alta pressione agisce come un anestetico sul sistema nervoso centrale, alterando il comportamento e la reattività dei sub: la narcosi da azoto provoca una totale perdita dell’orientamento insieme a euforia e rallentamento dei riflessi. In un ambiente chiuso come una grotta, questo nemico invisibile impedisce di trovare l’uscita e fa perdere la percezione del tempo e del consumo dei gas nelle bombole, portando rapidamente i subacquei verso il panico e il successivo annegamento.

L’importanza delle attrezzature tecniche

Il team di soccorso guidato da Paakkarinen ha operato in totale sicurezza scendendo nel sito della tragedia grazie a dotazioni e configurazioni strettamente tecniche. I soccorritori hanno utilizzato la miscela Trimix, un gas composto da ossigeno, elio e azoto. L’elio azzera la confusione da azoto mantenendo il subacqueo perfettamente lucido a profondità estreme. Inoltre, gli esperti hanno impiegato Gav con la tecnologia Rebreather, un sistema a circuito chiuso che ricicla il gas espirato e filtra l’anidride carbonica. Questo dispositivo consente immersioni molto più lunghe – fino a 5-8 ore – e ottimizza la decompressione rispetto alle bombole tradizionali da soli 12 litri, generalmente utilizzate per escursioni ricreative, usate con grande imperizia dalle vittime.

Un che di misterioso

Resta comunque un mistero enorme. Professionisti super esperti, con migliaia di immersioni, che commettono errori grossolani: ma come è potuto accadere? Non c’era nessun principiante nel gruppo. L’attrezzatura non era adeguata neppure per risalire in sicurezza. Anche se fossero riusciti a uscire dalla grotta e a iniziare la risalita, sarebbero rimasti quasi sicuramente senza aria prima della decompressione necessaria per smaltire l’azoto assorbito dai loro corpi in profondità. Una configurazione da immersione ricreativa pare sia stata applicata a un profilo d’immersione tecnica davvero estrema. Forse c’è qualcosa che ancora sfugge a chi indaga. Saranno i filmati delle GoPro, recuperate dai sub finlandesi, e le autopsie a chiarire meglio cosa è realmente accaduto all’interno della Grotta degli Squali.