PRESENTATA ALLA STAMPA LA TERZA ENCICLICA DI PAPA BENEDETTO

Nella sala stampa della città del Vaticano gremita per le grandi occasioni, presenti i Giornalisti delle più famose testate internazionali, è stata presentata alla stampa la terza Enciclica del Papa Benedetto XVI.


Sono intervenuti: il card Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, il Card. Paul Josef Cordes, presidente del pontificio consiglio Cor Unum, SE Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, ed il prof. Stefano Zamagni, ordinario di economia e consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace.

La terza Enciclica di Papa Benedetto XVI, consta di 142 pagine, suddivise in sei capitoli.

Essa si inserisce nella tradizione delle encicliche sociali, che nella loro fase moderna, siamo soliti far iniziare con la Rerum Novarum di Leone XIII ed arriva dopo 18 anni dall’ultima enciclica sociale la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II.

Se guardiamo indietro nel tempo e ripercorriamo questi ultimi venti anni che ci separano dalla Centesimus Annus, ci accorgiamo che grandi cambiamenti sono avvenuti nella società degli uomini; le possibilità di intervento della tecnica nella stessa identità della persona umana si sono purtroppo spostate con un riduzionismo delle possibilità conoscitive della ragione, su cui il Santo Padre sta impostando da tempo il suo insegnamento.

L’ideologia della tecnica tende a nutrire questo arbitrio con la cultura del relativismo, alimentandola a sua volta. L’arbitrio della tecnica è uno dei massimi problemi del mondo d’oggi, come emerge evidente nella Caritas in Veritate.

Alla vigilia del G8, davanti ad una crisi economica senza precedenti, Papa Benedetto tratteggia i contorni di “ autorità politica mondiale “ in grado di guidare i sommovimenti della globalizzazione causati dalla fine dei blocchi contrapposti e dalla rete informatica e telematica mondiale e di imporre regole etiche all’economia.

L’Enciclica analizza la gobalizzazione, non in un solo punto ma in tutto il testo, essendo un fenomeno che oggi si può dire ”trasversale“: economia e finanza, ambiente e famiglia, culture e religioni, migrazione e tutela dei diritti dei lavoratori.

Infatti, il primo messaggio concerne l’invito a superare l’ormai obsoleta dicotomia tra la sfera dell’economico e la sfera del sociale; la modernità ha lasciato in eredità il convincimento che per avere titolo al “club dell’economia“ sia indispensabile mirare solo al profitto ed essere animati solo da intenti esclusivamente autointeressati. La Caritas in Veritate ci dice che si può fare impresa, anche se si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all’azione da motivazioni di tipo pro-sociale. Ma sappiamo che dire mercato significa dire competizione e ciò nel senso che non può esistere il mercato laddove non c’è pratica di competizione. La Dottrina Sociale della Chiesa va oltre (ma non contro) l’economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l’unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà. La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda invece che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia.
Al tempo stesso, la Dottrina Sociale della Chiesa non parteggia con chi combatte i mercati e vede l’economico in endemico e naturale conflitto con la vita buona, invocando una decrescita e un ritiro dell’economico dalla vita in comune. Piuttosto, essa propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato è visto come importante della sfera pubblica – sfera che è assai più vasta di ciò che è statale – e che, se concepito e vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e del dono, costruisce la “città”. La parola chiave che oggi meglio di ogni altra esprime questa esigenza è quella di fraternità, parola già presente nella bandiera della Rivoluzione Francese, ma che l’ordine post-rivoluzionario ha poi abbandonato – per le note ragioni – fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico.

E’ stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che esso ha conservato nel corso del tempo, che è quello di costruire, ad un tempo, il complemento e l’esaltazione del principio di solidarietà. 
Il Papa fa riferimento alle religione e pone l’accento sul laicismo militante, e talvolta esasperato, che tende ad estromettere la religione dalla sfera pubblica. Nel discendono conseguenze negative e spesso disastrose per il bene comune.

La Caritas in Veritate affronta il problema in più punti e lo vede come un capitolo molto importante per garantire all’umanità uno sviluppo degno dell’uomo.

In conclusione affermiamo che nel titolo della Caritas in Veritate appaiono i due termini fondamentale del magistero di Benedetto XVI, appunto la Carità e la Verità. Questi due termini rappresentano l’essenza stessa della rivelazione cristiana. Essi, nella loro connessione, sono il motivo fondamentale della dimensione storica e pubblica del cristianesimo, sono all’origine, quindi, della Dottrina sociale della Chiesa. Infatti, per questo stesso collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nella relazione umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta.

Dopo la crisi profonda del Comunismo e le continue crisi più o meno profonde che affiggono il Capitalismo, il Santo Padre sembra voler proporre un modello di organizzazione economica della società nettamente migliore. Tale modello mette il rispetto dell’Uomo al centro della società, poiché è senz’altro vero che bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare, ma nel limite in cui la dimensione economica non sovrasta l’uomo stesso di cui la sfera economica dovrebbe costituirne solo una delle tante dimensioni.

In sintesi, possiamo dire che i sistemi economici e sociali in genere funzionano meglio per quanto più essi riescono a dimostrarsi semplici e definiti dalle necessità degli individui che li compongono. Un capitalismo etico – lungi da ogni velleità del Santo Padre di sostituirsi ad economisti e giuristi – potrebbe rappresentare un sistema adatto a soddisfare i naturali bisogni di un uomo che si riconosce vivente in tutte le sue dimensioni: immanenti e trascendenti. Non è un caso che il mondo economico senta proprio il bisogno, la spinta naturale al perseguimento di fini eticamente corretti; ne è riprova la maggior sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai temi ecologici e al rispetto per l’ambiente, così come, nelle borse mondiali stanno prendendo sempre più piede i fondi comuni di investimento “etici”, dove i gestori di pubblico risparmio destinano i propri investimenti solo verso quelle aziende che hanno nel loro statuto e nella loro missione aziendale (“mission” se si vuole usare un inglesismo) finalità etiche e protocolli di comportamento nel rispetto dei diritti del lavoro e soprattutto dell’ambiente.

A nostro giudizio tale capitalismo “etico” potrà ben funzionare ed essere più competitivo dei sistemi economici che lo hanno preceduto nella misura in cui  i valori “etici” posti al suo fondamento corrispondano con i reali bisogni immanenti e trascendenti dell’Uomo, lungi dal subire la tentazione di qualcuno che dall’alto di un pulpito piuttosto che da un altro abbia la pretesa di stabilire a tavolino ciò che è bene e ciò che è male.

IL 13 luglio u.s. il card. Raffaele Martino, ha presentato l’Enciclica nella sede del CNEL – Consiglio Nazionale Economia e Lavoro- sala del Parlamentino – su iniziativa del Vicariato di Roma – Ufficio della Pastorale Universitaria. Presenti il prof. Antonio Marzano, presidente del CNEL, il prof. Giuseppe Acocelli – vice presidente del CNEL,  il prof. Cesare Mirabelli –presidente emerito della Corte Costituzionale, il prof. Guido Fabiani dell’Università Roma Tre, e docenti titolari di cattedra di Economia Politica delle Università di Roma.                                                        

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