L’ultimo saluto ad un grande servitore dello Stato

L’ultimo saluto a un grande e fedele servitore dello Stato, scomparso il mese scorso, il dott. Bernardo Nicolò (classe 1926), già in servizio presso il Ministero di Grazia e Giustizia, che ha raggiunto lassù, nel Paradiso dei Giusti, la Sua adorata moglie Angela Maria, vero Angelo per la famiglia e per gli amici. Una vita dedicata in tempi oltremodo difficili al lavoro, al culto del Dovere e della Patria nel senso più nobile. La Sua, una vita lunga e operosa, che lo ha visto attivo dai più modesti livelli dell’Amministrazione Penitenziaria sino ai più delicati settori del Dicastero di Giustizia. Gli inizi, sin dal lontano 1952, quando in qualità di Agente del disciolto benemerito Corpo degli Agenti di Custodia, all’epoca ad ordinamento militare (poi nel 1990 tramutatosi nel Corpo di Polizia Penitenziaria), fu assegnato quale archivista alla Casa di Reclusione e Casa di Rigore di Porto Azzurro. Trasferito nella Capitale per le sue indubbie positive doti professionali, in qualità di Sottufficiale, Bernardo Nicolò diresse l’Ufficio Matricola della Casa Penale di Rebibbia e, successivamente, una volta che la sua fama di ottimo e validissimo operatore iniziò a propagarsi, fu chiamato a  dirigere un archivio molto importante, quello dell’Ufficio Terzo (detenuti) della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena del Ministero di Grazia e Giustizia. Ma anche quella fu parentesi non lunga perché addirittura fu destinato nelle delicatissime funzioni di Capo dell’Archivio della Segreteria particolare del Ministro.

È stato così che Bernardo Nicolò, intanto transitato nei ruoli civili dell’Amministrazione dello Stato, lavorò al fianco di  ben quattordici Guardasigilli, tra i quali gli piaceva ricordare   Guido Gonnella, due volte Ministro; Oronzo Reale, anch’egli  per due volte Ministro; Mario Zagari; Francesco Paolo Bonifacio (campano anch’egli, a volte ospite nella sua casa di Carinola, dove apprezzava la cucina della signora Angela) e  Clelio Darida.

Si era nel pieno degli anni di piombo, e proprio dal Ministro Reale fu creata la nota  Legge 152/1975,  promulgata nella VI Legislatura sotto il quarto Governo Moro, da cui è d’uso chiamare la norma. Il testo introdusse, come si ricorderà, un duro inasprimento della legge penale volta a combattere i fenomeni di terrorismo che misero a dura prova l’ordinamento democratico italiano. Anni difficili, quelli, vissuti da Bernardo Nicolò sotto l’ incombente pericolo del terrorismo, in particolare proprio da lui che lavorava in stretta collaborazione del Ministro; anni che videro personale dell’Amministrazione Penitenziaria e Magistrati soccombere per l’azione di quella lucida follia rivoluzionaria.

Citiamo alcuni tragici eventi accaduti nella Capitale in quel periodo. Nel 1975, il 6 maggio, sequestro, da parte dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) del Magistrato di Cassazione Giuseppe di Gennaro, Direttore dell’Ufficio X (Centro Elettronico) della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena del Ministero di Grazia e Giustizia ( il riscatto consistette nella diffusione radiofonica di un comunicato e nella richiesta di trasferimento di alcuni detenuti; il rilascio avvenne l’11 maggio). Il 28 gennaio 1976, sempre a Roma, il Nucleo “Sergio Romeo” dei NAP ferì alle gambe il Magistrato Pietro Margariti, Consigliere di Cassazione che si occupava delle carceri e del trasferimento dei detenuti. Il 9 febbraio, il Vicebrigadiere della Polizia Antonino Tuzzolino venne ferito da colpi di arma da fuoco sparati da un commando come atto di vendetta per la morte della nappista Anna Maria Mantini rimanendo paralizzato agli arti inferiori. Il 5 maggio, ferimento del Magistrato Paolino Dell’Anno, Pubblico Ministero di punta della Capitale. Il 14 dicembre, il Vicequestore di polizia Alfonso Noce, responsabile dei Servizi di Sicurezza per il Lazio fu assalito da alcuni nappisti e nel corso del conflitto a fuoco furono sparate raffiche di mitra con la morte  dell’Agente Prisco e del nappista Martino Zicchitella (il Vicequestore Alfonso Noce ed un altro agente della sua scorta restarono feriti). Come non ricordare ancora, trattando gli anni di piombo nella Capitale, l’uccisione dei Magistrati Vittorio Occorsio il 10.07.1976;  Riccardo Palma, il 14.02.1978, di Girolamo Tartaglione il 10.10.1978 e di Girolamo Minervini il 18 marzo 1980 (tutti e tre con ruoli importantissimi nel Dicastero della Giustizia dove operava Bernardo Nicolò); di Vittorio Bachelet il 12. 02.1980 e di Mario Amato il 23.06.1980.

Tornando alla nostra storia, all’epoca del mandato di Darida, Nicolò diresse anche l’Archivio di un importante settore della Direzione Generale degli Affari Civili, collaborando anche, su sua espressa richiesta, il Direttore Generale della Giustizia Minorile per il riordino dell’archivio del personale civile e militare di quella Amministrazione Minorile. Fiore all’occhiello della sua preziosa e fattiva attività fu l’ideazione, in epoca in cui l’informatizzazione era ancora molto lontana, di un archivio elettromeccanico  che potesse contenere il maggior numero possibile di pratiche. Fu così che per richiedere il fascicolo, raccontava con soddisfazione pur mantenendo il garbo e la modestia di vero gentiluomo meridionale, bastava cliccare i dati di interesse su di una tastiera e quindi spingere il pulsante e immediatamente sulla pedana arrivava il faldone. Questo archivio elettronico, esteso a tutto il Ministero, contribuì a velocizzare il lavoro archivistico nel reperimento delle pratiche e nelle fascicolazione degli atti. La sua vita operosa ed esemplare si è conclusa con il conseguimento della Laurea, appena due mesi prima di morire, presso l’Università La Sapienza, la cui tesi è un documento eccezionale sull’ “ARCHIVISTICA CARCERARIA DEGLI  ANNI ‘50 E DELL’ ARCHIVISTICA MINISTERIALE DAGLI ANNI ‘60 AGLI ANNI ‘90”, settore, come abbiamo scritto, in cui era maestro.

Interessanti, come raccontati da Nicolò, gli aspetti di vita carceraria degli anni ’50; bisogna rammentare che allora tutti i detenuti indossavano pantaloni e giacca, invernale o estiva, di colore a strisce bianche e marrone scuro; su tutte le giacche veniva impresso, con inchiostro indelebile, il numero di matricola; i reclusi venivano interpellati sempre con il loro numero di matricola e non erano chiamati per cognome e nome; le  lavorazioni  cui potevano accedere i reclusi erano la teleria, la falegnameria, la calzoleria, la sartoria, la lavorazione di guanti e borse, il berrettificio e la barberia. Insomma,  c’erano tutte le qualifiche artigianali atte ad espletare lavori remunerati anche in ambito esterno. Era istituito il fascicolo degli evasi, sempre a disposizione delle Forze di Polizia qualora ne avessero fatta richiesta. Nonostante la vigilanza continua dentro e fuori il carcere (la cinta muraria era controllata giorno e  notte da sentinelle armate di mitra) nel periodo in cui Nicolò ha prestato servizio a Porto Azzurro avvennero due evasioni subito risolte dall’intervento degli Agenti di Custodia. Il Cappellano attendeva, in primis, all’Ufficio religioso per i detenuti che ne facevano richiesta, ma in più svolgeva un’azione di controllo della corrispondenza che i detenuti avevano con l’esterno; apponeva infatti sulle lettere il timbro “ visto per censura” e veniva coadiuvato, in questo compito, da un Agente che in gergo i detenuti chiamavano “scrivanello”. Gli ergastolani potevano scrivere soltanto ai familiari, una volta al mese, mentre i reclusi due volte, sempre e soltanto ai familiari.

Con il recente conseguimento della laurea proviene da Bernardo Nicolò un’altra lezione di tenacia e desiderio di ben fare anche in età avanzata, lezione che può essere lasciata ai giovani quale viatico per un mondo migliore in un’epoca di carenza assoluta di valori.

Nel rendere omaggio a questo fedele servitore dello Stato, tra l’altro anche delicato poeta, salutiamo un vero e coraggioso Maestro di vita ed un grande combattente della Legalità!

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