L’EUROPA IN CAMICIA NERA

Il libro di Elia Rosati

Roma, 20 dicembre 2021 – Date le modifiche cui è andato incontro il concetto di destra nel mondo e nella storia, anche quello di estrema destra è cambiato più volte.

Nell’interessante libro “L’EUROPA IN CAMICIA NERA” lo storico Elia Rosati prova a delineare come si siano evolute, trasformate o riorganizzate le destre radicali europeo-occidentali dagli anni Novanta a oggi.

E ciò ponendo in rilievo come le culture politiche neofasciste/neonaziste, identitarie, reazionarie e tradizionaliste cattoliche abbiano affrontato e cavalcato l’impatto dei fenomeni globali, della nascita dell’Unione Europea e delle crisi economico-finanziarie sulla società europea.

Il risultato è uno studio storico estremamente accurato e stimolante che guida il lettore nelle pieghe più oscure delle nostre società per cercare le radici del “fascismo del terzo millennio”. Non è poco!

Iniziamo a leggere parti dell’interessante libro.

“”INTRODUZIONE. Questo piccolo saggio (172 pagg.) intende dare un modesto contributo a inquadrare la storia della destra radicale degli ultimi tre decenni all’interno del contesto politico, sociale ed economico di alcuni Paesi dell’Unione Europea, partendo proprio da quelle comunità nazionali che hanno direttamente sperimentato regimi fascisti o autoritari. Si è scelto di provare a ricostruire la vicenda delle destre in Germania, Grecia, Portogallo e Spagna, cercando di tenere insieme punti di vista diversi e ancorando lo studio di questi contesti nazionali a solide fonti, alla più ampia letteratura secondaria possibile e allo spoglio attento di alcuni organi di stampa. Se le destre si somigliano o spesso procedono parallelamente è più per l’appartenenza a uno stesso contesto politico-ideologico che non per osmosi o – tanto meno – per imitazione pedissequa, ossia per i dettami di qualche “internazionale nera”. Volutamente si è poi scelto di partire dalla fine della Guerra Fredda e/o dalla concretizzazione del processo di integrazione europea per ogni singola nazione in oggetto, ritenendo che questi eventi rappresentino una cesura decisiva per comprendere la destra degli ultimi trent’anni e soprattutto di oggi. Da questa trattazione si è scelto poi di tenere fuori i contesti italiano e francese, non perché secondari ma proprio per la loro centralità nella storia di questa parte politica, riservandosi di affrontare la complessità in futuri lavori di ricerca. Questo libro è stato progettato e scritto a cavallo della epocale “crisi Covid-19” e della conseguente fase sindemica, ma si è scelto di concludere la trattazione alla fase pre-pandemica. Non perché avrebbe obbligato ad arrivare troppo a ridosso dell’oggi ma, come sarà chiarito nella conclusione, si ritiene che alcuni elementi strutturali delle nostre società non potranno che essere radicalmente modificati da quanto vissuto globalmente con la vicenda Covid-19. Chi scrive è fermamente convinto che questo toccherà le vicende e probabilmente la natura stessa delle destre radicali europee.””

– da pag.16. “”Capitolo primo. Un necessario bilancio storico. Il tema della destra radicale europeo-occidentale è stato oggetto in questi quarant’anni di importanti studi in tutto il mondo e di un numero infinito di reportage, articoli e inchieste giornalistiche. Questo non significa che non esista un substrato storico o una continuità biografica con i fascismi nei paesi europei-occidentali, ma solo che esistono fattori decisamente più importanti nello sviluppo delle destre radicali negli ultimi trent’anni in questo specifico contesto territoriale.

Quattro brevi domande sulle destre radicali europeo-occidentali.
1. Laboratori e/o tendenze comuni? In più di un caso si sono considerati alcuni esempi territoriali come “laboratoriali”, sottolineando quasi che determinate formazioni di destra (ma spesso avviene anche per la sinistra) sviluppatesi in contesti politici specifici possano essere considerate modelli vincenti da esportare/riprodurre pedissequamente in altre nazioni con i medesimi effetti. In questo senso il “caso italiano”, con l’avvento della coalizione delle destre plurali nella cornice berlusconiana (dal 1994 fino a quasi ai giorni nostri), rappresenterebbe una traccia da seguire per un sicuro successo e una rapida affermazione.
2. Sfondamento a sinistra e/o estremismo di centro? Se negli anni Ottanta (Francia e Inghilterra), negli anni Novanta-Duemila (Spagna, Portogallo e Austria) e negli anni della Crisi (Germania e Grecia) la destra radicale ha saputo aumentare il proprio tradizionale bacino di consenso in un contesto socialeproletario e workingclass (classe lavoratrice) è anche vero che i continui e periodici exploit elettorali hanno contribuito più a condizionare e radicalizzare i partiti centristi che a eliminare quelli socialdemocratici.
3. Populismo e/o identità? In parallelo con l’affermazione delle destre radicali è ricominciata negli ultimi vent’anni anche una nuova e feconda analisi del “populismo” e, per quanto ci interessa del nazional-populismo. Occorre però cominciare ad accettare che, al di là sempre più diffuso stile populista in politica, si debba ritenere il nazionalpopulismo parte integrante del mondo della destra radicale, proprio perché un pensiero tradizionalista, identitario, antidemocratico e autoritario si trova oggi maggiormente a suo agio in contesti comunicativi e movimenti populisti. Accettare dunque, come da decenni, che siano saltati rigidi e novecenteschi steccati tra culture politiche conservatrici, reazionarie, identitarie e neofasciste, deve far comprendere meglio come il meltingpot (“crogiolo”, “calderone”) ideologico assicurato dal populismo sia un habitat perfetto e strategico per l’affermazione politica delle destre radicali.
4. Camerati vecchi e/o nuovi? Un primo assunto erroneo è che nelle società europee occidentali non sia mai stato superato completamente il passato fascista e/o collaborazionista e che esista un carattere di fondo di una nazione o quantomeno un’abitudine alla ricerca dell’uomo forte in una comunità che abbia consentito che un substrato di destra potesse resistere carsicamente dopo il 1945 fino a oggi. Sicuramente è vero storicamente che durante la Guerra Fredda nell’Europa Atlantica ci sia stata una certa tolleranza anche verso formazioni politiche fasciste o fascisteggianti, che alcuni regimi di destra siano continuati ad esistere, che ci siano state delle strategie organizzate di fuga e/o protezione per alcune figure di secondo piano (sia collaborazioniste che naziste) e che gruppi estremistici siano stati arruolati all’interno del complesso meccanismo anticomunista NATO. Va inoltre considerata la spiccata indole (fin dalla fine degli anni Quaranta) dei futuri neo-fascisti a costruire coordinamenti europei (comunemente definite “Internazionali Nere”) e che il fenomeno storico della Strategia della Tensione Europea tra anni Sessanta e Settanta abbia permesso ai gruppi di destra radicale di disporre per lungo tempo di impunità giudiziaria, luoghi per fuggire, importanti entrature negli ambienti militari-massmediatici-polizieschi, armi e insperate risorse finanziarie. L’esempio storico principe in questo senso fu il Movimento Sociale Italiano fino alla fine degli anni Novanta, ma anche gruppi exparlamentari italici come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale nei Settanta. Probabilmente è ora di cominciare a sottolineare come la diffusione della destra radicale nell’intero contesto europeo (e anche nordamericano) ha avuto luogo anche grazie al legame, eretico, con alcune subculture giovanili, stravolte e, in parte, arruolate per produrre un nuovo corpo militante. Un mondo spesso trascurato nell’analisi storica (non orale), ma importante dal punto di vista materiale, a partire dagli esempi degli anni Ottanta-Novanta. Nella sua atomizzazione sinergica tuttora si tiene attivissimo un neonazismo trans-nazionale fatto di reti musicali, bande di strada (in alcuni contesti anche calcistiche), strutture economiche, luoghi virtuali, mode, contesti aggregativi difficili ancora da arginare. Un serbatoio militante conteso per decenni da ogni nuova organizzazione e che rappresenta ormai il background di tantissimi membri o dirigenti di partiti e movimenti dell’oggi.””

– da pag. 107. “”Capitolo quinto. Überalles: il caso tedesco. Una violenta esplosione razzista. Ragionare della violentissima esplosione dell’estremismo di destra in Germania nei primi anni Novanta significa inevitabilmente parlare anche dell’impatto sociale, politico, economico, legislativo e culturale che ebbe la Wiedervereinigung -“Riunificazione” tedesca -; ancor di più se parliamo dei territori dell’ex DDR – la Germania Est. La riunificazione aveva provocato una vera e propria campagna di conquista dei territori dell’Est da parte dei neonazisti dell’Ovest, approfittando di una realtà sociale che scontava la mancanza di una cultura e di una esperienza democratico-rappresentativa e, come tale, priva di possibilità di incanalare la rabbia – sfociata in diffuso razzismo – dovuta agli evidenti squilibri sociali. Sicuramente il sentito nazionalismo dei primi anni della Riunificazione accelerò un clima di esaltazione e chiusura; tuttavia, un così rapido radicamento organizzativo di sezioni dei partiti neofascisti e di gruppi neonazi dopo la Riunificazione appare decisamente sospetto. Nella Germania est l’estremismo di destra veniva combattuto con l’arresto e una dura incarcerazione; era inoltre interdetta l’organizzazione di concerti e/o raduni neonazi: che provenisse da tifoserie calcistiche o da bande locali, gran parte dei giovani di destra veniva rinchiusa nella sezione per “detenuti politici” del carcere di Bautzen in Sassonia – a est di Dresda – ad attenderla, un trattamento decisamente brutale. Ciò anziché essere considerata una “questione interna” alla DDR, era considerata dal governo di Bonn come un atto arbitrario avverso a una democratica dissidenza politica e spesso alcuni capi neonazi vennero “riscattati” all’interno dei periodici protocolli di “scambio di prigionieri” tra le due Germanie durante la Guerra Fredda.

Una conclusione parziale. Si è cercato in queste pagine di narrare (ricapitolando) e offrire al lettore uno spaccato, quanto più articolato e preciso possibile, della storia della destra radicale europea occidentale degli ultimi trent’anni, scegliendo di partire da quei territori (oltre all’Italia) che hanno direttamente vissuto e metabolizzato nel Novecento un passato fascista e/o autoritario di destra. Tuttavia in un tempo in cui ripetutamente ci si chiede con affanno che cosa sia il “fascismo del terzo millennio”, occorrerebbe forse cominciare a tirare delle somme proprio a partire da quella determinante cesura storica che è stata l’affermazione della Globalizzazione neoliberista, cominciata diffusamente nel Vecchio Continente a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. In qualche modo, interrogarsi storicamente sulle destre è un po’ chiedersi cosa si stia muovendo nel profondo delle società complesse e nell’interiorità di ciascun cittadino globale. Abbiamo a che fare, come ricorda lo storico Claudio Vercelli, con una galassia politica mitopoietica, cangiante e mimetica che oggi assume più la forma del grigio, ma che è viva non grazie a oscuri burattinai in camicia nera ma alla magmatica materialità socio-economica delle società capitalistiche. Questo non significa che tutto ciò che si muova in questo specifico ambito sia “fascista”, ma che, nell’epoca globale, la destra sia diventata un contenitore plurale per varie visioni ideologiche (dal conservatorismo all’aperto neonazismo). Ovviamente si è scelto con questo saggio di provare a contribuire con modestia a un dibattito che, seppur lungi dall’essere concluso, ha bisogno sì di continuare a porsi domande, ma anche di darsi delle risposte condivise. Non perché sia un gioco la democrazia, ma semplicemente perché è compito dell’analisi storica leggere il passato per comprendere il presente; non in modo antiquario o moraleggiante, ma con occhio critico e materialistico.””

Sin qui parti del libro.

Ora, come di consueto, integrazioni, valutazioni e conclusioni. Come potrà evolvere la situazione? La destra estrema in Italia in anni non lontanissimi, sappiamo, ha imposto il terrorismo. “Terrore e terrorismo”, un libro di grande interesse che va letto e abbiamo in passato commentato, di Francesco Benigno (Einaudi, 2018) si propone di ripercorrere la storia bisecolare di un fenomeno ampiamente dibattuto, il terrorismo, e, tuttavia, tutt’altro che chiaro nei suoi contorni e connotati.
L’etichetta di «terrorista» viene assegnata a seconda delle circostanze e degli interessi in campo e, generalmente, è rifiutata da chi viene qualificato come tale. A questo proposito, scrive Benigno, il terrorismo «si rivolge non tanto alla popolazione della nazione da colpire quanto soprattutto a un proprio popolo, a una propria comunità. Gente che va richiamata alla lotta e a cui occorre dimostrare che vincere è possibile, che il debole può sconfiggere il forte. L’atto “terroristico” non è dunque messo in atto con il fine primario di terrorizzare, ma con quello di conquistare i cuori e le menti di un popolo considerato oppresso. I processi di allargamento della scolarizzazione e dell’istruzione superiore avevano contribuito a creare una «controsocietà» giovanile. Tra le differenze spiccava l’ascolto di generi musicali nuovi, come il rock e il pop, che trascinavano con sé orientamenti ideali, mode collettive e stili di vita. Anche in Italia la ribellione del movimento studentesco, unita a una forte conflittualità nelle fabbriche, aveva creato un clima di scontro sociale e instabilità politica: il cosiddetto «autunno caldo». Gruppi neofascisti si scontravano di frequente in piazza con giovani di sinistra, in un’ atmosfera che sembrava preludere a pericolosi sbandamenti. In molti settori della classe dirigente italiana, perciò, si fece strada l’ idea di fermare la spinta progressista avviata dalla contestazione studentesca e dalla ripresa delle lotte operaie.

Concludiamo. La minaccia dei terrorismi, pur nella sua complessità spaventosa, non è in questo periodo il problema più grande vissuto dall’Europa in quanto le Nazioni sono indebolite dalla crisi economica per il ritorno della povertà soprattutto per la pandemia. Sappiamo dalla storia che è una realtà difficile da gestire con la forte reazione della gente contro la mala politica, le lobby e le cricche economiche.

Ora, una domanda ovvia.

In che modo i Governi occidentali sostengono i Paesi più ricchi del Golfo, ben sapendo che alcuni sostengono i terroristi? Siamo certi che il terrorismo di cui parliamo e che può ricostituirsi non sia una leva politica di paesi ritenuti amici?

Ai posteri l’ardua sentenza!
Dobbiamo però ammettere che c’è un vizio atavico nella nostra bella Italia, quello delle facili amnesie, con tendenza alla rimozione di ciò che è accaduto, persino quando si tratta di fenomeni drammatici che hanno sconvolto l’Italia come il terrorismo storico.

Cosa fare?

Certamente l’attenzione va tenuta costantemente alta da parte di tutti non escludendo la gente comune perché oggi, sull’onda lunga della gravissima crisi economica, la saldatura dei gruppi terroristici esistenti “dormienti” ovvero ben vitali, con frange anarchiche anche internazionali, è senz’altro possibile. E tutto questo, con un esame analitico e globale per tentare di capire le aberrazioni della violenza, soprattutto quando “colorata” di ideologia. Ma il discorso è lungo. Ma va affrontato una volta per tutte, proprio per non cadere negli errori di allora!
Tutti sostengono che i giovani sono da sempre (ed è vero!!!) un bene incommensurabile per la società, per cui dovrebbero, in primis, essere seguiti e aiutati dalle Famiglie, oggi sempre più disastrate da separazioni di Genitori e intolleranze nel loro ambito, ma contestualmente e progressivamente nel tempo anche dalla Politica, con fatti concreti per scuola, Università, formazione, lavoro, casa; una Politica virtuosa, certamente, giammai “becera” oltre misura come quella italiana, che promette tutto e nulla mantiene!

Che dire?

Vergogna!

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