Tematiche etico-sociali

La vita di Fulcieri: onore ai Caduti!

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La Grande Guerra non ha Eroi! I protagonisti non sono Re, Imperatori, Generali. Sono Fanti contadini: i nostri nonni. Così scrive Aldo Cazzullo che racconta il conflitto ‘15-18 sul fronte italiano nel bel libro che consiglio di leggere:”La guerra dei nostri nonni” (Mondadori ottobre 2014).

Vi si alternano  storie di uomini e di donne, le storie delle famiglie italiane, attraverso lettere, diari di guerra, testimonianze anche inedite. Un libro che davvero conduce nell’abisso del dolore.

Ci sono anche altri libri pubblicati recentemente per il centenario dell’ inizio della guerra mondiale che ricordano quei tragici anni, libri che si aggiungono a migliaia di altri di ogni tempo, alcuni anche memorabili.

Nel proseguire nella nostra Galleria di Eroi, perché in quella guerra ci furono grandi Eroi, pur concordando che non furono Eroi Re, Imperatori e soprattutto Generali (storia a parte l’Alpino Generale Cantore), facciamo riferimento ad un volumetto della serie “La Centuria di Ferro” dal titolo “La vita di Fulcieri” del Colonnello Ettore Grasselli (ed. Oberdan Zucchi 1936).

Fulcieri Paulucci Di Calboli, del buon sangue di Romagna, nella grande guerra è stato l’Eroe italiano più completo e coerente in tutti gli atti di pensiero e azione; l’Eroe formatosi gradatamente con accurata preparazione morale, culturale, di saldo e incrollabile carattere. Fulcieri, il vero Poeta dell’azione, come Gabriele d’Annunzio. Nacque da antico Casato, il 26 febbraio 1893, figlio di un Diplomatico. Passò l’infanzia e la giovinezza in varie città d’Europa. L’episodio storico che lo colpì vivamente nei primi anni, è stato quello del Capitano di Vascello Faà di Bruno, parente della Madre, che nel 1866 a Lissa, incuneatosi con la corazzata “Re d’Italia” dentro la flotta di Tegetoff venendo colpita, si inabissò con i suoi Marinai eretto sul ponte gridando “Viva l’Italia!”. Laureatosi in Legge, si accinse alla preparazione culturale per entrare nella stessa carriera diplomatica del padre, quando, in coincidenza della dichiarazione di guerra, lasciò Berna, dove si trovava con la famiglia per rientrare in Italia per arruolarsi volontario nel Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo.

Intanto, nel gennaio 1915, si fidanzò con Alessandra Porro, volontaria crocerossina di guerra e poi Fiumana (per lei Gabriele D’Annunzio, nell’ ottobre 1916, da Gradisca, coniò il bel motto di guerra: “ Io ho quel che ho donato”) che lo sorreggerà, compagna fedele e suo genio tutelare, sino alla fine della sua giovane vita. Nominato Sottotenente nel Reggimento Savoia Cavalleria fu inviato in zona di operazioni. Sui campi di battaglia visse due tra i maggiori momenti epici della guerra: la maggiore battaglia del Carso e la lotta nel Trentino invaso. Fu spesso esempio per i commilitoni in battaglia, offrendosi di volta in volta, volontario per le missioni pericolose.

Durante una di queste riportò due ferite allo stesso ginocchio che gli causarono un’invalidità permanente. Ancora convalescente tornò al fronte in qualità di ufficiale osservatore di controbatteria nella 3ª Armata. Ricevette invece la terza ferita, maggiore e tremenda, causata da una insidiosa pallottola di shrapnel che gli causerà la paralisi degli arti inferiori.

Ciò accadde a Dosso Faiti, il 18 gennaio 1917, quando il suo osservatorio venne distrutto dal fuoco nemico. Paulucci di Calboli riuscì a raggiungere il reparto di linea combattendo fra i Fanti. Scesa l’oscurità e necessitando di rinforzi, essendo saltati tutti i collegamenti telegrafici, si offrì di raggiungere il Comando e per risparmiare tempo si avventurò allo scoperto ma venne colpito alla schiena da una scheggia che penetrò la colonna vertebrale, lesionando gli arti inferiori.

Per quest’azione fu insignito della Medaglia d’Oro al Valore Militare con “motu proprio” del Re.

A seguito della disfatta di Caporetto, aderì al Comitato di Azione fra mutilati, invalidi e feriti di guerra, partecipando, sulla carrozzella, all’intensa opera di propaganda svolta per esortare gli italiani alla resistenza. Divenuto Presidente della Sezione di Difesa Patriottica, si dedicò, pur nelle sue gravissime condizioni di salute, a un diuturno impegno propagandistico per tutto il nord Italia. L’arrivo della notizia dell’azione sul Piave contro l’intero Esercito Asburgico e la decisiva vittoria liberatrice di Vittorio Veneto, fece a Fulcieri l’effetto della liberazione da un incubo e da un’ansietà lungamente vissuta praticata e sofferta, anche se la Fede era restata immutata.

Così vide anche il coronamento felice di tutta la sua opera svolta “alla fronte”, sui campi di battaglia e nell’interno del Paese.

Nel marzo del 1918, mentre si trovava all’ospedale di Genova, contrasse un’infezione acuta dell’epidermide, a quei tempi incurabile; iniziò così il suo rapido ed inesorabile declino fisico ed il 28 febbraio 1919, a soli 26 anni, morì nel sanatorio di Berna, in Svizzera.

Traslato a Forlì, riposa nel mausoleo, accanto a Piero Maroncelli e Aurelio Saffi. Sulla tomba del Padre, che fu autorevole Ambasciatore, formatosi alla scuola diplomatica di Costantino Nigra, di antico e nobile casato ricordato per valore anche da Dante nella Divina Commedia, si legge l’umile e semplice epigrafe: “IL PADRE DI FULCIERI”.

Ora, nel rapporto d’amore tra Padri e Figli, sempre esistente, ma vivificato sul campo del valore dell’onore e dell’amor di Patria, vogliamo ricordare l’ultima parte del nostro articolo del 18 Dicembre 2012: “Onore agli Alpini d’Italia…..lassù, nel Paradiso di Cantore!”, nel quale abbiamo citato due avvincenti storie familiari della “Grande Guerra”…. “…..Quindi, un Padre e un Figlio (Ferdinando e Elio Antoniacomi), due vite, anzi potremmo idealmente dire una sola vita vissuta in intima comunione e continuità affettiva e di idealità, ahimè troppo presto spezzata, tutta  spesa sul fronte del Dovere e dell’amor di Patria. Percorrendo i viali e i gradoni del Cimitero degli Invitti, sul Colle di Sant’Elia a Redipuglia, si incontrano due tombe vicine, che osservandole fanno trasalire portando al ricordo di Ferdinando e Elio Antoniacomi. Ci sono le spoglie mortali del Maggiore Giovanni Riva di Villasanta, eroicamente caduto nel 1916 nel Trentino e di suo figlio Alberto, Sottotenente dei Bersaglieri appena diciottenne, Medaglia d’Oro al VM, che cadde al bivio di Paradiso pochi minuti prima della cessazioni delle ostilità, mentre alla testa dei suoi valorosi Bersaglieri con intemerato coraggio inseguiva il nemico in ritirata. La sua gloriosa morte fu esaltata e rievocata anche da Gabriele d’Annunzio il 5 Maggio 1919 all’Augusteo di Roma. Davanti a quelle due tombe avvolte nel silenzio il visitatore sosta e legge una scritta che celebra quell’eroico ragazzo di nome Alberto, Sottotenente diciottenne dei Bersaglieri, e nel leggerla non può non trattenere la commozione. “Guardami il petto, Babbo e dimmi: sei contento? Alberto più che mai tuo Padre ora mi sento! Ma la povera Mamma rimasta così sola? Un’altra Madre, Italia, di noi la riconsola!” Così certamente lassù, sulle lontane Montagne del “Paradiso di Cantore”, Elio Antoiacomi, Tenente Alpino poco più che ventenne, con queste parole, il 3 giugno del 1973, avrà accolto il Suo amato Papà Ferdinando…; sì, proprio lassù, su quelle lontane montagne, note come il “Paradiso di Cantore….”.

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