Tematiche etico-sociali

Italian Psycho/La follia tra crimini, ideologia e politica

L’uso eversivo della malattia mentale…della pazzia…

Roma, 26 giugno 2021 – L’interessante libro “Italian Psycho/La follia tra crimini, ideologia e politica” di Corrado De Rosa, Psichiatra, pubblicato ad aprile scorso (Edizioni minimun fax).

La psichiatria è una branca della medicina che è stata manipolata perché non esistono esami che attestino con certezza la presenza di una malattia. Questo la rende scivolosa e consente diagnosi più o meno inventate.

Follia, quindi, come strumento di potere; follia per occultare, per proteggere i politici o per ottenere benefici di giustizia. Follia per relegare al gesto imprevedibile di un pazzo le pagine più nere della storia dell’Italia, oppure per etichettare comportamenti umani più o meno non conformi.

Corrado De Rosa segue i casi giudiziari più significativi per riflettere sulle moderne acquisizioni della psicologia e della criminologia.

Leggiamo parti del Libro sul racconto dell’uso eversivo della malattia mentale.

-“”Introduzione. Il rapporto tra follia e potere nella storia più recente dell’Italia è controverso. Nella prima parte, Italian Psyco racconta gli utilizzi “creativi” della malattia mentale negli anni della strategia della tensione e negli anni di piombo: follia per mettere in cattiva luce Pier Paolo Pasolini, per bollare la strage di piazza  il gesto di un manipolo di matti, per sospendere l’ultimo processo su Piazza della Loggia, per delegittimare le lettere di Aldo Moro nei giorni del sequestro. L’ultima parte del lavoro affronta il tema dell’estremismo, del modo attraverso cui il disagio mentale è stato utilizzato, invocato o strumentalizzato nell’islamismo radicale attraverso gli esempi di Ali Ağca, l’uomo dell’attentato a Giovanni Paolo II.””

– da pag.29. “”Quando l’omosessualità era una malattia. Denunciato per tentata rapina Pier Paolo Pasolini ai danni dell’addetto a un distributore di benzina. Lo scrittore, accusato del reato da un operaio, ha negato l’addebito pur ammettendo altre circostanze. Le indagini si sono però concluse con il deferimento all’autorità giudiziaria“. L’intellettuale scomodo è, come si dice, nell’occhio del ciclone. La stampa di destra lo considera il cantore del sordido: l’uomo del pubblico scandalo, il viveur dei bassifondi che va in giro a bordo della sua Giulietta bianca, simbolo di una ricchezza volgare e sguaiata. Per Rinascita, settimanale del partito comunista, lo scrittore è vittima di una persecuzione e della “vergognosa doppia faccia della morale borghese“. Il 17 aprile del 1962, Pierpaolo Pasolini è rinviato a giudizio. Gli avvocati del collegio difensivo di De Santis (parte lesa nda) cavalcano l’onda dei giornali di destra e commissionano ad Aldo Semerari un parere da allegare agli atti del processo. Nel 1962, Semerari, quasi quarantenne, è già una voce autorevole della medicina italiana. Lo psichiatra sa che la sessualità è un terreno su cui inciampano da sempre gli esperti delle discipline scientifiche e umanistiche, ma ha un mandato: prendere la parte di verità che serve a sostenere le tesi dei legali e costruirci intorno una teoria tra medicina e psicologia. Parte da un dato consolidato, l’omosessualità di Pasolini, e la considera una perversione. Decide, quindi, di cavalcare il moralismo perbenista e le crociate omofobe che stanno montando sui giornali. Insomma, Semerari conta sul fatto che, in Italia, la caccia contro chi ama persone dello stesso sesso è violentissima. Malattia o meno, l’obiettivo del professore nero è di mettere in cattiva luce, più di quanto non lo fosse già, Pier Paolo Pasolini. E di sovrapporre la sua immagine all’idea immorale e inaccettabile che accompagna l’omosessualità. Semerari gioca con la scienza e le parole riducendo Pasolini a puro istinto e descrivendolo come un animale incapace di tenere a bada pulsioni irrefrenabili e morbose. Facendo leva sul PM, che aveva scritto che non si può che rimanere atterriti davanti al comportamento di Pasolini, lo psichiatra affonda: “per lo sgomento che proviamo davanti a un’azione aliena, va considerata l’idea che in Pasolini si annidi una psicologia profondamente alterata”. Alle otto di sera, il Presidente legge la sentenza. La condanna è a quindici giorni di reclusione, più cinque per porto abusivo di pistola e diecimila lire di contravvenzione per mancata denuncia della pistola, con la condizionale. In tutto, le vicende giudiziarie che riguardano Pasolini saranno trentatre, perché il suo nome fa da parafulmine per le battaglie politiche sui temi della libertà di espressione e dei diritti civili. Le argomentazioni sono sempre le stesse: corruzione e oscenità. E sempre le stesse sono le sentenze: assoluzione, oppure archiviazione delle denunce e richieste di danni respinte. Il processo dei guanti neri prosegue per altri sei anni e il sipario si chiude quando la Rai ha già deciso che il volto di Pasolini non può comparire in TV nella trasmissione Incontri con i poeti, perché “non sono ammessi intervistati con carichi pendenti“, e il Sant’Uffizio ha ipotizzato di mettere all’indice le sue opere. L’assoluzione è per insufficienza di prove.””

– da pag.91. “”La sindrome di Stoccolma: Aldo moro. Il 18 marzo 1978, con una telefonata Francesco Cossiga dà inizio alla grande manipolazione psicologica dei cinquantacinque giorni più indecifrabili della storia italiana recente. All’altro capo del telefono c’è Franco Ferracuti. Psichiatra, criminologo, cattedratico spavaldo e un po’ guascone, Ferracuti si occupa di questioni tanto delicate che sotto la giacca porta una pistola. Il suo motto è: “Se mi vedo minacciato, sparo… preferisco un brutto processo a un bel funerale“. Ha scritto articoli scientifici brillanti, ha solidi legami internazionali, ha condotto un’inchiesta psicosociale su Cosa Nostra, è un esperto di psicologia del terrorismo. Se Aldo Semerari è il criminologo nero, Franco Ferracuti è un agente della CIA. Se Semerari architetta trame eversive vicine a Licio Gelli senza che sia mai stata trovata la sua tessera P2, quella di Franco Ferracuti è la numero 2137. Dirà che si era affiliato per necessità, sarà uno dei pochi e non farne mistero: “Mi dissero che Gelli proteggeva. Me lo presentarono. A me parve un magliaro, ma m’iscrissi ugualmente alla Loggia“. Il “gruppo di esperti” si aggiunge al comitato interministeriale per la sicurezzae a quello di gestione della crisi. Gli esperti lavorano tra diffidenze e ostacoli: il governo fa ostruzionismo, Giulio Andreotti li ignora. Ferracuti è in contatto continuo con Cossiga, è quello che sa trattare meglio con media e istituzioni. È abituato a confrontarsi con spie di mezzo mondo, agenti dell’FBI e del Mossad, è vicino ai servizi segreti. E poi è un uomo della CIA, degli americani che hanno controllato passo dopo passo la politica di Moro per paura del progetto di avvicinamento al partito comunista. Il 29 marzo vengono recapitate tre lettere del Presidente: alla moglie, al segretario particolare e a Cossiga. Ferracuti si assume la responsabilità di diagnosticare la sindrome di Stoccolma ad Aldo Moro. In una delle poche riunioni formali del gruppo di esperti, la diagnosi è accolta con entusiasmo. Si tratta perfino di una via di fuga per il prigioniero: se tornerà a fare politica, gli verranno perdonati eventuali passi falsi. Francesco Cossiga chiede rinforzi, e dall’America il primo aprile arriva Steve Pieczenik, un personaggio da spy story. Tanto che su quelle, costruirà la sua seconda carriera: sarà autore, con Tom Clancy, di romanzi di spionaggio e sceneggiatore di film, tra cui Caccia a Ottobre Rosso.

L’11 aprile, il direttore della cattedra di neurologia dell’Università dell’Aquila, il Professor Alessandro Agnoli, aggiunge un altro tassello a sostegno della follia del prigioniero: “La scrittura dell’Onorevole Aldo Moro è tipica di chi è costretto a ingerire psicofarmaci tipo quelli somministrati agli schizofrenici per evitare allucinazioni e deliri. Franco Ferracuti concorda. Parla di ostaggio drogato, dice che la sua è la grafia di un uomo imbottito di scopolamina, Pentothal, LSD. La prosa sarebbe estorta, infantile, rivelatrice di profonda prostrazione. I testi sono insensati. Anna Laura Braghetti, la carceriera, esclude torture e somministrazione forzata di sostanze di qualsiasi tipo. Ricorda di aver comprato qualche medicina per il presidente, ma utile a curare i problemi di ipertensione. Anche i risultati dell’autopsia, svelati in anteprima dal giornalista Mino Pecorelli, chiariranno che sul cadavere di Moro non c’erano segni di privazioni fisiche, “né risultano essere stati somministrati depressivi o stimolanti“. Il Presidente stesso, in una lettera, conferma: “non ho subito alcuna coercizione, non sono drogato. Scrivo con il mio stile, per brutto che sia. Uso la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e ai miei argomenti neppure si risponde“. La situazione è kafkiana, Moro capisce che la condanna morte è stata decretata. Ma le sue proteste sono negazione, le paure paranoia, l’istinto di sopravvivenza meccanismo difensivo. E la psichiatria diventa braccio armato del potere politico.””

– da pag.232. “”Il lupo grigio shakespeariano. Alle 17.17 di mercoledì 13 maggio 1981, Mehmet Ali Ağca spara a Giovanni Paolo II con una Browning e HP calibro nove Parabellum, matricola 76C23953. Qualcuno dirà: “Era una pistola che nessun killer serio utilizzerebbe per ammazzare qualcuno“. Quanto alla pistola, si tratta di un gioiellino di alta precisione, da cui partono proiettili che fanno 350 metri al secondo. A quarantott’ore dall’arresto in Piazza San Pietro, Stalay Yorukoglu, uno psichiatra esperto di terrorismo turco, fa sapere che Ali Ağca è schedato come schizofrenico: è uno che vuole diventare un eroe, costi quel che costi. E aggiunge di escludere che abbia sparato al Pontefice per motivi religiosi: “faceva parte del partito di Alparslan Türkeş, si tratta di elementi di destra e non di musulmani devoti”. Ağca annuncia prima di voler svelare grandi misteri, poi ci ripensa e si chiude in un mutismo impenetrabile. La Procura di Roma consegna alla Prima Corte d’Assise un fascicolo voluminoso. Il processo si terrà per direttissima. Secondo l’avvocato d’ufficio Pietro D’Ovidio manca una richiesta del Ministero di Grazia e Giustizia per poter procedere. Nel nostro paese, secondo l’articolo 8 del trattato tra Santa sede e Italia, l’attentato al sommo Pontefice è parificato a quello contro il Capo dello Stato perché la persona del Pontefice è sacra e inviolabile. Non c’è bisogno dell’intervento del Ministro“. Mezz’ora dopo la Corte respinge l’eccezione. Gli accordi tra Italia e Vaticano sono chiari, il processo prosegue. L’avvocato d’Ovidio vorrebbe ottenere una perizia. Punta, se non all’infermità di mente, a uno sconto di  pena. Cavalca, forse non lo sa nemmeno, un’evidenza scientifica. Il fatto, cioè, che esistono dati consolidati sul rapporto tra follia e Lupi solitari: uno su tre soffre di un disturbo mentale, più spesso schizofrenia e disturbo bipolare, che comunque non condiziona le capacità di organizzazione, pianificazione e previsione necessarie per portare a termine la sua missione.

Ağca omette deliberatamente troppi particolari. Quello che all’inizio delle udienze si sa dei precedenti politici e dei suoi rapporti con i Lupi grigi – il gruppo neonazista islamico di cui si professa prima militante, poi fiancheggiatore, poi infiltrato, poi di nuovo militante – è stato ricostruito attraverso fonti turche, non per una sua disponibilità a collaborare. Nicolò Amato sceglie un incipit carico di pathos. Nell’ora e mezzo di requisitoria, punta sul richiamo ai sentimenti umani e religiosi, lascia in secondo piano le argomentazioni tecniche. L’imputato sarebbe un visionario solitario: “c’è una centrale eversiva italiana o straniera? Ci siamo addormentati a lungo per trovare una risposta, per cercare prove: non è emerso niente“. Il ragionamento del Procuratore ha un fondamento psicologico, ma è difficile riassumere tutto nell’azione autonoma di un esaltato ansioso di diventare eroe. Per questo, l’accusa del Dottor Amato ha lasciato aperti molti dubbi. Chi lo ha attaccato ha sostenuto che appiattire le tesi sul fanatismo folle e sulla grandezza delirante di Ağca sia stato riduttivo. La personalità del lupo grigio è intrisa di narcisismo, non c’è dubbio. È stato, forse, anche la caratteristica più apprezzata da chi ha deciso di assoldarlo per l’incredibile impresa. L’indomani tocca alla difesa. L’avvocato d’Ovidio ha sempre sostenuto la tesi del killer solitario: “non è mai esistita un’organizzazione internazionale che abbia scelto la mano di Ağca per assassinare il Papa. Il terrorista ha agito in piena solitudine“. Riprende gli elementi processuali che testimoniano la sua menomazione psichica, sia prima del 13 maggio sia in occasione degli interrogatori dopo l’arresto: “i motivi che l’hanno spinto al gesto vanno ricercati nella mente malata dell’imputato, preda di una schizofrenia paranoica che gli faceva desiderare di diventare un eroe del mondo musulmano“. Il suo è un comportamento estremo, ma non è uno schizofrenico.

Il processo dura 72 ore, e dopo sette di camera di consiglio, i Giudici emettono la sentenza. Sono le 17:30 del 22 luglio 1981: ergastolo. Più dieci anni convertiti in 12 mesi di isolamento per il ferimento delle due fedeli che assistevano all’udienza del Papa. Non gli viene riconosciuta nessuna attenuante. Rifiuta di ricorrere in appello. Anche se, dietro la sua rinuncia, si nasconde la speranza, forse la certezza, di ricevere un aiuto, come era già accaduto in Turchia. Aiuto che stavolta non arriverà. Tre mesi dopo la condanna, parte una dell’inchieste più difficili della storia italiana, quella sulla Bulgarian Connection, secondo cui l’attentato sarebbe il momento finale di una trama commissionata da Mosca ai servizi segreti di Sofia.

La tesi è rilanciata sul Reader’s Digest dalla giornalista americana Claire Sterling: l’attentato è stato organizzato dai bulgari. Ağca contribuisce a delineare la pista comunista, ma il 24 giugno 1984 – quarantott’ore dopo il sequestro della quindicenne Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura pontificia – smette di parlare. Quindi da un lato smonta quello che aveva costruito fingendosi, di nuovo, pazzo, dicendo di essere Cristo il profeta tornato sulla terra, dall’altro spera in uno scambio: lui fuori, Emanuela di nuovo a casa. Lo scambio non avverrà mai, sebbene i legami tra il sequestro della ragazza e la sua vicenda giudiziaria siano inquietanti. Furono quattro gli anni dedicati alla pista bulgara: tutti assolti per insufficienza di prove. Il giudice fa i conti con tesi e ritrattazioni del solito Ağca, che chiama in causa CIA, P2, Opus Dei, KGB e campi di addestramento siriani dove sarebbe stato insieme a comunisti turchi e terroristi occidentali. Il 18 gennaio 2010, Mehmet Ali Ağca ottiene la grazia dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi e torna in Turchia per scontare un residuo di pena.””

Sin qui il libro.

Concludendo, restando in questa vicenda fosca, più volte trattata su questo giornale, aggiungiamo che certamente va ricercata la verità.

E la Chiesa deve chiudere questa vicenda che in parte l’ ha coinvolta.

La Chiesa nella Sua alta missione dovrà dire che se ci sono mercanti nel tempio vanno estromessi oppure, altrettanto chiaramente, se la Santa Sede non ha responsabilità.

E questo perché la verità, secondo la Fede cristiana, è l’amore di Dio per noi, e quindi va cercata, accolta ed espressa…

Certo, il dubbio che resta, al di là di tutto, è se Emanuela e Mirella siano ancora vive.

Quanto esaminato nel tempo ci condurrebbe ad un giudizio negativo, e questo dispiace soprattutto per i familiari, che vivono ovviamente nella speranza, si, nella speranza intimamente vissuta e sofferta…

 

 

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