Tematiche etico-sociali

Boranga: “Rispettate le misure di sicurezza”

Dai campi di calcio alla medicina, il mitico Boranga, classe 1942, ci parla del COVID-19 e della sua longevità tra i pali.

Nel corso della trasmissione “Colpi di Tacco”, condotta da Fabrizio Baldovini e dal sottoscritto, andata in onda in occasione della ripresa delle trasmissioni di RADIOFARO, ora RADIOFAROTV, il network della testata giornalistica ILFAROONLINE.IT, è intervenuto  il dott. Lamberto Boranga storico portiere del Cesena degli anni 70 e poi biologo e virologo. Un mito per tutti gli amanti del calcio, al quale gioca ancora e un medico di grande esperienza.

Allora dottore, cosa ci dice di questa pandemia che ci ha cambiato la vita?

“E’ qualcosa che nessuno poteva immaginare. Un virus che è arrivato al punto di scatenare una vera e propria guerra mondiale creando una situazione veramente pericolosa. Un virus che prende per lo più in forma cattiva e maligna gli anziani ma che può colpire qualunque persona mandandola in terapia intensiva, dove poi resta ricoverata per settimane. Per gli anziani il pericolo è maggiore perché sono più deboli, hanno le difese immunitarie più basse, hanno spesso delle patologie pregresse e se cadono vittime di una polmonite difficilmente riescono a superarla. I giovani, che hanno le difese immunitarie più forti e il fisico migliore, come ad esempio i calciatori, la riescono a sopportare in maniera più tranquilla. Ma tutti devono fare molta attenzione a non prenderlo”.

E’ vero che dovremo convivere col virus ancora per molti mesi?

“Certo, ci dovremo convivere finché non avranno trovato una terapia adeguata o un vaccino. Quindi dovremo sempre mantenere le distanze, come ci impongono attualmente le regole di sicurezza, dovremo indossare mascherina e guanti e anche una copertura degli occhi. E si dovrà andare a lavorare con l’abitudine di usare queste forme di sicurezza per noi e per gli altri. Questa situazione, secondo me, ce la porteremo almeno per un anno ovvero finché non ci sarà la vaccinazione, di massa o parziale e che dovrà essere totalmente adeguata alla situazione che stiamo vivendo. Dovremo abituarci a non vedere più la partita di calcio allo stadio, ma solo in Tv. Non potremo andare nei locali pubblici come prima, al cinema, alle manifestazioni pubbliche e dovremo applicare delle regole ben precise di comportamento”.

Quindi il vaccino è lo snodo per intravedere una qualche forma di soluzione al problema. Dunque non ci resta che “fare il tifo” per la nostra ditta farmaceutica di Pomezia, la Advent-Irbm che con lo Jenner Institute della Oxford University sta accelerando le ricerche per creare un vaccino da sperimentare sui primi 500 volontari. Le sembra un percorso serio?

“E’ un percorso assolutamente serio. La ditta di Pomezia, inoltre, è in collegamento anche con gli sperimentatori americani. Quindi c’è una doppia capacità sia in Usa che in Italia che potrebbe consentire la possibilità delle prime sperimentazioni. Secondo me entro dicembre potremo avere il vaccino sempre che, strada facendo, non intervengano inaspettate difficoltà. Perché il virus può avere delle mutazioni di organismo in organismo. Il vaccino, dunque, potrebbe non essere efficace in egual misura per tutte le popolazioni, dall’asiatica all’americana o all’europea. Quindi la speranza è che i ricercatori riescano a capire quale è il meccanismo delle sue mutazioni, individuando quale è la proteina di aggancio che ha questo virus nell’apparato polmonare. Secondo le mie informazioni sembra che siamo abbastanza vicino alla soluzione”.

Una coppia, 45 anni lei e 52 lui, ha preso il Covid-19. I due sono stati allettati per due settimane con febbre altissima e lui con un principio di problemi respiratori. Si sono curati con tachipirina e antibiotico e sono guariti. Ho letto un’intervista di un medico che affermava che il problema per gli anziani non era tanto il Covid-19, che può uccidere, quanto la terapia eccessivamente forte. E’una teoria credibile?

“Se queste persone avevano una polmonite e l’hanno superata con tachipirina e antibiotico, visto che al virus l’antibiotico non gli fa neanche una carezza, probabilmente lo hanno preso in una forma limitata e con un’aggressività virale minima. Quindi hanno avuto solo una complicazione di una forte influenza perché fondamentalmente il corona virus, che si conosceva anche ai tempi miei quando studiavo, è un virus che convive nel nostro ambiente, negli animali, nell’uomo ma non genera una situazione così aggressiva. Evidentemente il COVID-19 ha subito delle mutazioni passando dagli animali all’uomo che l’ha preso mangiandoli, come sono abituati a fare in Cina e così ha potuto generale le mutazioni che ora lo rendono molto aggressivo. Poi il contagio diventa frequente e semplice. Se guardiamo quello che è successo in Lombardia sembrerebbe che il virus stia nell’atmosfera, invece non è così. Questo non è affatto vero”.

Nel ringraziarla per le sue spiegazioni su quanto ci sta tormentando possiamo alleggerire il discorso parlando un po’ di calcio, che è stata l’altra professione e passione della sua vita?

“Ma certo, anche se premetto che non sono mai stato tifoso di una squadra in particolare. Io tifavo solo per quella che mi pagava, che è poi il sentimento di tanti calciatori, per non dire di tutti. La Roma però era una squadra che mi era molto simpatica e le spiego perché. Una domenica dovevamo giocare un Roma-Cesena ma sulla Capitale si scatenò un diluvio universale che fece spostare la partita al lunedì. Così noi del Cesena andammo in ritiro a Marino e il giorno dopo la Roma ci fece subito due gol. A quel punto sembrava che potesse vincere la partita tranquillamente invece per noi segnarono Frustalupi su rigore e poi Bertarelli. Sul 2-2 i giocatori della Roma attaccavano come forsennati e anche quel giorno il tempo era pessimo. Ad un certo punto Ciccio Cordova colpì di testa verso la mia porta praticamente a botta sicura. Ma gli avversari non sapevano che io paravo più facilmente il difficile che il facile e infatti su quel colpo di testa di Cordova feci una gran parata. Così il match finì in parità e noi del Cesena, che eravamo un po’ rivoluzionari, tutti giovani e scanzonati, felici come eravamo, uscendo dal campo salutammo la curva dei tifosi romanisti e questi mi applaudirono, come se fossi stato un loro giocatore. Per un avversario è bellissimo ricevere questo tipo di apprezzamento, che mi fece capire che il tifo romanista era qualcosa di veramente bello e importante”.

Quale è il segreto della sua longevità visto che ancora gioca? . Ho letto che sono 25 anni che non beve, non fuma, si allena ogni giorno e tutte le mattine assume la papaya fermentata. E’ forse un elisir di gioventù?

“Ad un convegno incontrai il Prof. Luc Montagnier, presidente della fondazione mondiale per la ricerca e prevenzione dell’AIDS che, con la dottoressa Françoise Barré-Sinoussi e il dottor Robert Gallo, vinse il Premio Nobel per la Medicina nel  2008. Erano i tempi della grande diffusione dell’AIDS e ricordo che proprio di AIDS morì un mio amico, il mio compagno di squadra nel Foligno Scarsella. Una storia che mi colpì moltissimo. Quando riuscii a parlare con Montagner di questo lui mi consigliò di usare la papaya fermentata perché ha la caratteristica di aumentare le difese immunitarie. Io pensai che se aumenta le difese immunitarie è un anti-invecchiamento, perché quando si abbassano le difese immunitarie questo è più precoce. Così mi convinsi di assumerla e mi deve aver fatto bene, unita a stili di vita corretti, perché ancora gioco. Anche se questo maledetto COVID-19 mi ha rovinato la carriera, perché avevo un contratto per un paio di partite con una squadra di Promozione che dovevo ancora giocare. Speriamo che le potrò fare il prossimo anno, tanto sono ancora giovane, c’è tempo …”.

Chi è stato il suo modello di portiere?

“Beh, Dino Zoff è stato un maestro, lui è un monumento del calcio italiano e dello sport (lo vediamo insieme a Boranga nella foto, ndr). Per me lui è stato un punto di riferimento. Quando però andai alla Fiorentina trovai Ricky Albertosi e vedendo lui ho imparato tutto quello che c’era da imparare per diventare un portiere di serie A. Devo molto a Ricky Albertosi. Io ero uno che si buttava da un palo all’altro anche quando non era necessario. Nel tempo mi sono inquadrato con lui e grazie a lui sono riuscito a capire cosa volesse dire fare il portiere nella massima serie. Con Ricky e Dino ancora ci sentiamo. Ricky è più esuberante e molto vicino al mio carattere, mentre Dino è più tranquillo e quando ci sentiamo mi dice sempre:”Ma giochi ancora? Ma tu sei matto!”

Lamberto Boranga detto “Bongo” … un mito!

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