Tematiche etico-sociali

Alpini della Carnia nel cuore e nell’anima… ancora ricordati…

Roma, 30 gennaio 2020 – Un Amico di Forni di Sopra, il Luogotenente dei Carabinieri Mario Benedetto Tabacchi, validissimo collaboratore durante la mia triennale presenza in Veneto, per le Sue alte doti di umanità e in particolare per la partecipazione alle difficoltà umane e familiari del Personale… nel tempo ha sottoposto alla mia attenzione delle interessanti carte avute da Amici di Forni di Sopra, per cui abbiamo scritto di Iginio Coradazzi, nato a Forni di Sopra, in Carnia, il 22 ottobre 1894, Sergente dell’8° Reggimento Alpini (costituito dai Battaglioni “Tolmezzo”, “Gemona”, “Feltre” e “Vestone”), al cui comando c’era il mitico Colonnello Antonio Cantore, che cadrà, divenuto Generale, da Eroe sulle Tofane nel luglio del 1915, colpito in fronte da una pallottola austriaca…
Secondo una leggenda, tutti gli Alpini che “vanno avanti…” si ritrovano nel “Paradiso di Cantore”, vicino all’eroico Generale…
Ed è così ancora per il Maggiore degli Alpini Fioravante Bucco, classe 1921, che anni addietro la Sezione ANA Alpini di Forni di Sopra ha festeggiato per il suo 95 compleanno, alla sua presenza. Serata commovente, per i presenti e ancor più per uno degli ultimi reduci della 2^ Guerra Mondiale e della campagna di Russia. Molto avvincente la lettura del suo libretto ”Russia 1943: La Ritirata”.
Si, la Carnia, Terra generosa e “scarpona” per eccellenza; Terra dove la memoria dei Suoi Caduti è assicurata certamente dalle Sezioni dell’ANA, ma soprattutto nell’ambito delle Famiglie in cui è regola trovare un Alpino di vecchia come di nuova generazione.
Ora esaminiamo una triste vicenda contenuta nel libretto “”Sameavin Animes Dal Purgatori – 1916: la decimazione di Cercivento”…Estratto da “Storia contemporanea in Friuli” Anno XXI – 1995 n. 22 dell’ Istituto Friulano Per La Lotta Del Movimento Di Liberazione – Coordinamento Circoli Culturali Della Carnia””
Questa, la testimonianza di Anna Dain Casali di Cercivento – inverno 1989 – raccolta da William De Stales.“Mi ricordo ancora come fosse oggi quella giornata… Quando hanno ammazzato quei poveri militari dietro al cimitero di Cercivento. Erano circa le cinque del mattino: mi stavo recando al lavoro. In quel periodo ero una ragazza e aiutavo la Mis presso il Lazzaretto a preparare i pasti ai militari che ivi erano acquartierati. Ogni tanto il mio compito era anche quello di distribuire il tabacco alla truppa. D’improvviso ho sentito una scarica… Mi sono spaventata… Non sapevo se andare avanti o ritornare a casa… Mi sono fatta coraggio e ho proseguito… Lungo il cammino verso il Lazzaretto ho incontrato il plotone che era stato incaricato di sparare… Sembravano anime in pena del purgatorio… Li avevano ammazzati solo per dare “buon esempio!!!“. Mio cognato “Barbe Lino”, militare della 109a che faceva parte del gruppo, preso insieme agli altri, diceva sempre: “Questi comandanti (della 109) ci spedivano allo sbaraglio facendoci rischiare la pelle in continuazione… E loro, al riparo delle rocce non facevano vedere la loro bella faccia!!“… E dopo tutto questo… le fucilazioni!!!”.
INTRODUZIONE “”A 80 anni dai fatti accaduti, grazie alla disponibilità dimostrata dall’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, editiamo questo estratto dal vol. 22 di Storia Contemporanea in Friuli, curato da Giampaolo Leschiutta, per ripresentare un episodio di “decimazione“ tra le Truppe Alpine in Carnia durante la prima guerra mondiale. È importante che si conoscano questi fatti, perché la comunità di Cercivento ne fu coinvolta e alla fine rimase sconvolta per come le gerarchie militari la risolsero. Personalmente, data l’età, non l’ho vissuta, ma sicuramente il racconto di questo fatto, alla pari di altre storie raccontate ai ragazzi dagli adulti, ha fatto parte del mio immaginario infantile””.Così scrive Giampaolo Leschiutta…””Nel corso delle mie ricerche di questi ultimi anni che sono state dedicate, in particolar modo, ad una analisi delle vicende vissute dalla Carnia e dalle sue popolazioni nei primi 20 anni di questo secolo, mi è capitato più volte di confrontarmi con gli avvenimenti del giugno 1916 legati alla mancata completa conquista della Creta di Collinetta ed alla conseguente e cosiddetta decimazione di Cercivento. Un ultimo spunto di riflessione, che si ritiene però assai essere rilevante per la comprensione degli avvenimenti oggetto di questa ricerca, è la considerazione di quanto la grande maggioranza degli Alpini dislocati lungo il fronte della zona Carnia – e quindi non soltanto nel sottosettore di cui faceva parte la Creta di Collinetta – era stata reclutata tra i valligiani carnici che potevano così identificare la difesa della linea di combattimento con quella pressoché immediata dei propri paesi, delle proprie famiglie. Non solo, ma se da una parte erano stati proprio loro, nei primi mesi di guerra, ad indicare agli ufficiali i percorsi più idonei e più sicuri tra le diverse postazioni e tra queste ed i centri logistici ed operativi di fondovalle, dall’altra non si può nemmeno dimenticare il ruolo svolto dalla popolazione civile, che si era andata ispirando a comportamenti, se non di appoggio, quantomeno non ostili a quelle vicende che stavano interessando, al fronte, i propri familiari… A fine giugno 1916, in ogni caso, questa situazione di tacita accettazione dello stato di cose e cioè di una compresenza degli schieramenti sulle due cime antistanti della Creta, ebbe a mutare radicalmente per la decisione presa dal Comando del 12º Corpo d’Armata, e più in particolare da quello della 26ª Divisione di stanza a Paluzza, di favorire operazioni, anche di artiglieria, volte al completo possesso di tutte le sue posizioni. L’inizio delle operazioni fu fissato per le prime ore del mattino del 24 giugno 1916 con una azione che si doveva basare essenzialmente sull’effetto sorpresa e senza particolari appoggi di altri reparti, anche di artiglieria, allo scopo evidente di non vanificare tale proposito.
Come ricordato negli atti processuali, verso le 20:30 del 23 giugno il secondo plotone e, separatamente, anche gli altri tre plotoni della 109ª compagnia del Battaglione alpino “Monte Arvenis”, in maggioranza reclutati tra valligiani carnigiani che erano stati incaricati di muovere dalla cima occidentale per prendere possesso dell’intero gruppo montuoso, rifiutarono di uscire dai propri baraccamenti cercando invece, a quanto risulta, di invitare il Capitano Armando Ciofi, Comandante della stessa Compagnia, ad organizzare un attacco con una sufficiente copertura, cosa che avrebbe garantito maggiori possibilità di successo. L’inizio della rivolta sembra infatti aver avuto origine dal fatto che il secondo Plotone della 109ª, incaricato dalla parte più rischiosa dell’intera operazione, si fosse rifiutato di uscire allo scoperto, dal momento che il terreno antistante si presentava come una cresta liscia, priva di canaloni di appoggio e per cui veniva richiesto con insistenza il rinforzo degli altri tre plotoni a disposizione nelle immediate retrovie, rinforzi che il Capitano Ciofi era sembrato in un primo tempo disposto a concedere, pur non potendosi ritenere se si fosse trattato o meno, da parte sua, di una vera convinzione sulla necessità di far accorrere altri Alpini sul posto… La consapevolezza per gli Alpini del secondo plotone che il capitano Ciofi non avrebbe mandato i rinforzi sperati, ma che anzi, verosimilmente, si apprestava a procedere penalmente contro di loro, venne nel momento in cui constatarono che gli altri tre Plotoni, invece di salire su in rinforzo, stavano invece scendendo verso il fondovalle, fatto che veniva poi confermato da una comunicazione telefonica secondo la quale anche loro, sperando con ciò di limitare le conseguenze per il secondo plotone, si erano rifiutati di partecipare ad una simile operazione.
Erano infatti stati sostituiti anche loro da altri reparti e tutta la 109ª Compagnia venne così condotta in stato di arresto in direzione prima dei magazzini militari di Collina e poi dell’abitato di Timau i cui abitanti dovettero assistere alla scena con costernazione mista a sospetto, ma senza poter intervenire in alcun modo nonostante la presenza, tra gli arrestati, del caporale Basilio Matiz, loro amico e compaesano… Il 29 giugno, mentre perduravano i bombardamenti da parte italiana, gli stessi attacchi cominciarono a riguardare anche la cima orientale della Creta di Collinetta che, dopo reiterati tentativi nel corso della mattinata, venne definitivamente conquistata nel pomeriggio e, secondo fonti austriache, anche in modo inspiegabile dato il numero di reparti che la stavano al momento presidiando. L’effetto “sorpresa” venne infatti garantito da un gruppo di Alpini che erano riusciti ad arrampicarsi salendo silenziosamente lungo un canalone con ai piedi le loro tradizionale scarpe di tela, gli “scarpèts”, e grazie anche ad una fitta nebbia che nel frattempo era calata… Così se da una parte tutti gli arrestati, continuando forse a non rendersi ben conto della gravità della situazione, vivevano in una attesa che era contrassegnata da un pesante mutismo, le loro madri e spose stavano cercando, piangendo, di mettersi in contatto con loro per capire cosa era successo e per dare loro quanto poteva necessitare. E mentre altre donne, nello stesso momento, stavano dando origine a reazioni di protesta sempre più difficoltosamente tenute a freno dalle truppe in armi, alcuni anziani, in questo clima di confusione generale, manifestavano urlando e minacciando sotto la torre di Nassi dove era imprigionata buona parte degli arrestati. Dagli atti processuali e dalle fonti orali raccolte risulta in ogni caso che tutte le fasi processuali si siano svolte con la massima celerità e sulla base di una mera applicazione formale della legge e dei diritti della difesa. Le udienze del processo, vennero tenute nella Chiesa di Cercivento, dopo che questa era stata “desacramentalizzata” dal parroco, Don Luigi Zuliani, che aveva precedentemente riposto nella annessa sacrestia quanto contenuto nel tabernacolo.
IL PROCESSO… Con ordinanza firmata dal Generale Salazar in qualità di Comandante della 26ª Divisione, venne pertanto convocato un Tribunale Militare Straordinario per giudicare questi 80 alpini, 12 graduati e 68 soldati appartenenti alla 109ª Compagnia, tutti imputati di violazione dell’articolo 114 del Codice Penale Militare di Guerra, che prevedeva il reato di rivolta in tempo di guerra. L’articolo 114, si ricorda, rispondeva a rigidi e formalistici criteri disciplinari e per la cui violazione erano previste gravi pene giudiziarie, comprendendo anche la fucilazione previa degradazione per quelli che venivano riconosciuti come i principali responsabili. Era infatti sufficiente che quattro soldati in armi non obbedissero all’ordine loro impartito per essere imputati e processati per il reato di rivolta, anche in caso di un successivo ravvedimento. La fucilazione dei quattro condannati che, si vuole ricordare, erano il Caporale Maggiore Ortis Gaetano di Paluzza, il Caporale zappatore Coradazzi Giovanbattista di Forni di Sopra, il già ricordato Caporale Matiz Basilio di Timau ed il Soldato Massaro Angelo Primo di Maniago, avvenne all’alba del 1 luglio in un prato antistante il cimitero di Cercivento, appena due ore dopo la lettura della sentenza. Ma se le fonti orali raccolte non aiutarono a fornire precise indicazioni sulle modalità di svolgimento del processo, le stesse resero invece possibile ricostruire le tristi modalità dell’esecuzione degli avvenimenti immediatamente successivi. Dopo la lettura della sentenza, il Parroco di Cercivento, Don Luigi Zuliani, che con tutta la popolazione aveva seguito l’evolversi della situazione con viva e preoccupata partecipazione, venne incaricato dall’Autorità Militare di confessarli e fu quindi in grado di raccogliere l’ultima dichiarazione di innocenza da parte degli stessi condannati. Venne poi incaricato di procedere all’esecuzione un picchetto di Carabinieri – forse perché, anche in questo caso, non si ritenevano gli altri reparti in armi in grado di garantire le rigide necessità di una giustizia repressiva – mentre i quattro condannati, bendati e legati su delle sedie tenute ferme con alcuni massi, morivano tutti sotto la prima scarica del picchetto con la sola eccezione di Basilio Matiz che mentre urlando continuava a rivendicare la propria innocenza, venne successivamente ucciso con un colpo di rivoltella sparatogli in fronte dall’ufficiale responsabile dell’esecuzione. Alla notizia delle esecuzioni tutta la popolazione di Cercivento visse un breve momento di tensione con minacce rivolte soprattutto contro il Ciofi ritenuto, se non l’unico, quantomeno il principale responsabile di tutta la vicenda. I corpi dei quattro alpini vennero portati nella camera mortuaria del vicino cimitero di Cercivento dove, per mancanza di spazio, vennero lasciati ancora legati due sul tavolo e due sul pavimento della stessa cappella. Si vuole poi ricordare, pur senza averne trovata traccia nell’allegata documentazione ufficiale che pure nota diverse e successive indicazioni di riduzione di pena di condono, quante siano state, nel corso della ricerca, le testimonianze relative ad un asserito provvedimento di grazia sovrana. Secondo queste testimonianze variamente successivamente raccolte, sembra infatti che poche ore dopo l’esecuzione, secondo alcuni, due giorni dopo secondo altri, fosse arrivata in Carnia la grazia per iniziativa Regale, fatto questo che permette evidentemente di ritenere che, qualora ciò si sia effettivamente verificato e qualora in tale evenienza le Autorità militari avessero agito con minore precipitazione, gli avvenimenti avrebbero potuto avere, forse, indifferente epilogo…””.
Sin qui l’interessante pubblicazione…
Ora proseguiamo, con riferimenti storici relativi a quell’anno ricordato… il 1916… e tornando ai tragici fatti avvenuti all’alba del 29 giugno 1916, nella zona del Monte San Michele, gli Austriaci, con quell’azione, intendevano ricacciare gli Italiani dalle posizioni raggiunte dopo le prime cinque battaglie dell’Isonzo. I reparti erano costituiti dai Reggimenti 1° e 17° della 20° Divisione Honved ungherese, le cui avanguardie erano munite di mazze ferrate per finire i moribondi… con il vigliacco colpo sul cranio. I Soldati italiani sopravvissuti furono comunque nelle condizioni di resistere e bloccare, con l’ausilio dei rinforzi, l’attacco. 100 i morti tra gli Ufficiali e 2600 tra i Soldati; rimasero gravemente intossicati dai gas, invece, 98 Ufficiali e 3900 Uomini di Truppa delle Brigate “Regina” e “Pisa”. Per giorni, sulle carrette trainate da muli, le salme furono portate a Sdraussina, al cimitero chiamato poi “Cimitero degli Asfissiati”, per essere successivamente traslate nel 1928 al Sacrario Monumentale di Redipuglia. La notizia fece notevole scalpore, anche se i gas asfissianti erano stati usati per la prima volta dai Tedeschi il 22 aprile 1915, in Belgio, causando 5000 vittime tra le truppe francesi e preparati a ripiegare su posizioni difensive. Probabilmente, se il Generale Luigi Cadorna fosse stato più audace e meno attendista, la guerra avrebbe potuto prendere un’altra piega, diversa da quella del logoramento in trincea e delle ripetute e ritenute inefficaci spallate delle 11 Battaglie dell’Isonzo. Per reazione, il Generale Luigi Cadorna e il suo Stato Maggiore ritennero che un ruolo importante doveva essere assicurato dalla Giustizia Militare di guerra, quale unico strumento di disciplina ferrea con ruolo di rigida educazione e dissuasione di comportamenti ritenuti illeciti. L’azione del Comando Supremo si svolse facendo pressione sui Tribunali Militari perché non si discostassero dalle richieste sanzionatorie che avanzava la gerarchia e, accortosi che in alcuni casi i Collegi agivano in libertà di coscienza perché era preponderante il numero dei giudici Ufficiali di complemento che, più liberi di pensiero rispetto agli altri colleghi, in quanto provenienti dalla vita borghese, dal mondo del lavoro e degli studi, fece sì che nei collegi giudicanti l’elemento di militari di carriera fosse predominante. Ma sappiamo bene dalla storia dove portò la linea Cadorna, con fucilazioni di massa di asseriti disertori (addirittura “decimazioni”), mentre sarebbe stata più pagante quella di Armando Diaz, certamente più umana e attenta alle esigenze dei militari. Diaz, nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dopo Caporetto, non certamente perché più valido di Cadorna, come in effetti era, ma solo perché napoletano e quindi più vulnerabile e meglio censurabile in caso di eventuale definitiva disfatta, creò le premesse per la vittoria italiana galvanizzando le truppe per la riscossa che si verificò, come sappiamo, con la Vittoria delle armi d’Italia!
Un famoso scrittore inglese, Rudyard Kipling, ebbe questo giudizio su questi mitici Soldati d’Italia: “Alpini, forse la più fiera, la più tenace fra le Specialità impegnate su ogni fronte di guerra. Combattono con pena e fatica fra le grandi Dolomiti, fra rocce e boschi, di giorno un mondo splendente di sole e di neve, la notte un gelo di stelle. Nelle loro solitarie posizioni, all’avanguardia di disperate battaglie contro un nemico che sta sopra di loro, più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutto soltanto di coraggio e di gesti individuali. Grandi bevitori, svelti di lingua e di mano, orgogliosi di sé e del loro Corpo, vivono rozzamente e muoiono eroicamente”.
Così poi scrive Marco Mondini (ricercatore nell’Istituto storico italo-germanico di Trento e docente di Storia militare nell’Università di Padova, con numerosi libri sulla “Grande Guerra”), nel suo ultimo lavoro: “I Luoghi Della Grande Guerra” (il Mulino-Ritrovare l’Italia, pag. 166, sett.2015) su Cadorna (da pag.127): “”… Le cause della sconfitta tattica a Caporetto erano da dividere tra Capello (Generale), che comandava la 2^ Armata, e i Generali in subordine incapaci di reagire agli imprevisti e alle rapidità dell’infiltrazione tedesca, mentre la ragione della rotta disordinata in cui si era trasformata la ritirata era da imputarsi solo alla incapacità di gestire la situazione… Cadorna amava dipingersi come un carattere imperturbabile, ma la sua esperienza di comando ha lasciato più che altro le tracce di personalità paranoica: vedeva complotti sovversivi dovunque, Governo compreso, ed era fermamente convinto che i suoi soldati desiderassero tradire e disertare. Anche se nella primavera del 1916 aveva saputo reagire con efficienza alla crisi prodotta dalla “Strafexpedition“, la rotta dell’ottobre 1917 e il disfacimento della sua struttura di Comando sul fronte orientale provocarono un’evidente crisi di panico; la sua fuga verso Padova (da Udine sede dell’Alto Comando n.d.a.) decisa senza fornire alcun ordine di evacuazione e senza avvertire nemmeno le Autorità civili, lasciò nel caos le armate in pieno ripiegamento. La simmetria con la fuga dei Generali che avviò la dissoluzione dell’Esercito l’8 settembre 1943 è solo una delle spie che confermano quanto Cadorna fosse l’uomo sbagliato per condurre una guerra moderna… Alla dissoluzione della catena di comando, l’atteggiamento del Generalissimo, pronto a scaricare le cause della disfatta sui sottoposti e infine sul cedimento morale dei Soldati, contribuì in modo fondamentale..””
Concludendo, lasciando da parte le gerarchie, rendiamo omaggio commosso e riconoscente ai nostri 651.000 Militari caduti e ai tanti Eroi che hanno evidenziato immane coraggio e valore nel nome dell’Italia nostra. Onore a Loro !! Ricordiamo, poi, trattando degli amati Alpini, che nella metà di giugno del 1915, gli Alpini effettuarono la prima leggendaria impresa, la conquista del Monte Nero, per la quale i nostri avversari così si espressero: “Giù il cappello davanti agli Alpini! Questo è stato un colpo da maestro”.
Tornando all’argomento relativo ai nostri Alpini di Cercivento, su” IL FRIULI.IT” leggiamo…“”Parole di vivo apprezzamento e considerazione per l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla memoria dei Soldati italiani uccisi dai plotoni di esecuzione durante la Grande Guerra in un messaggio preparato per il convegno di Rovereto sulla Prima Guerra Mondiale. Proprio in quella circostanza, la Presidente Serracchiani aveva scritto al Capo dello Stato per chiedere che venga restituito l’onore anche ai quattro giovani Alpini friulani fucilati a Cercivento nel luglio del 1916…””

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