Finalmente la pax mafiosa… con miei ricordi professionali …( 3^ e ultima parte)

Roma, 1 dicembre 2019 – Il bel libro “Gotha – il legame indicibile tra ‘Ndrangheta, massoneria e servizi deviati”, libro-inchiesta di Claudio Cordova, con prefazione del Procuratore Cafiero De Raho. “Gotha” affonda le proprie radici nella storia della ‘Ndrangheta, svelando e analizzando i legami con la massoneria, gli ambienti eversivi e il mondo delle Istituzioni. Questa volta esaminiamo, concludendo l’esame del volume, il capitolo che illustra le vicende della Pax mafiosa, dopo la tragedia dello stragismo…,  facendo seguito a due recenti altri miei articoli

(‘Ndrangheta e Massoneria… Una storia da conoscere… Nell’amara ma nobile terra di Calabria…Con Miei ricordi professionali …” del 19 novembre 2019  e “La ‘ndrangheta stragista con obiettivo l’Arma Benemerita… Con miei ricordi professionali …2^ Parte “ del 26 novembre 2019)

PACE E AFFARI

( da pag.311)“”La pax mafiosa tra i gruppi criminali di Reggio Calabria viene preceduta da una “commissione“ formata da Antonio Nirta, Antonio Pelle, Domenico Alvaro e, dicono i collaboratori, “da uno degli Zito residenti in Canada“. Da quel momento, al netto di alcuni fatti di sangue interni alle singole famiglie o ad alcuni delitti che – in maniera indelicata – potrebbero essere definiti “fisiologici“, si smette di sparare.

Da quel momento, Reggio Calabria e la sua provincia vengono soffocati dalla pax mafiosa.

Il 25 agosto 1994 il collaboratore di giustizia Giuseppe Scopelliti dichiara: “(…) dopo la pacificazione pertanto tutti i proventi estorsivi vengono suddivisi in parti uguali tra due schieramenti; a ciò si giunge a seguito di accordi intercorsi tra gli Imertiani da una parte e De Stefaniani  dall’altra, garantiti da due carismatici esponenti della ‘Ndrangheta, quali Domenico Alvaro per il nostro gruppo e Antonio Nirta per quello contrapposto. In relazione alle diverse zone vennero individuati i rappresentanti dei due schieramenti abilitati a riscuotere insieme le mazzette per poi consegnarle ai vertici delle rispettive organizzazioni“.

La città di Reggio Calabria viene quindi suddivisa in aree, all’interno delle quali i diversi gruppi criminali esercitano la loro influenza mafiosa e, quindi, il controllo di un’attività economica, mediante una capillare attività predatoria. In particolare la ripartizione del territorio del Comune di Reggio Calabria, tra le diverse famiglie, rimase sostanzialmente quella stabilita all’avvio del conflitto che portò alla divisione in 13 comprensori.

Ciascuno di essi è attribuito a una diversa famiglia che, a sua volta, e nella stragrande maggioranza dei casi, faceva parte di uno dei due schieramenti mafiosi formato durante la seconda guerra di ‘Ndrangheta.

Ciò che cambia realmente sono i rapporti di forza, così come verranno cristallizzati nell’inchiesta “Meta”, dove emergerá una ‘Ndrangheta strutturata non ancora in maniera verticistica (sullo stile di Cosa Nostra), ma certamente pacificata, dopo gli anni della mattanza. Sintetizzano i Giudici: “…emerge la consapevolezza che per sopravvivere è necessario ottenere un consenso diffuso anche da chi subisce le peggiori conseguenze: non più guerre e morti inutili, non più tensioni tra i capicosca, ma regole ferree, valide per tutti, da applicare sotto il controllo di una gerarchia ben definita in cui i soggetti di vertice si raccordano tra loro per amministrare una macchina complessa e insidiosa“.

La forza della ‘Ndrangheta sta nell’essere riuscita a colonizzare il ricco Nord, essendo ormai  entrata con maggior forza nel traffico di stupefacenti, vede accrescere il proprio potere nel contesto delinquenziale anche a livello nazionale tanto che, secondo alcune fonti, nel 1980 Giuseppe Piromalli entra a far parte della “commissione interprovinciale“ di Cosa Nostra in rappresentanza di tutte le famiglie calabresi.

Ruolo centrale quello rivestito, ancora una volta, dalla famiglia De Stefano, che riuscirà a comprendere prima di tutti l’importanza di colonizzare luoghi come la Lombardia, attraverso famiglie a essa collegate.

Ma è a Milano che la cosca De Stefano mette radici. E famiglia. Carmine De Stefano, infatti, diventa genero di Franco Coco Trovato (nativo di Marcedusa, CZ), considerato uno degli esponenti più importanti della ‘Ndrangheta in Lombardia. Quello, infatti un territorio fondamentale assai fluido: personaggi come Coco Trovato, ma anche Pepè Flachi, i fratelli Papalia, il gruppo Sergi-Morabito, i fratelli Ferraro danno vita a fusioni, creano nuovi schieramenti, stringono nuove alleanze. mutano fronte. L’attività delle cosche sul territorio si svolge soprattutto nella commissione dei reati di estorsione, traffico di stupefacenti e di armi, di rapine, furti e truffe, nonché di fabbricazione e spaccio di banconote false.

Ma i clan mettono le mani anche sui locali della “Milano da bere“ e non solo: discoteche e night club anche nel comasco e nel Varesotto. E spesso non sono necessari atti di violenza per riscuotere le tangenti; ormai la situazione si è stabilizzata nel senso che i titolari degli esercizi pubblici taglieggiati erano in condizioni di sottoposizione e di impossibilità di reagire che rendono palese l’efficacia minatoria dell’associazione indipendentemente dall’effettivo ricorso alla violenza, di cui bastava solo la prospettazione, anche implicita.

Uno dei gruppi più importanti nasce nel 1986 dalla fusione di due sodalizi distinti, quello dei Flachi e quello dei Coco Trovato.

 

LA MASSO ‘NDRANGHETA.

(da pag. 329) Quando, nel gennaio 2015, i Carabinieri arrestano in Emilia-Romagna il boss Nicolino Grande Aracri, nel corso di una perquisizione domiciliare rinvengono anche una spada simbolo dei cavalieri di Malta. L’inchiesta “Aemilia” mostra, ulteriormente, in tutta la sua ampiezza, la capacità della ‘ndrangheta non solo di penetrare tutti i territori, ma anche di entrare in stanze apparentemente inaccessibili. Da Cutro, paese in provincia di Crotone, Grande Aracri infatti avrebbe costruito un impero in Emilia-Romagna, ma si sarebbe mosso in ambiti impensabili, se non si considera la ‘ndrangheta come l’organizzazione criminale più potente d’Italia e tra le più potenti in Europa e al mondo.

Le ingerenze di Grande Aracri, infatti, sono da registrare negli ambienti massonici, ma anche in Vaticano e fino alla Corte di Cassazione. Un’inchiesta mastodontica, quella che svela gli affari della ‘ndrangheta crotonese in Emilia-Romagna, con cui gli inquirenti scoprono lucrosi operazioni finanziarie e bancarie che alcuni soggetti avrebbero messo in atto per conto di Grande Aracri, ponendosi come intermediari tra questi e altri soggetti estranei all’associazione al fine di consentire l’avvicinamento a settori istituzionali anche per il tramite di ordini massonici e cavalierati. Ancora una volta la ‘ndrangheta si mostra per quello che è: non solo una banda armata, ma un’organizzazione che ha come proprio principale scopo quello di tessere relazioni sociali ed istituzionali al fine di arricchirsi e condizionare i territori su cui opera.

Il meccanismo è quello che nasce con la Santa. Grazie alla massoneria, alcuni soggetti, pur se non affiliati alla ‘ndrangheta, sono in grado di assicurare al sodalizio entrature nelle sedi istituzionali più disparate come quelle della Chiesa e della Magistratura, per garantire – è scritto negli atti processuali – “pressioni e capacità di intervento circa le vicende processuali degli affiliati“.

Un’inchiesta della procura di Catanzaro, denominata “Black money”, mostra la forza della cosca Mancuso di Limbadi, nel Vibonese, che può essere inserita, a pieno titolo, tra le più potenti famiglie della ‘ndrangheta, considerando tutte le province calabresi. Nel Vibonese, non si muoverebbe foglia senza il placet dei Mancuso. Esplicativa, in tal senso, la sentenza che sancisce l’esistenza della cosca Fiarè di San Gregorio d’Ippona: “tutte le cosche insediate sul territorio della provincia Vibonese fanno capo all’associazione per così dire maggiore dei Mancuso la quale, nel riconoscere alle varie ‘ndrine minori la dignità di organizzazioni autonome e indipendenti, conferisce loro la legittimazione a operare“.

La potenza economica militare della cosca Mancuso è, inoltre affermata in alcuni procedimenti penali degli anni 70 e 80 dove si attestano i forti e diretti collegamenti con molte tra le altre cosche di ‘ndrangheta di maggior tradizione mafiosa dell’intera regione, quali, in primo luogo, le cosche storiche del reggino e in particolare della Piana di Gioia Tauro, nonchè le cosche di più antico potere storicamente radicate nelle altre province.

La cosca Mancuso, in una regione all’ultimo posto in Italia nella graduatoria di reddito e al primo in quella per tasso di disoccupazione, controlla – come il processo dimostra – i cantieri, muove gli autocarri, costruisce alberghi, apre negozi ed assume manodopera.

Insomma, una cosca ascrivibile a tutti gli effetti all’elite della ‘ndrangheta.

Le intercettazioni svolte hanno evidenziato l’interesse della famiglia Mancuso ad “avvicinare“ e politici, giudici, esponenti delle forze dell’ordine, al fine di ottenere vantaggi, soprattutto di carattere giudiziario o economico. Protagonista è Pantaleone Mancuso, uno degli esponenti più rilevanti della cosca, per la sua peculiare capacità di infiltrarsi, tramite terze persone, in qualificati ambiti sociali, professionali e  istituzionali. Grazie a siffatte capacità, la cosca ha accresciuto il proprio potere di controllo del territorio e la propria forza di intimidazione nei confronti della popolazione, conscia di essere soggiogata da un’organizzazione mafiosa non solo temibile militarmente, ma anche sorretta da trasversali appoggi esterni.

“Zio Luni“, così viene appellato il boss, mostra di conoscere bene le dinamiche della ‘ndrangheta e, soprattutto, cosa sia diventata, forse anche in virtù della sua stessa appartenenza alla massoneria””.Sin qui il gran libro “Gotha”…

Ora, se vado a ritroso con le mie esperienze professionali, soprattutto riferite alla mia quadriennale permanenza in Calabria (1993-1997), in particolare quale ultimo Comandante Provinciale dei Carabinieri di Catanzaro, prima che la Provincia madre venisse tripartita con le nuove province di Crotone e Vibo Valentia, posso affermare che  furono conseguiti in quella ampia area regionale importantissimi risultati nell’azione di contrasto alla mafia calabrese…nella citata fase descritta nel libro, di Pax Mafiosa… Ricordo che a febbraio  scorso, il grande Procuratore Nicola Gratteri, in TV, commentando l’ “Operazione Stige”, disse: “Questa di oggi è la più grande operazione per numero di arresti degli ultimi 23 anni. È un’indagine da portare nelle scuole di Magistratura per spiegare come si fa una indagine per 416 bis del C.P. Ben 169 arresti, che vede al centro dell’inchiesta le attività criminali della cosca Farao – Marincola, una delle più potenti della Calabria con ramificazioni anche nel Nord e Centro Italia (in particolare Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia) e in Germania (dove nel 2007 ci fu la strage di Duisburg), che fa capo a Giuseppe Farao, 71enne di Cirò (kr). Uno scenario già evidenziato dalle indagini della Procura Antimafia nei primi anni Novanta poi sfociate nell’ operazione “Galassia””. Si, l’ “Operazione Galassia”… del 1995, condotta dal mio Comando Provinciale, che squadernò una realtà sconosciuta allora, e cioè l’inizio della scalata in Germania delle famiglie cirotane dei Farao e dei Marincola… Il 1 luglio del 1995 furono eseguiti ben 143 ordini di custodia cautelare nei confronti di appartenenti a Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta. Tra gli arrestati, anche Cosimo Vernengo, fratello del capomafia Pietro Vernengo, al quale venne notificato in carcere il provvedimento, e Giuseppe Urso, anche lui della famiglia Vernengo; sei le persone arrestate in Germania… sessantadue gli avvisi notificati in carcere.

All’udienza preliminare, gli imputati erano 313, dei quali 182 furono rinviati a giudizio dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro. Il processo purtroppo si sgonfiò perché solo in 14 furono condannati. Infatti, nel susseguente giudizio d’appello, gli imputati erano 101 poi, a seguito della sentenza del 14 marzo 2001 che dichiarò l’incompetenza territoriale dei Giudici catanzaresi per i fatti avvenuti nella provincia di Cosenza, il processo si divise in due tronconi. Da 313 imputati iniziali si arrivò a 40.

Altra memorabile operazione fu quella denominata “Primi Passi nel lametino”; primi passi, appunto, come si volle denominare tale indagine, che ebbe un ottimo PM nella persona del dott. Bianchi, della Procura Distrettuale, proprio ad indicare le difficoltà di operare in un territorio difficile dove prima di allora poco era stato fatto. Con indagini più recenti, sviluppate sulla scia della “Primi Passi”, portate magistralmente a termine dalla Polizia di Stato, sono state disarticolate tutte le cosche della Piana, da quelle dominanti, tristemente celebri e che hanno riempito le pagine di cronaca degli ultimi decenni (Torcasio, Giampà, Iannazzo), a quelle “satelliti”, (Gualtieri, Pagliuso, Cannizzaro, Daponte,). Una guerra a cui Lamezia ha pagato un prezzo enorme a causa delle estorsioni e della forza intimidatrice della mafia.

-6 gennaio 1997. Arrestato a Cessaniti, in provincia di Vibo Valentia, Antonio Pititto, indiziato di essere uno dei sequestratori di Giancarlo Conocchiella, il dentista di Briatico rapito il 18 aprile 1991, ucciso dopo pochi mesi e i cui resti furono trovati, nel dicembre 1996, in un pozzo asciutto nelle campagne di Cessaniti. Su Pititto, come su altri delinquenti della zona, erano state avviate indagini poco dopo il sequestro. Due dei rapitori erano stati uccisi e uno risultava scomparso. Un altro, Carlo Vavalà, venne arrestato e condannato a 26 anni. La sua voce, registrata in una intercettazione telefonica, era stata riconosciuta in aula dalla figlia Mariangela, che successivamente lo aveva convinto a collaborare con gli inquirenti. Secondo le prime dichiarazioni di Vavalà, il medico sarebbe stato rapito e ucciso perché aveva richiesto a due latitanti mafiosi della provincia di Reggio Calabria, che erano in cura da lui, l’eliminazione di Nicola Tripodi, che sembra gli avesse fatto richieste estorsive. Su tutta questa triste vicenda, ha sempre aleggiato l’ombra del  clan Mancuso di Limbadi.

La morte del piccolo Nicholas Green.L’automobile su cui viaggiava, insieme con i genitori, il 29 settembre 1994, un’Autobianchi Y10,fu scambiata per quella di un gioielliere, da alcuni rapinatori, che tentarono sparando con pistola il blocco dell’autovettura. Le conseguenze furono tragiche per il piccolo. Alla sua morte, dopo alcuni giorni di ricovero presso il Policlinico di Messina, i genitori autorizzarono l’espianto e la donazione degli organi, di cui beneficiarono sette italiani, quattro adolescenti e un adulto, mentre altri due riceventi riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee.L’evento fece enorme scalpore perché a quel tempo la donazione degli organi non era molto praticato in Italia, e questo gesto contribuì a far aumentare gli episodi di donazione d’organi in tutto il Paese.Dalla vicenda fu tratto un film per la televisione dal nome “Il Dono di Nicholas” e i genitori del bambino ricevettero la Medaglia d’Oro al Merito Civile con questa motivazione. Le indagini, coordinate magistralmente dal Procuratore Capo della Repubblica di Vibo Valentia, dott. Alfredo Laudonio, videro impegnate tutte le articolazioni operative della Provincia ma in particolar modo le Compagnie di Vibo, Tropea e Serra San Bruno. Per quel delitto, furono processati Michele Iannello e Francesco Mesiano, sui quali emergevano concreti indizi di colpevolezza scaturiti da intercettazioni ambientali.

Nella circostanza il Comandante Generale dell’Arma Federici volle encomiare tutti i partecipanti alla brillante operazione anche con l’elargizione di un premio in denaro. Parte della somma fu spontaneamente offerta dai bravi militari in beneficenza…

La cattura di importanti latitanti inseriti nella Lista “Tra i Primi 30” più pericolosi:

Nicola Arena e Giuseppe (Peppe) Mancuso.

La mattina del 6 luglio 1996, due valorosi graduati, di cui non cito i nomi per ovvi motivi…, vestiti come lavoratori dei campi, sorpresero Nicola Arena in un terreno in località Meola, nei pressi di Isola Capo Rizzuto; il latitante se ne stava seduto su una pietra, a torso nudo, con un bastone di legno tra le mani. Ai carabinieri che, riconosciutolo, lo ammanettarono, non oppose resistenza, anzi si congratulò con loro.

Da sempre, infatti, Nicola Arena era considerato il capo indiscusso della ’Ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, con ruolo egemone anche su altri Comuni del crotonese, grazie anche ai suoi legami con importanti cosche reggine e siciliane.

Giuseppe Mancuso, invece, capo dell’omonimo clan che esercitava un’azione di supremazia nell’area provinciale di Vibo Valentia, fu catturato nel 1997 dai Carabinieri della Compagnia di Vibo, con il supporto dei formidabili ”Cacciatori di Calabria”, aventi come copricapo il tradizionale basco rosso.

 Fatta questa carrellata su vicende passate, volute ricordare non già quale sterile autocelebrazione,  quanto per rendere omaggio a Magistrati e Carabinieri di ogni ordine e grado che, a costo della vita, operarono con valore e inenarrabili difficoltà… desidero ancora soffermarmi, come fatto in precedente articolo, sulla vicinanza del Comandante Generale Luigi Federici… Così fu ancora, nel maggio 1995, quando le popolazioni del catanzarese si strinsero intorno alla Famiglia Lio ed all’Arma per una cerimonia di altissima valenza patriottica e di italianità: l’intitolazione all’Eroe della Patria Appuntato Renato Lio, decorato della Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla Memoria”, caduto anni prima in conflitto a fuoco con malviventi presto assicurati alla Giustizia,  della Caserma sede della Compagnia di Soverato ed anche della piazza antistante, alla Sua presenza, delle massime Autorità regionali e di tantissima gente. Molto belli e significativi, sia il gesto della vedova, Signora Anna De Luca, di donare la bella composizione di fiori offertale dalle scolaresche alla Mamma del compianto marito, sia il fatto che nel corso della sua allocuzione il Comandante Generale volle vicino a sé i due piccoli orfani…

Devo dire che sempre, quel grande Comandante Generale, fece sentire la Sua vicinanza, a tutti noi in servizio in quella difficile Regione, alla stregua dei militari delle altre Regioni cosiddette a rischio, con frequenti telefonate sino anche ai minori livelli operativi, ma soprattutto con la Sua forte e rassicurante presenza! Altra esemplare presenza fu quella di un altro nobile superiore, l’autorevole, giammai autoritario,  Generale    Giuseppe  Bario, Comandante della Divisione di Messina…Fu così che, nel febbraio 1996, il Generale Federici giunse nottetempo in aereo a Lamezia Terme, per un tristissimo fatto accaduto in Provincia di Vibo Valentia, che vide un Appuntato uccidere, per antichi dissapori, altro parigrado, suicidandosi subito dopo. Il Comandante Generale volle incontrare le Famiglie dei due militari, chiedendo informazioni sul movente, ma non si limitò a questa sua iniziale presenza, tornò, unitamente al Generale Bario, in Calabria, per i funerali, dopo appena due giorni.  E così, ancora, rese visita, tra lo stupore della gente (in Calabria l’arrivo del Comandante Generale dell’Arma, per impatto mediatico e sociale, è secondo solo a quello del Papa!) all’Ospedale Civile “Rummo” di Catanzaro, ad un Carabiniere dei “Cacciatori di Calabria, caduto da un alto dirupo, nelle Serre Calabresi, durante una perlustrazione per ricerca di latitanti, riportando fratture fortunatamente non molto gravi. Nella circostanza,salutato il Militare e i familiari, e resosi conto delle sue reali condizioni, offrì ai Medici del nosocomio oggetti ricordo dell’Arma, ripartendo subito dopo per Roma.

Ho finito. Commosso per il ricordo di tanti valorosi Militari di ogni ordine e grado conosciuti che non elenco per motivi di spazio…; onoratoper il ricordo di Superiori autorevoli, ma vicini al Cuore dei Carabinieri e delle Loro Famiglie…

 

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