Spettacolo

Teatro Quirino – Sorelle Materassi con Lucia Poli e Milena Vukotic

teatro sorelle materassiQuel toscanaccio cinico e sorridente
L’amore non vissuto e venato di rimpianto,  quel desiderio nebuloso che sarebbe dovuto sbocciare al primo abbraccio innamorato, la prospettiva di una vecchiaia solitaria e l’arrogante trionfale giovinezza di Remo, quel nipote crudele che lacera, calpesta, ruba ma offre in cambio un’illusione di vitalità, riapre quel  libro della vita nel quale si erano rifugiati i sogni delle due vecchie signorine Materassi, Teresa e Carolina, abilissime sarte e ricamatrici che dall’alba a notte, ogni giorno curve sui telai fanno sbocciare fiori e grottesche sulla batista di lino e altre preziose stoffe per lussuosi corredi destinati alla ricca borghesia fiorentina e alle fanciulle nobili per pavesare il loro letto di spose.
“Sorelle Materassi” sono protagoniste dell’omonimo capolavoro di Aldo Palazzeschi del 1934, nato per la pagina letteraria e trasferito sullo schermo (una celebre pellicola con le sorelle Irma e Emma Gramatica e poi Clara Calamai e Paola Borboni rimane un caposaldo che illumina ogni cineteca), e sul palco, arricchito da interpretazioni indimenticabili, o anche in televisione.  Memorabile lo sceneggiato di Mario Ferrero del 1972 con Rina Morelli e Sarah Ferrati, Nora Ricci, Giuseppe Pambieri e Ave Ninchi).
Fino al 3 dicembre, questo dramma del tempo che passa e assottiglia la volontà e le difese, occuperà gli spazi del Teatro Quirino con due assi come Lucia Poli e Milena Vukotic, coadiuvate sulla scena da una mirabile compagnia  di attori.
Tutto in ‘Sorelle Materassi’ si limiterebbe ad una storia abbastanza patetica   sul senso della solitudine, anche affettiva, se ad impugnare la penna  non fosse stato quel toscanaccio di Aldo Palazzeschi, con la sua sagacia, la cattiveria, il cinismo sorridente, lo scherno bonario e la forza  della battuta ridicol-velenosa.
Le due sorelle Materassi, zitelle senza remissione,  si stagliano in un universo di personaggi immortali, così diverse e così complementari. L’una, Carolina, timida, piccolina, piena di  grazia, una di quelle beghine destinate alla ironia beffarda nelle liriche di Palazzeschi, alla quale presta il corpo Milena Vukotic. L’altra,Teresa, apparentemente più dura ed energica. Chi meglio di Lucia Poli in questa magnifica proposizione scritta da Ugo Chiti e trasposta sulla scena dalla straordinaria competenza tecnica di Geppy Gleijeses, per indossare Teresa, segaligna, dalla voce un po’ stentorea ad integrare l’altra, quella sussurrante di Carolina.
Vivono a Coverciano, l’hinterland fiorentino con una terza sorella ( la bravissima Marilù Prati) che amministra i loro beni e la serva Niobe (impersonata da Sandra Garuglieri).  Teresa e Carolina sono vinte, sconfitte dall’amore senza confini per Remo (Gabriele Anagni, perfettamente nel ruolo), figlio di una sorella morta, giunto a vivere con loro, che le manipola, le blandisce, e arriva a offrire loro l’illusione di un mondo di lustrini, l’altra faccia della luna. portandole in una realtà aliena alla quale forse si affacciano per la prima volta: cena al ristorante rinomato e la happy end in un teatro musicale o un cafè chantant, in mezzo alla bella gente.
Irresistibile  davvero la comparsa in scena vestite da sciantose con grandi mantelli  sgargianti delle due, armate di incredibili cappelli (“pennine di galletto e di galline/ di tacco o di cappone/ tutto tutto sta bene/ sopra i cappelli delle beghine”,  si divertiva ad annotare Palazzeschi). Un tocco di regia magistrale, come quel piccolo corteo delle due donne che manifestano il differente approccio alla vita nella camminata, Teresa impettita, dominante, in testa, l’altra in atteggiamento gregario, tutta  inchinata in avanti. O ancora il momento della comparsa in scena delle due, durante i festeggiamenti per il matrimonio del nipote, ridicole e fantasmatiche in anacronistici abiti da sposa, certo ricamati da loro stesse inutilmente. Remo  bello, cinico e prepotente ben presto approfitta dell’amore che vendemmia senza scrupoli, e,  mentre prosciuga il frutto duramente raccolto dalle zitellone in una vita di lavoro costringendole  ad indebitarsi fino alla perdita di ogni bene, colpisce la vecchiaia incauta e senza diritti delle ricamatrici. La vicenda si  avvia poi all’amaro ma rasserenante finale con le due  zitelle che incoscientemente  si rallegrano delle foto seminude del nipote ormai lontano, sottolineandone la prestanza. 
Il pubblico accoglie molto bene questo cofanetto ben assortito dove la regia di Geppy Gleijeses, evidenzia e coordina creativamente fino ad un amalgama perfetto il cast degli attori, vestiti  dai costumi   belli e fantasiosi   di Ilaria Salgarella, Clara Gonzales e Liz CCahua, coordinate da Andrea Viotti dell’Accademia Costume&Moda di Roma, le scene semplicissime ma efficaci di Roberto Crea, le sottolineature musicali di Mario Incudine e le luci di Gigi Ascione.
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