Spettacolo

Accademia di Santa Cecilia – Il Requiem di Verdi per la bacchetta di Manfred Honeck.

honeckNella lettura mistica l’ansia del nulla eterno

Roma, 13 novembre – Un’atmosfera di incantamento suggerita da quel gesto delle braccia rimasto fissato nell’aria mentre le note e la loro eco si spengono in un nulla mistico, dove si esalta il valore del silenzio come complemento indispensabile del suono: ecco quanto ha colto il pubblico dell’Auditorio “Parco della Musica”, venuto ad ascoltare la “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi, affidata alla bacchetta di Manfred Honeck, direttore austriaco già assai apprezzato per un talento che è dote aggiunta a quelle regolamentari per chi deve interpretare e coordinare una grande orchestra come quella di Santa Cecilia e un Coro, come quello educato da Ciro Visco, come dire due eccellenze italiane.

Quello stesso pubblico, che spesso letteralmente scappa via al posarsi della bacchetta sul leggio, a fine concerto, e che invece è rimasto come in sospensione, per oltre un minuto, in una meditazione profonda indotta da questa visione personalissima del mistero della morte, dove il terrore e lo sgomento, dopo avere cercato nell’urlo del “Dies Irae” uno sfogo inutile e privo di senso, si ritrova a contemplare e ad accettare l’ineluttabilità di un destino finale nel quale si consuma il valore vita con quel sentimento di ingiustizia di fronte all’Altrove sconosciuto e incomprensibile. Lo fa nelle note dolcissime iniziali con i solenni, meditativi Requiem et Kyrie che richiamano la sala ad un assoluto e concentrato silenzio e quasi impongono all’intera orchestra e al Coro, che sembrano sospesi come per una cerimonia iniziatica, un momento di riflessione e meditazione inusuali.

In un’Italia che stava per farsi, ansiosa di scrollarsi di dosso quell’infamante giudizio di Metternick che la vedeva come “un’espressione geografica”, un Requiem dedicato a un illustre uomo che l’aveva onorata come il celebre Gioacchino Rossini, ormai trasferitosi in Francia, ma pur sempre espressione della genialità nazionale, non solo aveva la valenza di un giusto mezzo per onorarlo ma si inseriva nella necessità di costruire un patrimonio comune per tutti gli uomini che a vario titolo, animati soprattutto dal patriottismo, spendevano la loro giovinezza e la loro vita per riunire in un solo organismo gli stati e staterelli, le monarchie assolute ormai anacronistiche, e per strappare ai colonizzatori, che ancora comandavano nella Penisola, le ricche regioni del Nord.

La morte di Rossini, avvenuta a Passy nel 1868, fu la causa e la motivazione remota per coinvolgere 11 personalità della composizione italiana e convincerle a costruire con la tecnica di un mosaico una messa da morto. In quel periodo cominciava a farsi strada una disputa fra chi valutava con estremo accoglimento le qualità della composizione operistica italiana e un bisogno di nuovi linguaggi, collegato anche a movimenti letterari come la Scapigliatura, che si faceva promotore di istanze differenti. Verdi, con illuminata attenzione alla diatriba, propose di onorare attraverso la sua musica, colui che era riconosciuto come il più grande operista italiano del secolo, Gioacchino Rossini. Il progetto non ebbe esito; non ci si mise d’accordo, e si arrivò al 1873 quando scomparve un altro grande della cultura italiana, Alessandro Manzoni, la cui morte divenne lo stimolo prepotente per Verdi a riprendere l’antico progetto, inducendolo a comporre interamente il Requiem e non solo il “Libera me” finale. La prima di questo straordinario monumentale grido umano, di questa paura del Nulla eterno avvenne nella Chiesa di San Marco, ad un anno dalla morte di Manzoni, il 22 maggio 1874, diretta dall’autore stesso.

Da allora un cammino di successo, e un banco di prova per le grandi bacchette mondiali, con tappe di assoluta eccellenza con direttori italiani con Toscanini, Abbado, Muti e il nostro Pappano. E oggi Honeck, imprescindibile per esattezza, eleganza e profondità di lettura. Nel suo “Dies Irae”, forse il momento più noto e travolgente per maestosa grandezza di tutta l’opera, quando la formazione al completo viene chiamata ad un impegno strumentale e vocale quasi parossistico, si è compiutamente esaltato il senso del capolavoro verdiano, quell’urlo lacerante che si scatena quando prende il sopravvento sull’umana mestizia lo sgomento dinanzi alla imponderabilità del destino di morte, e l’uomo sveste l’abito del suo egoismo e della sua personalità per ridiventare creatura.

Ad interpretare il capolavoro verdiano, ecco un cast d’eccezione il soprano Krassimira Stoyanova, il mezzosoprano D’Intino, il tenore Secco, venuto all’ultimo momento a sostituire brillantemente Giorgio Berrugi, e il basso Liang Li. Per ognuno varrebbe la pena di spendere un lungo commento. Per tutti citiamo il magnifico epilogo in questo dramma sacro universale, quelle note dolente scritte per il soprano e magistralmente rese dalla Stoyanova nel “Libera me” che si spengono nel registro grane, impalpabili come ombre evanescenti mentre suscitano in chi ascolta un profondo sentimento di una religiosità che va al di là della connotazione più specifica del termine per attingere le vette del sacro.

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