Teatro Argentina– “Milite ignoto” di Mario Pirrotta per il Teatro di Roma

La Babele del dolore

Roma, 22 settembre – Lui in realtà è loro, parla con voce collettiva, che ha accenti e cadenze differenti che non si possono comprendere e conciliare, perché troppo storia divide il milite siciliano da quello piemontese, il ragazzo della Sila dal giovane padano, ma il sangue versato è così simile, sangue della “meglio gioventù”, quella decimato sul Carso, a Caporetto, nelle trincee di fango. Sangue di giovani che giungono come pedine per i giochi di guerra sullo scacchiere turbolente d’Europa, e s’immolano vittime innocenti sull’altare della “grande Guerra”, grande non solo perché investe tutte le Nazioni occidentali, ma perché ha il tragico primato del numero dei morti.

Quei ragazzi siciliani calabresi piemontesi, lombardi e d’altri luoghi, spaventati, lontani dagli affetti, figli, fratelli, compagni spaesati, in una Babele di morte, che hanno in comune lo stesso lamento di dolore, sono raccontati da uno di loro, il prescelto, colui che tutti li doveva rappresentare, conservato come reliquia suprema della immolazione nel vittoriano, il monumento bianco e calcinato di piazza Venezia a Roma, estremo sacello per il Milite Ignoto.

Spiega Mario Perrotta, l’autore di questo struggente monologo che si inserisce nelle Celebrazioni per il Centenario della Grande Guerra 1915/18 :”Ho scelto questo titolo, Milite Ignoto, perché la prima guerra mondiale fu l’ultimo evento bellico dove il milite ebbe ancora un qualche valore anche nel suo agire solitario, mentre da quel conflitto in poi – anzi, già negli ultimi sviluppi dello stesso – il milite divenne, appunto, ignoto. E per ignoto ho voluto intendere “dimenticato”: dimenticato in quanto essere umano che ha, appunto, un nome e un cognome. E una faccia, e una voce. Nella prima guerra mondiale, gradatamente, anche il nemico diventa ignoto, perché non ci sono più campi di battaglia per i “corpo a corpo”, dove guardare negli occhi chi sta per colpirti a morte, ma ci sono trincee dalle quali partono proiettili e bombe anonime, senza un volto da maledire prima dell’ultimo respiro. E nuvole di gas che coprono ettari di terreno e radono al suolo interi battaglioni senza un lamento. E aerei che scaricano tonnellate di esplosivo dal cielo e navi che sparano cannonate a centinaia di metri di distanza. Uno sparare nel mucchio insomma, un conflitto spersonalizzato in cui gli esseri umani coinvolti sono semplici ingranaggi della macchina della storia, del meccanismo che li ingoia e li trasforma in cose”.

Per far parlare il suo Milite, Pirrotta ha immaginato una lingua nuova, frutto di una mescolanza di tutti i dialetti che risuonavano nelle trincee del Carso, una lingua che costituendosi sulle diversità arriva a formare una koinè comune: il primo vero momento di unità nazionale. Dice il suo Milite, ritornato per un momento padrone della propria voce, della propria consapevolezza di essere parte di una storia che lo sovrasta, che gli ho tolto l’identità, che lo ha privato del calore di una madre, offrendogliene in cambio una collettiva, la Madre Patria che non dà la vita, ma se la prende e pretende di farlo morire “come le 90.000 tonnellate di muscoli e ossa, morte prima di me”.

Lo spettacolo è tratto da “Avanti sempre” di Nicola Maranesi e da “La Grande Guerra, i diari raccontano”, un progetto a cura di Pier Vittorio Buffa e Nicola Maranesi, con materiale della memoria conservato nell’Archivio Diaristico Nazionale.

Mario Pirrotta lo ha già presentato con successo nelle scuole, e lo riporterà ancora per il Teatro di Roma negli spazi del Teatro India.

 

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