Gran Torino.

Ennesimo capolavoro del "vecchio" Eastwood.

Roma, 13 marzo 2024.

 

La ricorrenza.

Esce in Italia, esattamente quindici anni fa, un altro film, considerato fra i migliori, di Clint Eastwood: Gran Torino.

La pellicola nasce da una sceneggiatura originale di Nick Schenk, che già da più di dieci anni ha in mente una storia sulla cultura degli Hmong.

Questo è un gruppo etnico proveniente da zone impervie della Cina con parecchie immigrazioni negli Stati Uniti.

Eastwood s’interessa alla traccia di Schenk e confeziona un film sul cambiamento della società americana e del protagonista della storia stessa.

Il personaggio in questione è Walt Kowalski, vedovo di origini polacche, veterano della guerra di Corea, ex operaio di una fabbrica d’automobili di Detroit, nostalgico e scontroso.

Walt vive in un quartiere popolare periferico a stretto contatto con parecchi immigrati di cui soffre, per meglio dire è in conflitto, la loro presenza.

In particolare i suoi vicini di casa sono di etnia Hmong e Walt mal sopporta la loro vista.

Il suo comportamento, ispido e metodico, sembra tenere particolarmente solo alla sua Ford Gran Torino del 1972 che cura in maniera maniacale.

La famiglia Hmong è più volte presa di mira, in particolare i due giovani Thao e Sue Lor, da una gang locale della loro stessa etnia.

Walt un giorno si trova ad intervenire mettendo in fuga i malviventi asiatici guadagnandosi la riconoscenza degli anziani della famiglia Hmong, in particolare dei due ragazzi.

Thao e Sue Lor, fratello e sorella, sviluppano giorno dopo giorno un rapporto sempre più stretto con Walt fatto di comportamenti spontanei, naturali.

Walt, superate le diffidenze iniziali, si rende conto della differenza di rapporti del tutto inesistenti con i suoi due figli, mentre con il giovane Thao riscopre il valore dell’affetto dimenticato.

Walt è una figura tormentata, dal passato oscuro, che ha fatto o visto cose che nessuno dovrebbe fare o vedere.

Tra l’altro scopre di essere malato terminale, con i polmoni devastati da un male incurabile, una situazione che lo porta a rivedere determinati atteggiamenti.

Gli accadimenti finali, acuiti da un’infame violenza subita da Sue Lor, portano Walt a prendere una decisione in perfetta sintonia con una (ri)trovata fede cristiana.

Walt è Clint Eastwood, che torna alla recitazione dopo il superbo Million Dollar Baby di qualche anno prima, che stupisce nel finale chi s’aspetta un regolamento di conti stile ispettore Callaghan.

Nella scena clou si presenta minaccioso contro i malfattori, ma nel gesto di tirar fuori le armi dal giubbetto estrae invece il suo accendino e viene crivellato di colpi.

Senza spargimento di sangue, se non il suo e con il suo estremo sacrificio, consente l’arresto di tutta la gang ridando un futuro più sereno ai suoi amici Hmong.

Dopo le varie proiezioni Eastwood spiega: <Chissà se alcune persone resteranno deluse, quelle che vogliono solo roba tosta, il fucile puntato in faccia, le armi e cose del genere>.

<Spero che sia quello per cui la gente va al cinema, non quello che si porta a casa dopo la visione. Spero che capisca anche il senso più profondo>.

Il sacrificio che compie Walt/Eastwood, con questa morte simbolica, è una ritrovata pace vanamente inseguita nel corso della sua esistenza.

Un tratto che Eastwood vuole mettere in evidenza è anche il cambiamento, non la nostalgia, che il bellicoso Walt si trova ad affrontare proprio in relazione al rapporto con l’etnia Hmong.

Il titolo naturalmente si riferisce al prototipo in voga negli anni settanta ed il nominativo Torino, città italiana sede della Fiat, in quanto gemellata con Detroit sede appunto della Ford.

L’automobile in questione, ricordo del lavoro svolto in fabbrica dal protagonista, andrà poi al giovane Thao, a sorpresa, in seguito a lascito testamentario di Walt.

Detto di Clint Eastwood, buoni gli interpreti esordienti Bee Vang, Thao, e Ahney Her, Sue Lor, insieme ad altri ottimi caratteristi.

Curiosa anche l’interpretazione musicale di Eastwood, con voce arrotata, nel motivo conduttore scritto, come tutte le musiche, dal figlio Kyle.

Successo internazionale con i suoi 270 milioni incassati, a fronte di una spesa di poco più di 30 milioni, naturalmente in dollari.

In anzianità il vecchio Clint non sbaglia un colpo…

 

 

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