Roma, 7 novembre 2016 – Serata francese all’Accademia di Santa Cecilia con un collage di autori, Claude Debussy, Camille Saint-Saëns e Hector Berlioz, affidato alle cure di un giovane direttore, il venezuelano Rafael Payare, formato alla scuola di José Antonio Abreu, fondatore de “ El Sistema” (la ormai celebre scuola di educazione musicale gratuita e libera aperta a tutti i bambini senza distinzione di ceto sociale). Payare si avvia a ricalcare le orme fortunate di altri allievi di Abreu come Gustavo Dudamel, Diego Mateus, già entrati a far parte dello star system delle bacchette del mondo. Il Maestro giunge per la prima volta a dirigere la nostra maggiore formazione sinfonica e lo fa con vigore, fantasia e coerenza con i brani e i linguaggi dei musicisti scelti, omogeneizzati da una tecnica rigorosa, che permette immediatamente di apprezzare le doti interpretative, che suscitano nei nostri brillanti strumentisti quelle facoltà percettive ed empatiche che si tramutano in suono di grande piacevolezza.
Così acquista vita l’Isle Joyeuse, una pagina scritta da Debussy per pianoforte nel 1904 durante un fortunato soggiorno all’isola di Jersey in compagnia di Emma Bardac, un momento particolare nella vita del compositore, inebriato dall’amata e dall’ambiente marino. L’opera si fa risalire alle suggestioni di una tela di Watteau “Le Pélérinage à Cythére”, oggi conservata al Louvre, dove una festosa processione di uomini e donne si avvia a salpare per l’isola sacra a Venere, già fonte di ispirazione per molti artisti, fra cui poeti come Baudelaire e Verlaine. Il pianoforte di Debussy fissava sul pentagramma le onde che si frangevano sulla battigia, le brezze soavi con ricchezza e varietà di colori timbrici. Il grande successo riportato dal brano e la sua notorietà indussero poi nel 1917 Bernardino Molinari, che guidava l’Orchestra di Santa Cecilia, a chiedere al compositore il permesso di orchestrarlo. Così si può ascoltare quest’opera raffinata che si presenta con un organico orchestrale poderoso ma che sa riprodurre le trasparenze del mare e lo spumeggiare delle onde dell’isola felice, anche se, cambiando il linguaggio espressivo, certe preziosità virtuosistiche dell’originale per pianoforte necessariamente si perdono.
E’ affidato alla maestria di Luigi Piovano, prima parte dell’Orchestra di Santa Cecilia, l’impegnativo “Concerto n. 2 per cello e orchestra” di Camille Saint-Saëns. Il compositore, concertista prodigio, matematico, scrittore, filosofo, poeta, botanico, astrofisico, insomma un “tuttologo” senza protervia, da acceso sostenitore di Wagner e Liszt era diventato appassionato assertore del nuovo stile della musica francese che, ispirandosi a forme classiche, fosse animato da uno spirito contemporaneo denso di invenzioni armoniche. Piovano ha saputo dosare egregiamente la misura virtuosistica e la solennità con il raffinato lirismo che connotano il concerto, suscitando applausi entusiastici e la richiesta di bis: “Le cygne”, celebre pezzo di ‘carattere’ da “Le carneval des animaux” di Camille Saint-Saëns in un arrangiamento che mette insieme Piovano sorretto dagli altri violoncellisti dell’Orchestra.
Frutti di una esaltazione romantica, di un vero attacco di ‘Sturm und drang’ furono la passione travolgente per l’attrice irlandese Harriett Smithson e “la Symphonie Fantastique” che un Hector Berlioz ventisettenne compose trasferendo le ‘mal d’amour’e la disperazione in musica e gioia. L’opera che ha il sottotitolo ‘Episodi della vita d’un artista’, è considerata il primo esempio di musica a programma, ovvero composizioni che hanno contenuto narrativo, anticipazione dei “poemi sinfonici” di autori a lui contemporanei, come Franz Listz, o successivi, come Richard Strauss.La Sinfonia è distinta in cinque movimenti con le indicazioni delle ispirazioni sottese. ‘Dai sogni- Passioni’, dove l’autore immagina un giovane musicista, rapito dall’amore per una donna ideale, la cui immagine si presenta al suo spirito sotto forma di un pensiero musicale, appassionato e timido, malinconico e onirico, gioioso e delirante, sensazioni che mescolano in un unicum l’idea dell’amata e quanto gli suscita. Nel secondo brano il ‘Ballo’, il celebre valzer saccheggiato dal cinema hollywoodiano, l’artista è al centro di una festa tumultuosa mentre l’immagine dell’amata gli si presenta turbandolo. Il terzo momento è quello della ‘Scena campestre’ un momento di riflessione, fra le fronde degli alberi dolcemente agitate dal vento mentre un duo pastorale canta un tipico ‘ranz de vaches. In ‘Marcia al supplizio’, l’artista disperato dalla consapevolezza che l’amata non ricambia i suoi sentimenti l’artista si avvelena con l’oppio, e viene turbato da orribili visioni. Sogna di aver ucciso la donna e di andare sulla carretta verso il luogo dell’esecuzione. Infine, ecco., ‘Sogno di una notte del Sabba’, fra mostri di ogni natura, gemiti, risate sguaiate, suoni triviali, e Lei che giunge e si mesce ai diavoloni scatenati nell’orgia fra i rintocchi funebri che parodiano grottescamente il Dies Irae. .
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