Spettacolo

Conversazione con Matteo Fresi

Intervista con il regista del film "Il muto di Gallura"

Roma, 6 maggio 2022 – Matteo Fresi, regista esordiente de “Il muto di Gallura”(prodotto da Fandango e Rai Cinema, con il supporto della Sardegna Film Commission e distribuito da Fandango Distribuzione) già recensito su queste colonne, ci concede gentilmente un’intervista.

Matteo spiegaci la scelta insolita, per un artista giovane, di realizzare un’opera prima su una storia proiettata nel passato.
La contemporaneità è molto più difficile da leggere in forma esplicita. Ricorrendo a metafore del passato è possibile trattare temi attuali, quali l’emarginazione e la diversità, che accomunano la storia del Muto alla realtà dei nostri giorni. Nella società moderna, come nella Sardegna arcaica di metà Ottocento, le regole ferree e dogmatiche, che non tollerano percorsi al di fuori dei canoni, possono generare mostri. E’ la ciclicità dell’aggressività umana, che porta alla guerra per la guerra, in un labirinto vizioso da cui non si riesce ad uscire. Rievocando vicende storiche si può parlare perciò del presente, senza essere vincolati alla cronaca o correre il rischio di farne letture faziose o parziali”.

Spiegaci anche la lettura in chiave western che hai scelto di dare ad una vicenda gallurese, peraltro contemporanea alla conquista dell’Ovest americano.
La storia richiama atmosfere western negli elementi estetici, dai costumi alla colonna sonora, nonostante la narrazione sia strettamente vincolata al folklore, all’etnografia e alle tradizioni isolane, e galluresi nello specifico. Effettivamente la Sardegna può essere considerata il nostro West selvaggio, un luogo di frontiera fra il Mediterraneo centrale e quello occidentale, ma anche tra l’Africa e l’Europa. E scendendo nel dettaglio, la Gallura stessa è luogo di separazione e di transizione: è bordata a sud dalla dorsale montuosa del Limbara, che sbarra la via al resto del microcontinente sardo, mentre a Nord il braccio di mare delle Bocche di Bonifacio la separa dalla Corsica, visibile ma remota al tempo stesso”.

Veniamo a questo punto al tuo rapporto con la Sardegna.
Sono torinese ma mio padre è isolano, e la nostra famiglia ha origini tra Luogosanto e Palau. E’ la terra delle estati della mia infanzia. Ne ho voluto rappresentare una visione rispondente alla tradizione, a cui si è nel tempo andata sostituendo una percezione alterata. Mi riferisco ad esempio al rapporto con il mare, che da elemento di separazione/connessione con il continente appare invece oggi, nella percezione turistica estiva, l’attrazione principale. La cucina di pesce non è l’essenza della gastronomia sarda, basata al contrario sui prodotti della terra e sugli animali d’allevamento o selvatici.”.

E allora parliamo della colonizzazione della Sardegna.
Nel film è rappresentato il metodo inefficace di insinuazione delle truppe di occupazione savoiarde, coercitivo e osteggiato dai galluresi, e quello più sotterraneo del parroco, che entra in contatto con una comunità locale fortemente religiosa, arrivando anche a comunicare in lingua sarda. Questo approccio della Chiesa è storicamente assodato essere stata una strategia di colonizzazione, quasi come per le evangelizzazioni missionarie, per scardinare la chiusura dell’arcaica società isolana. Un’altra considerazione da fare è che il concetto di proprietà agraria era estraneo alla gestione del territorio per la pastorizia e le coltivazioni. L’Editto delle chiudende del 1820, abolendo la proprietà collettiva, ha stravolto l’assetto sociale ed è alla base, come noto, del conflitto tra pastori e contadini e del banditismo sardo, di cui la vicenda del Muto di Gallura è emblematica”.

Dalle tue parole emerge un altro parallelismo suggestivo quindi, che vede uno sdoppiamento di personalità tra i pastori e agricoltori sardi, che assumono tratti ora da cowboy, ora da indiani. Dicci allora quali autori del cinema italiano ti hanno ispirato…
Mi sento di dire che tutti i film amati e gli autori ammirati, che sarebbe lungo elencare, hanno lasciato un’impronta nel mio lavoro. Come la polvere di caffè posata e stratificata nella moka, il sapore di quelle impressioni è filtrato con l’acqua ed è arrivato a comporre la miscela che con il Muto di Gallura abbiamo proposto al pubblico”.

Raccontaci il tuo percorso di formazione, che si è sviluppato a Torino, ma ha radici profonde nel massiccio sardo -corso.
Mi sono laureato in Storia dell’Arte all’Università di Torino, con una tesi sulla collezione di opere d’arte del cardinale còrso Joseph Fesch, zio di Napoleone, che nella conquista bonapartista fu vorace razziatore di opere artistiche della pittura italiana. Paradossalmente operò una colonizzazione invertita, disseminando capillarmente nel territorio della Corsica i capolavori rubati in Italia, circa 16.000 quadri. Oggi buona parte di questa collezione si trova nel Museo a lui intitolato ad Ajaccio. Ho avuto la fortuna di avere come relatore della tesi il professor Giovanni Romano, purtroppo recentemente scomparso nel Dicembre 2020: ho il gran rammarico di non aver potuto fargli vedere il mio film. Mi sono poi diplomato nel 2007alla Scuola Holden di Torino, con la quale collaboro come docente.”

Chiudiamo qui la gradevole conversazione, ringraziando anche l’Ufficio stampa della casa di produzione FANDANGO per averla consentita.

La redazione di www.attualita.it, senza chiedere a Matteo Fresi, per scaramanzia, informazioni sui prossimi progetti, si augura di poter raccontare il prosieguo della sua carriera. 

Fresi-Muto di Gallura-2
Fresi-Muto di Gallura-2

 

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