Gli 007 italiani incastrati: tutto sulla spy story
Due ex agenti dell’intelligence italiana sono stati arrestati a Roma con l'accusa di aver ceduto informazioni riservate ai servizi russi in cambio di denaro

Tiene banco la storia degli 007 italiani incastrati. Il recente blitz che ha scosso le fondamenta dei servizi di sicurezza nazionali non è solo l’ennesimo capitolo della tensione geopolitica tra Est e Ovest, ma rappresenta un campanello d’allarme sullo stato della protezione dei segreti di Stato.
Il 7 luglio 2026, il Ros dei Carabinieri ha eseguito due ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex appartenenti all’Aisi ed ex sottufficiali dell’Arma. L’inchiesta, coordinata dalle Procure ordinaria e militare di Roma, ha svelato una rete di spionaggio radicata nel cuore del sistema di sicurezza nazionale, portando all’iscrizione nel registro degli indagati di altre cinque persone, tra cui quattro militari attualmente in servizio.
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Dossier scottanti
Il fulcro dell’indagine, avviata nel maggio 2025, ruota attorno a un presunto agente dell’intelligence russa, operante a Roma sotto copertura diplomatica. Secondo le accuse, Piras – considerato il principale protagonista della vicenda – avrebbe intrattenuto rapporti diretti con il diplomatico, agendo come punto di snodo per il passaggio di dossier sensibili.
Il materiale sottratto e trasmesso a Mosca includerebbe documenti classificati provenienti dai sistemi informatici dell’intelligence, del Dis, dei Carabinieri e persino atti legati all’Alleanza Atlantica. Le contestazioni a carico degli indagati spaziano dal procacciamento di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato allo spionaggio politico-militare, fino alla rivelazione di segreti di Stato e all’accesso abusivo a sistemi informatici.
Identità svelate
L’attività investigativa ha evidenziato una dinamica complessa: l’ex agente avrebbe costruito una rete di fonti all’interno delle strutture di Difesa e sicurezza italiane per estrarre informazioni aggiornate. Tra gli episodi più gravi emersi dalle carte dell’inchiesta vi sarebbe la rivelazione dell’identità di alcuni agenti impegnati in attività di controspionaggio italiano, un’esposizione che mette a serio rischio la sicurezza del personale operativo e l’integrità dei dossier più delicati.
Durante le perquisizioni, gli investigatori avrebbero rinvenuto anche somme di denaro contante, tra cui 20mila euro in possesso di uno dei due arrestati, che gli inquirenti ritengono essere il pagamento per le informazioni trafugate.
Il caso riapre ferite profonde nella sicurezza nazionale, richiamando alla memoria vicende analoghe, come l’arresto del capitano di fregata Walter Biot nel 2021. La gravità della situazione è stata sottolineata anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha inquadrato l’episodio in quello che ha definito un “conflitto ibrido quotidiano”, sottolineando come la minaccia alla sicurezza nazionale passi sempre più spesso attraverso la compromissione interna di figure che, per ruolo e addestramento, avrebbero dovuto esserne i garanti.
Il no della difesa
La difesa degli arrestati ha respinto le accuse più gravi, sostenendo che il materiale passato al contatto russo fosse costituito esclusivamente da notizie reperibili attraverso fonti aperte (open source) e non da documenti classificati. Tuttavia, il Gip ha smentito questa tesi, confermando l’esistenza di prove relative all’accesso indebito a file secretati con intestazioni della presidenza del Consiglio. L’inchiesta prosegue ora con l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati, volta a determinare l’esatta portata dei dati sottratti e a identificare eventuali ulteriori complicità all’interno delle istituzioni, in una vicenda che sta mettendo sotto stress i protocolli di sicurezza dell’intelligence italiana.
