Educazione affettiva: perché è la vera urgenza sociale del futuro
Tra bullismo e isolamento digitale, l'alfabetizzazione emotiva non è più un'opzione, ma una necessità civile

Oggi su attualita.it affrontiamo un tema che non può più essere rimandato: l’educazione affettiva. I fatti di cronaca, il bullismo nelle scuole, il burnout professionale, i conflitti online e un diffuso senso di isolamento non sono solo problemi sociologici, ma sintomi di un vuoto più profondo: la mancanza di un’educazione affettiva strutturata. Troppo spesso l’educazione alle emozioni viene confinata tra i banchi di scuola, come se la maturità affettiva si esaurisse con il diploma. In realtà, comprendere e gestire ciò che proviamo, esercitare l’empatia e rispettare i confini degli altri è una competenza che accompagna l’intero arco della vita. Abbiamo confuso il possesso con il desiderio e l’Io con il Noi. È tempo di cambiare paradigma: passare da una cultura individualista a una cultura relazionale per riscoprire ciò che ci rende davvero umani.
- Oltre il tabù: cos’è davvero l’educazione affettiva
- Scuola e disagio: quando manca l’educazione emotiva
- La lezione di Kant
- Dalla cultura dell'Io alla cultura del Noi
- La “Poesia del Desiderio" contro l'inaridimento
- Un viaggio tra arte e sensualità
- Dallo smarrimento alla violenza
- Bisogno e desiderio: la frattura invisibile
- Conclusioni
- Biografia
Oltre il tabù: cos’è davvero l’educazione affettiva
I segnali del disagio sono evidenti. L’aumento dell’isolamento sociale tra gli adolescenti (come il fenomeno degli hikikomori), la diffusione del cyberbullismo e le fragilità post-pandemiche raccontano la stessa realtà: manca una “grammatica delle emozioni”. Viviamo in una società tecnologicamente avanzata, ma emotivamente precaria. Il filo rosso che lega questi fenomeni è l’analfabetismo emotivo: l’incapacità di riconoscere, nominare e comprendere i sentimenti, propri e altrui. In questo vuoto, l’altro smette di essere una persona e diventa un oggetto da usare, giudicare o scartare. Quando il conflitto non trova parole per essere espresso, degenera inevitabilmente in violenza, online e offline.
Educare all’affettività non significa parlare soltanto di sessualità o anatomia. È molto di più: è un percorso che insegna a dare un nome alle emozioni, a orientarsi nelle relazioni, a riconoscere i propri limiti e a rispettare quelli degli altri. In altre parole, significa reimparare a essere umani, insieme.
Scuola e disagio: quando manca l’educazione emotiva
La scuola è diventata il terreno di scontro di una società che chiede solo performance. Il risultato è un aumento esponenziale di ansia scolastica, attacchi di panico e abbandono. Il bullismo non è che la valvola di sfogo di una frustrazione profonda: chi non sa gestire la propria inadeguatezza la proietta sul più debole. Senza un’ora di “affettività”, la scuola rischia di istruire menti brillanti ma cuori analfabeti, capaci di risolvere un’equazione complessa ma incapaci di gestire un rifiuto amoroso o un fallimento.
La lezione di Kant
IIl filosofo Immanuel Kant scriveva: “Si educa non per il presente, ma per un possibile stato migliore dell’umanità nel futuro”. A questa visione affiancava un principio etico radicale: trattare l’umanità sempre come fine e mai come mezzo. In un’epoca segnata da relazioni “usa e getta”, questo principio suona quasi rivoluzionario.
Per Kant, l’essere umano diventa tale solo attraverso un processo educativo completo, che comprende:
- disciplina, per contenere gli impulsi e formare l’individuo;
- cultura, per sviluppare capacità e conoscenze;
- socialità, per imparare a vivere con gli altri;
- moralità, perché educare non significa solo rendere “abili” o “civili”, ma insegnare a riconoscere l’umanità — in sé e negli altri — come un fine, mai come un semplice mezzo.
In questa visione, il riconoscimento dell’altro come valore assoluto è centrale. Dove questo principio viene meno, il terreno è fertile per fenomeni come il bullismo e la violenza.
Dalla cultura dell’Io alla cultura del Noi
Il cambiamento deve iniziare tra i banchi di scuola e nelle famiglie. Occorre passare da una cultura dell’Io — fondata su competizione, successo e prestazione — a una cultura del Noi, basata su responsabilità, empatia e cura reciproca.
Lo psichiatra Vittorino Andreoli lo sintetizza con parole limpide: «La fragilità è un dono, perché ci permette di aver bisogno dell’altro. È la fessura attraverso cui passa l’umanità».
Eppure, continuiamo a educare alla perfezione. Ai ragazzi chiediamo di essere sempre i migliori, impeccabili, invincibili, un voto basso viene spesso vissuto da genitori e insegnanti come un fallimento personale, più che come un passaggio naturale del processo di crescita. Ma la verità è un’altra: non serve essere perfetti per meritare amore. Così si alimenta una cultura della competizione permanente, in cui l’errore diventa colpa e la fragilità vergogna. Ma è proprio accettando i propri limiti che smettiamo di percepire l’altro come un avversario. È lì che nasce la cultura del Noi: quando la fragilità diventa terreno comune e non più difetto da nascondere. La scuola, allora, non dovrebbe essere una gara, ma un luogo in cui si impara anche a cadere, a sbagliare e a ricominciare.
La “Poesia del Desiderio” contro l’inaridimento
A questa visione etica si intreccia l’intuizione di Luigi De Marchi, psicologo e politologo di rottura, figura originale e controcorrente. Nel suo saggio Poesia del desiderio (1992) — un volume che custodisco come una reliquia — De Marchi lanciava un grido d’allarme contro l’inaridimento dei sentimenti, schiacciati da una cultura che premia esclusivamente il possesso e l’utile.
Ho avuto il privilegio di frequentare “Gigi” per oltre vent’anni. Conservo ancora la copia che mi donò con una dedica che porto nel cuore: in quelle righe, la sua penna seppe leggere tra le pieghe della mia storia con una precisione quasi sconcertante. Colse i nodi più intimi della mia anima, dandomi la prova tangibile di cosa significasse essere un profondo conoscitore dell’animo umano: la capacità rara di vedere l’altro oltre la maschera sociale.
Un viaggio tra arte e sensualità
Il libro di De Marchi non è un freddo manuale clinico, ma un’antologia vibrante e pensata anche come proposta educativa per le scuole. L’autore propone di spiegare la sessualità attraverso la poesia, la letteratura e i capolavori del cinema, convinto che l’eros non sia un atto meccanico, ma un linguaggio che l’arte sa codificare meglio di qualsiasi trattato.
ll cinema come visione: citando scene madri della cinematografia mondiale, restituisce alla sessualità la sua aura di mistero e sacralità.
La letteratura come specchio: i versi e le grandi pagine letterarie diventano strumenti per rieducare i nostri sensi al “sentire”.
In questo modo, la sessualità e l’affettività non vengono insegnate come nozioni da memorizzare, ma come esperienze da vivere, interpretare e comprendere, trasformando la scuola in un luogo in cui crescere emotivamente e relazionalmente.
Dallo smarrimento alla violenza
De Marchi aveva intuito che la società moderna stesse smarrendo la capacità di riconoscere il valore della dimensione emotiva, soffocando quella che lui chiamava la dimensione “poetica”— ovvero la capacità di stupirsi e di vibrare per l’immateriale.“Quando tutto viene ridotto a calcolo ed efficienza, l’affettività diventa un intralcio o una funzione biologica da gestire.“
Il passaggio è sottile ma decisivo: quando l’altro smette di essere un mistero da incontrare e diventa un oggetto da possedere, la relazione si svuota. E in questa deriva si intravede il seme della violenza. Il legame tra possesso e aggressività, che oggi esplode nei fenomeni di femminicidio, è l’esito estremo di quell’inaridimento denunciato oltre trent’anni fa.
Citando De Marchi, dobbiamo riportare la “poesia del desiderio” nelle nostre vite. Non è solo un tema pedagogico o letterario: è una questione di salute pubblica e dignità civile.
Bisogno e desiderio: la frattura invisibile
Al centro del pensiero di De Marchi c’è una distinzione fondamentale, spesso ignorata: il bisogno è cieco, pretende soddisfazione immediata, si nutre del “tutto e subito” tipico della cultura del consumo e dei social. Il desiderio, invece, sa attendere, immaginare, rispettare.
La “poesia” del desiderio consiste nel riconoscere che l’altro è un universo inafferrabile, non un oggetto di proprietà.
Riabilitare il desiderio significa restituire profondità alle relazioni. Significa uscire dalla logica del consumo affettivo per tornare a quella dell’incontro. Senza questa dimensione “poetica”, ogni legame rischia di ridursi a utilizzo. Educare all’affettività significa allora restituire dignità al desiderio, riconoscendolo come ponte verso l’altro, non come forma di possesso.
Conclusioni
Investire nell’educazione del cuore non è un lusso pedagogico, ma una necessità civile. Prevenire la violenza di domani significa intervenire oggi sulla qualità delle nostre relazioni. Accettare la propria fragilità e tornare a desiderare l’altro come un compagno di viaggio — e non come un oggetto o un avversario — è forse il gesto più radicale e necessario del nostro tempo.
Biografia
Luigi De Marchi
Brescia 17.07.1927 – Roma, 24.07.2010
Psicologo clinico e sociale, politologo e autore di numerosi saggi pubblicati in Europa e in America, è stato protagonista di varie battaglie italiane per i diritti civili e sessuali, riuscendo tra l’altro nel 1971, con una storica sentenza della Corte Suprema sulla “Vertenza tra il Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Emilio Colombo, e il Prof. Luigi De Marchi”, ad ottenere la revoca dei divieti penali all’informazione e assistenza anticoncezionale e ad avviare la realizzazione dell’attuale rete di migliaia di consultori sessuologici e familiari pubblici.


