Roma, 5 gennaio 2017 – Ad agosto del 2015 tracciai un ricordo per la scomparsa di Harald Nielsen, centravanti danese del Bologna, che vinse lo scudetto nel ‘64 in uno spareggio contro l’Inter in campo neutro all’Olimpico di Roma.
Appena ieri un’altra dolorosa uscita di scena ha colpito il partner del centravanti danese di quello squadrone e cioè Ezio Pascutti.
Il Nostro ha salutato la compagnia a qualche mese dal compimento degli 80 anni, dopo una lunga e dura malattia ed ha rappresentato, per il calcio di quei tempi, l’epilogo finale del “rosario”, della “filastrocca” che ha reso indelebili formazioni storiche del panorama calcistico italiano.
A scuola c’era chi aveva problemi con l’italiano, con la matematica, con il latino, ma nessun appassionato di calcio aveva problemi nel ricordare alcune mitiche formazioni di quegli anni e non faceva eccezione il Bologna allenato da Bernardini che terminava con l’attacco, dal 7 all’11, “Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti”.
Ala sinistra, ma destro naturale, era molto forte di testa a dispetto di un’altezza normale, specialmente in acrobazia, tanto che è rimasta storica una sua rete contro l’Inter nel ’66 quando arrivò a colpire la palla in tuffo a pochissimi centimetri da terra, anticipando un mastino come Burgnich sorpreso dal gesto atletico di Pascutti.
Era molto grintoso e determinato, a dispetto di una faccia che assomigliava più ad un francescano che ad un baldo giovanotto complice i pochi capelli ed una vasta “chierica” sulla nuca.
Pascutti ha sempre giocato in A nel Bologna segnando 130 reti in quasi 300 partite con 17 presenze in Azzurro e 8 reti, con una macchia che lo bollò per tutta la carriera e cioè un’espulsione subita a Mosca nel ’63, per le qualificazioni europee per nazioni, per una presunta reazione ad un durissimo fallo subito da un terzino russo.
La Nazionale perse quell’incontro e la qualificazione alle finali di quell’Europeo e Pascutti, in un Paese sempre alla ricerca di una giustificazione, di un “capro espiatorio”, fu additato come unico responsabile di quell’eliminazione.
La verità era che il calcio italiano stava vivendo un periodo di ricostruzione che culminò col disastro della Corea nel ’66 e certo non erano le colpe tutte di Pascutti, che pagò per parecchi anni la denigratoria campagna di stampa contro, per quell’espulsione, venendo insultato e fischiato in quasi tutti gli stadi d’Italia.
Curioso e singolare che undici anni dopo, nel ’74, lo stesso trattamento fu riservato a Chinaglia ritenuto unico responsabile del fallimento Azzurro ai mondiali di Germania; quando si dice dei corsi e ricorsi storici…..
Di quel Bologna del ’64 si diceva che “gioca così bene che neanche in Paradiso”, come negli anni ’30 i rossoblù erano “lo squadrone che tremare il mondo fa”.
Mi piace pensare che adesso in Paradiso Ezio Pascutti, ritrovando i vecchi compagni Bulgarelli, Nielsen, Haller e Tumburus, rispolveri il blasone del suo grande Bologna.
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