Cronaca

MILANO NON È IMMUNE DALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

Grazie all’ospitalità di questa prestigiosa testata che si ispira agli ideali di libertà e alta cultura di Gaetano Salvemini, mi sono già intrattenuto altre volte sulle stimolanti tematiche della illegalità e della Criminalità organizzata, che tanto devastano il futuro della nostra Nazione. Ora, alla luce di recenti risultanze processuali, torno in argomento.

Il Procuratore Aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, intervistato da “Il Fatto Quotidiano.it”, commenta la storica recente sentenza del processo “Infinito”, l’ ultimo grande dibattimento che si è celebrato contro la ‘Ndrangheta a Milano e che ha decretato oltre sette secoli di carcere per 110 imputati.“Le cosche calabresi sono arrivate al nord, ma qualcuno ha aperto loro la porta. Sempre più dovremo abituarci alla presenza, nelle indagini di mafia, di soggetti che hanno potere reale nella pubblica amministrazione”.
Le parole di Gratteri suonano come un avvertimento, rispetto alle vie future che seguirà la Magistratura. Del resto, il Procuratore parla a ragion veduta. Lui, della maxi-indagine contro la ‘Ndrangheta che Milano e Reggio Calabria si sono divisi, ha infatti in mano il ramo calabrese ribattezzato “Il Crimine”. Ciò che è importante evidenziare, nel complesso delle indagini e nel corso delle intercettazioni telefoniche e ambientali (guai con leggi scriteriate a limitarle per asserita violazione dei diritti dei cittadini!), è che la ‘Ndrangheta abbia sempre più spesso a che fare con personaggi che hanno un ruolo attivo all’interno della pubblica amministrazione. Un contributo non irrilevante alla diffusione della criminalità organizzata anche al nord, lo hanno dato questi colletti bianchi molto ma molto ben collegati con la politica. Ed è la vera novità scaturita da queste ultime inchieste. Il meccanismo di insediamento è capillare. L’imprenditoria del Nord Italia, soprattutto in quest’epoca di grave crisi economica, ha un potente canale di approvvigionamento di denaro fresco attraverso i soldi della Mafia. Nel mercato si sopravvive, e questo lo sa anche chi è a digiuno di scienza economica, quando si può assicurare maggiore presenza sullo stesso, quando si può surclassare la concorrenza.
Nell’inchiesta in questione prendiamo contezza della società civile mafiosa, non affiliata, senza giuramenti e iniziazioni di sorta, senza “baci” e senza essere “punciuti” (ovvero punti per la stilla di sangue sacrale), in cui persone indenni da tali logiche entrano in contatto d’affari con emissari in doppio petto dei capi bastone, come se fossero normali interlocutori, senza apparentemente rendersi conto (possibile?) del loro operato. Milano è la città in cui la mafia non esiste; lo affermava negli anni ’80 il Sindaco Paolo Pillitteri e lo ha ripetuto sino a ieri Letizia Moratti. Milano, la Capitale morale d’Italia, è diventata invece la Capitale della ‘Ndrangheta; lo dicono con dati di fatto i Magistrati delle Procure Antimafia. Era il 1970, quando il grande Leonardo Sciascia fece questo paragone: “…..così come le palme, da piante esotiche, troveranno nuovi terreni fertili verso il nord del pianeta su cui mettere radici man mano che il clima diventerà più caldo, così la mafia risalirà la Penisola……..”. E così è stato. Da anni, ormai, l’Italia è nutrita dall’humus di cui Cosa Nostra,‘Ndrangheta, Camorra e, in modo minore, Sacra Corona Unita, si nutrono,crescono e si espandono fuori dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania e dalla Puglia.
Milano, la città in cui un “eroe borghese”, l’ integerrimo Giorgio Ambrosoli, fu ucciso da un killer in missione della Banda della Magliana inviato dal banchiere mafioso targato P2 Michele Sindona; la città che oggi si prepara all’Expo 2015, mentre in un rapporto della Direzione Nazionale Antimafia viene sottolineato come gli interessi illeciti che ruotano attorno a tale importante evento siano economicamente maggiori a quelli che si ipotizzano per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. A Milano, però, ci potrebbero essere problemi di sicurezza per il fatto che la  malavita dovrà assumere nuovi assetti sul territorio così da adattarsi ai crescenti impegni imprenditoriali, con prevedibili regolamenti di conti.
Milano, la città dove una donna, Lea Garofalo, la testimone di giustizia in un processo di ‘Ndrangheta, fra il 24 e il 25 novembre di due anni fa, venne rapita, davanti all’Arco della Pace, poi torturata affinchè raccontasse quello che aveva rivelato ai magistrati e infine uccisa con un colpo di pistola alla nuca (il cadavere fu sciolto nell’acido in un terreno nel comune di San Fruttuoso, vicino a Monza); Milano,la città dove con agguati a colpi d’arma da fuoco, imprenditori vengono gambizzati, questioni sindacali risolte con spedizioni punitive e pestaggi a sangue.
Questi i metodi “imprenditoriali” descritti dagli inquirenti della Procura Distrettuale Antimafia e Carabinieri che hanno condotto l’operazione denominata “Isola” (da Isola Capo Rizzuto, nel crotonese, luogo d’origine della ‘Ndrina in quell’area lombarda, oggi dominante). Due, in particolare, gli episodi di tentato omicidio contestati. Oggi in Lombardia si paga il pizzo, si fanno affari, si spartiscono appalti, si smerciano enormi quantità di cocaina, si riciclano soldi delle mafie nostrane e straniere, queste ultime oltremodo floride, si fa voto di scambio e tanto altro ancora.
E tutto questo senza che ci si ribelli, senza che le Istituzioni agiscano in modo concreto e forte.
L’auspicio è che prima che sia troppo tardi la Nuova Politica intervenga, colmi le incomprensibili lacune legislative, anche perché è stato approvato il nuovo Codice Antimafia, ai primi di agosto, che rischia di essere un bel regalo ai boss.
Basta partire dalla nuova disciplina dei beni confiscati, aspetto pregnante della lotta alla criminalità organizzata. La nuova legge fissa un limite al tempo, che può passare tra il sequestro e la confisca: solo 18 mesi, con due possibili proroghe di sei mesi, con richiesta motivata del Tribunale. Sappiamo che il limite dei due anni e mezzo è troppo breve, e che le indagini patrimoniali sono complesse, soprattutto se parte delle ricchezze è nascosta all’estero.
A titolo di cronaca, va anche ricordato che dall’ultima relazione della Corte dei Conti, si evince che oltre la metà dei beni confiscati resta inutilizzata per la lentezza delle procedure e che, dal momento del sequestro, servono ancora tra i 7 e i 10 anni per giungere alla confisca definitiva dei beni e al loro successivo riutilizzo. La nuova norma azzera, infatti, la grande intuizione di Pio La Torre sull’attacco alle ricchezze della criminalità organizzata.
Altro aspetto esiziale è la mancata modifica dell’articolo 416 ter CP, quello che punisce il voto di scambio, che è tale solo se il politico offre “denaro” al mafioso in cambio di voti, mentre andrebbero contemplati anche finanziamenti pubblici, autorizzazioni, licenze e assunzioni. A tutto ciò si aggiunge che il riciclaggio di capitali illeciti, come segnalato dalla Banca d’Italia, incide per il 10% del PIL; la corruzione, per la Corte dei conti, incide per 60 miliardi di euro l’anno (1000 euro per cittadino); poi: 160 miliardi l’evasione fiscale e 500 miliardi “galleggiano” nei paradisi fiscali (senza peccare di ingenuità, si auspica che il nuovo Governo, con la ormai prossima “feroce” manovra finanziaria li tassi del 100×100!).
Certo, tutto questo enorme malaffare influisce moltissimo sulla mancata ripresa economica del Paese, che ha un debito pubblico che è il 120% del PIL. Fenomeni, poi, come il ciclo illegale dei rifiuti e del cemento sono esiziali sempre, ma in particolar modo in questo frangente. Le organizzazioni criminali dedite ai reati contro l’ambiente, censite nel 2010, sono 290 con un fatturato di 19,3 miliardi di euro. La normativa entrata in vigore il 16 agosto scorso sui reati ambientali, peraltro a seguito di procedura di infrazione della Comunità Europea, risulta, come già evidenziato in altro articolo, inadeguata per combattere l’illegalità ambientale.
Ormai, alla stregua di quanto sopra descritto, il problema criminalità organizzata assume valenza prioritaria, a doverosa e improcrastinabile difesa non solo dei cittadini onesti, quanto a difesa dell’ intero ordinamento democratico e repubblicano. 
 
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