Rugby

Rugby anno zero

Ridateci Parisse!

Roma, 14 febbraio 2022 – L’Italrugby ieri ha toccato il livello più basso che si ricordi a memoria uomo. Vale a dire dall’ultimo dopoguerra.

Mortificante per gli sportivi italiani – presenti (tanti) allo stadio Olimpico o connessi per TV – non è stato il 33- 0 subito nell’incontro del Sei Nazioni contro l’Inghilterra.

È stata la constatazione che l’Italrugby è scesa ancora più in basso di quella gestita dal precedente CT, Franco Smith.

Se con il tecnico sudafricano la Nazionale ovale aveva toccato l’Anno Zero, con il suo successore neozelandese, Kieran Crowley, si e giunti al livello “Zero Meno Uno”!

Dei fondamenti su cui si fonda e si vanta il rugby – l’interpretazione intelligente e duttile – ieri non si è visto nulla.

Questa Nazionale non sa correre con la palla in mano; non sa trasmettere l’ovale a tempo e modo; non sa gestire i punti di incontro; non sa vincere i duelli uno-contro-uno; non sa superare la linea difensiva avversaria.

L’ottima complessione atletica consente di battersi alla pari nelle fasi statiche (mischie, touche) ma poi non sa cosa fare con il pallone restituendolo, a seconda delle situazioni, agli avversari.

Ancora, non sa placcare! Il computo dei placcaggi riusciti e quelli mancati (o non adeguati), è impietosamente a favore dell’Inghilterra.

Così come il conteggio dei “turnover”, possesso del pallone all’inizio di un raggruppamento e cambio provocato successivo di tale possesso, è ancora più sfavorevole.

Inoltre non sa difendersi dai drive e maule avanzanti degli avversari e, soprattutto, non è capace di realizzare in proprio queste giocate fondamentali nel gioco moderno.

Però, continua a provarci invano, peggiorando la situazione.

Una squadra rugbysticamente analfabeta.

Priva totalmente di intelligenza e sagacia: qualcuno impartisce un compitino che viene ripetuto all’infinito, vada o non vada bene.

Ieri, per esempio, è avvenuto che in molte rimesse laterali decisive, il tallonatore Lucchesi
ed i saltatori azzurri, fallissero la manovra in favore degli inglesi.

Situazioni di gioco pro che diventavano contro.

Sì è andati avanti così per tutta la partita.

Esistono tante giocate sostitutive per ovviare a queste problematiche ma qualcuno sul terreno di gioco le deve decidere…

Lucchesi, invece non ha modificato la gittata del proprio lancio. Si è continuato per 80 minuti a puntare tutto sulla rimessa laterale “lunga”, in prospettiva di un drive vincente che mai si è attuato.

L’unico risultato ottenuto è la perdita del pallone oppure qualche micidiale contropiede.

Una monotonia negativa esasperante.

Gli inglesi non erano certamente la squadra campione del recente passato. Venivano da una sconfitta interna casalinga 17-20 contro una non irresistibile Scozia.

Hanno i loro problemi che Eddie Jones (in bilico) che sta cercando di risolvere.

Hanno fatto tanti errori e nonostante il punteggio conseguito, non hanno mai avuto il boccino in mano.

Hanno solo sfruttato le palesi altrui debolezze.

Una per tutte: rimanere in piedi nei breakdown che ha indotto gli italiani ad andare a terra e farsi sanzionare dall’arbitro per “tenuto” e relativa penalità.

Un trucco che ha bloccato l’Italia, come ha ammesso lo stesso Crowley, a bocce ferme…

Altro clamoroso segno di ottusità tattica , od inadeguatezza di leadership, è stata l’inidoneità dello sfruttamento migliore delle molte penalità in cui sono incorsi gli inglesi nella propria area, presso anche la linea di meta.

Un rituale ripetitivo: l’immagine del mediano di apertura Garbisi che va sul punto della penalità; calcia in touche con precisione all’altezza dei Cinque Metri.

A seguire, il tallonatore azzurro Lucchesi rimette fra i due schieramenti l’ovale per terminare regolarmente nelle mani degli avversari.

Oppure, nel migliore dei casi, da luogo ad un drive offensivo, non avanzante di un centimetro e che si estingue in una mischia ordinata a favore degli inglesi per ovale non più giocabile.

Occasioni d’oro sprecate. Mai nessun abbozzo a ricorrere a qualcosa di diverso come assicurarsi tre punti calciando fra i pali; oppure ripartire con uno sfondamento degli avanti a testa bassa per un drive convinto.

Solo negli ultimi istanti del secondo tempo, sul 0-33, si è tentato di ripartire con una mischia chiusa con propria introduzione.

Ma era tardi e il pack azzurro, ormai sfiatato, anzichè avanzante, sulla spinta retrocedeva..

È apparso ancora una volta evidente che in campo manca una leadership (oppure più leadership) in grado di leggere la partita.

Il problema dei problemi è quanto sia insufficiente la regia (ed il passaggio) dietro la mischia del mediano anglo-italiano Varney, la cui unica specialità è rallentare costantemente il gioco alla ricerca del calcetto alto “nel box” avversario.

Quasi sempre con riscontri negativi: o penalità per fuorigioco o rimessa avversaria dal punto dove si è calciato se l’ovale è andato direttamente fuori la linea laterale.

Nel novanta per cento degli altri casi il pallone italiano cambia possesso provocando scombinii devastanti. Spesso viene stoppato dalle terze linee avversarie.

La faccenda più grave, perchè non episodica, è la tendenza di Varney a disfarsi del pallone a casaccio in circostanze difficili o confuse.

Sia a Parigi contro la Francia che ieri a Roma, a risultato ancora in bilico, Varney ha regalato due mete in mezzo ai pali (da 7 punti) agli avversari.

Voglia di tenere vivo il pallone? Panico? In un caso o l’altro dimostrazione inequivocabile che il giocatore non possiede i requisiti per un ruolo da regista.

Una volta sarebbe stato immediatamente sostituito. Ma, anche ammesso che un errore come quello, per una volta possa essere accettato, lo stesso incidente non può ripetersi nello spazio di 2 settimane.

Specie quando in panchina siede un ragazzo italiano, Alessandro Fusco, figlio del grande Elio il miglior mediano mai nato in Italia, un autentico leader dotato di geniale intelligenza rugbystica.

Queste considerazioni sui problemi di leadership dell’Italrugby devono accompagnarsi con un altra considerazione fondamentale.

L’Inghilterra ci ha infilato un bel 33-0 non perchè dispone di un movimento rugbystico inarrivabile con i suoi milioni di praticanti ed un Super Campionato.

Che sia un ambiente normale, lo dicono i fatti come la sconfitta di una settimana fa contro la sempre modesta Scozia nonchè il successo 6-0, venerdì scorso, a Treviso degli Azzurrini sui pari età U20 del Regno Unito, nel quadro degli eventi del Sei Nazioni diffuso in TV.

È stata una vittoria storica perchè è la prima volta che gli azzurri vincono su una rappresentativa ufficiale del rugby inglese.

A prescindere dal risultato finale favorevole all’Italia, fondamentale ed indicativo il fatto che l’Italbaby, guidato dal rodigino Massimo Brunello, abbia giocato sempre, almeno alla pari, degli avversari a tutti i livelli.

Segno inequivocabile che non esiste un divario di base legato al numero di praticanti. Nuova Zelanda, Australia , Isole Fiji non sarebbero le potenze rugbystiche che sono sulla base dei praticanti.

L’alto livello nello sport è legato a molteplici fattori. Nel rugby il fattore “intelligere” appare fondamentale. Così la leaderhip che la esprime nei fatti.

Questa italia non quadra per causa dell’assenza di leaders. Non povertà di talento o di fisico.

l’Italrugby è andata in crescita fintanto che in campo ha schierato leader e capitani come Diego Dominguez , Marco Bortolami, Martin Castrogiovanni e, sopratutto, negli ultimi 15 anni, Sergio Parisse.

Messi loro a riposo era rimasto Sergio Parisse migliore terza linea del mondo, cercato a furor di popolo dal Campionato francese.

Qualcuno in Italia agli ultimi mondiale ha sostenuto che fosse troppo vecchio. Largo ai giovani!

Ed è cominciata la debacle azzurra che non vince un match del Sei nazioni da 42 incontri, mentre Parisse a 38 anni continua a condurre agli scudetti d’Oltralpe le squadre con cui milita.

Sempre pronto a rispondere alle chiamate dell’Italrugby.

All’inizio del suo mandato Crowley assicurò che Parisse avrebbe ripreso il suo ruolo di capitano. Devono giocare in Nazionale i migliori, non ha importanza l’età che hanno, giovani o meno giovani che sia.

In Nazionale giocano i migliori. Per gli esperimenti ci sono le franchigie federali Zebre di Parma e Benetton Treviso.

Un bluff per tacitare le critiche?

Questo giornale ha sempre spiegato il perchè della necessità della presenza di Parisse ed ha sposato i propositi.

Alla resa dei fatti nelle prime due partite del Sei Nazioni, Parisse non si è visto.

Forse la Nazionale continua a sperare che gli azzurri facciano qualche miracolo.

Impossibile senza leaders o senza il ritorno di Capitan Parisse.

Ridatecelo!!!

 

Giacomo Mazzocchi

Giacomo Mazzocchi, giornalista professionista, è stato capo redattore di TuttoSport, capo della redazione sportiva di Telemontecarlo, direttore della comunicazione della Federazione Mondiale di Atletica Leggera e direttore della comunicazione della Federazione Italiana Rugby. Vanta una vasta esperienza suddivisa fra giornalismo scritto e video con direzione e gestione di giornali, pubblicazioni, redazioni televisive, telecronache, conduzioni e partecipazione televisive. Cura l'organizzazione e produzione tv di eventi e uffici stampa
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