Parliamo con Riccardo Zingarelli, l’Aquila rugby e il Museo sul fondatore della Roma Italo Foschi – Racconti di sport – INTERVISTA ESCLUSIVA

(foto sx: Robbie Louw e Riccardo Zingarelli)

Conversazione sul rugby di ieri e di oggi con l’ex rugbista aquilano e nazionale, due volte campione d’Italia.

Roma, 2 marzo 2017 – Oggi il filo narrativo, apparentemente disordinato, di questa rubrica ci conduce nell’epoca d’oro del rugby aquilano ed in particolare nei primi anni ‘80 del secolo scorso, quando lo scudetto tricolore fu cucito per due anni consecutivi sulle maglie neroverdi. Erano ancora i tempi del rugby non professionistico, delle casacche di cotone pesante con i laccetti al collo e di una visione dello sport forse oggi smarrita. A condurci in quel mondo è Riccardo Zingarelli, classe 1960, oggi affermato professionista nel campo dell’ingegneria ambientale, che fu giocatore della Scavolini L’Aquila campione d’Italia 1981-82 e 1982-83.

Allora Riccardo, cosa significa il rugby per L’Aquila?
“Credo che in nessuna città d’Italia questa disciplina sportiva sia più radicata nel tessuto sociale. La palla ovale è insita nelle tradizioni familiari aquilane, è qualcosa di quasi istintivo. Nella nostra famiglia mio padre Vittorio, romano di nascita, cominciò a giocare da ragazzo come molti suoi coetanei nei GUF, i Gruppi Universitari Fascisti. Quando si trasferì a L’Aquila (per amore di mia madre , abruzzese di Giulianova) la prima amicizia in città fu con un altro “immigrato”, l’indimenticato Tommaso Fattori a cui è dedicato il nostro Stadio, nativo di Foligno e proveniente dalla stesso percorso formativo. Poi papà fu presidente della Polisportiva L’Aquila dal 1972 al 1975. Io e mio fratello maggiore Mauro (anche lui campione d’Italia in maglia neroverde nel 1968-69) siamo entrambi stati introdotti naturalmente in quel meraviglioso ambiente sportivo, in cui non c’era spazio per i nepotismi, giocava solo chi lo meritava. La caratteristica dell’Aquila Rugby di allora era il gioco alla mano, alla francese, mentre le touche erano il punto debole, che venne rafforzato dall’arrivo di due fortissime seconde linee come Trippitelli e Colella”.
 
Quali sono le differenze con il rugby moderno, tutto velocità e fisicità esasperata?
“La domanda che mi fai è già una risposta. Se mi è consentito un paragone calcistico oggi un Gianni Rivera, col suo fisico da “abatino”, non avrebbe spazio. Lo stesso Totti, che pure ha curato per tutta la sua carriera la condizione atletica grazie a cui è ancora ad alti livelli a 40 anni, ha difficoltà ad esprimere il suo talento nel calcio moderno tutto pressing forsennato. Ai miei tempi la rosa non arrivava a 25 giocatori, molti dei quali erano in grado di ricoprire molti ruoli e dare un diverso contributo alla squadra. Io ad esempio sono stato terza linea ma anche tallonatore a seconda delle esigenze sia nel club che nelle nazionali giovanili, in tempi recenti hanno avuto un percorso simile giocatori come Sgorlon, Fabio Ongaro, Orlandi. Alcune innovazioni mi fanno uno strano effetto: vedere alzare i compagni nelle touche, cosa che allora era un tabù assoluto, o le espulsioni a tempo, inimmaginabili a quell’epoca. Ma oggi le regole evolvono con una rapidità enorme. In conclusione il nocciolo della questione sta in questo: in passato la sola grinta poteva bastare per colmare differenze tecniche, oggi non è più possibile. Il percorso della nazionale italiana di oggi lo testimonia. Contro Golia, Davide rischia di uscire sempre sconfitto, se non si dota di altri strumenti. E le innovazioni tattiche che O’Shea e il suo staff stanno introducendo nel clan azzurro, per fortuna stanno portando l’Italia nella direzione giusta”.
 
Raccontaci il tuo percorso sportivo.
Quando io ho iniziato, intorno al 1975, l’Aquila era al top a livello dilettantistico, e non è un caso che il declino della nostra squadra sia andato di pari passo con l’avvento del professionismo. Le famiglie favorivano la pratica sportiva, ma mai a discapito dello studio. Mio padre Vittorio, quando dovevo laurearmi in ingegneria, mi mandò a giocare un anno ad Avezzano, per non essere troppo assorbito dal rugby. Ho fatto il servizio militare nella Polizia di Stato, nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro a Milano. Poi ho giocato quasi sempre all’Aquila, dove ho avuto la possibilità di vincere due scudetti, e ho chiuso con un’esperienza alla Mediolanum, smettendo nel 1990. Ho potuto giocale nelle Nazionali giovanili under 17 e under 19, ho conquistato due titoli nazionali universitari e vestire la maglia della Nazionale A. Il ricordo più bello è la finale del campionato mondiale under 19 di rugby a 7, persa contro l’Inghilterra a Londra nel 1979”.
 
Quali allenatori consideri i tuoi maestri di sport, e di vita?
A L’Aquila sicuramente Sergio Del Grande, nel settore giovanile, e Walter Cucchiarelli (il fratello di Loreto, con cui invece non ho avuto molto feeling). In Nazionale ricordo Pierre Villepreux e Lino Massi”.
 
E tra i compagni di gioco che vuoi menzionare?
Direi Rob Louw, il grande campione sudafricano, forse lo straniero che nei cinque anni trascorsi a L’Aquila entrò in grande sintonia con la città, poi il pilone Marco D’Onofrio, Massimo Mascioletti, Giancarlo Morelli, Pierluigi Pacifici (l’unico aquilano a vincere 4 scudetti!), Fulvio Di Carlo”.
 
Oltre alla palla ovale papà Vittorio e la tua famiglia ti ha trasmesso un’altra passione …
Infatti, oltre al nero-verde, sono il giallo e rosso i colori di famiglia. Il Roma Club L’Aquila è intitolato a mio padre. E poi sono il pronipote di Italo Foschi (a cui è dedicato il Museo aquilano, n.d.r.), fratello di mia nonna Italia, storico fondatore e primo presidente dell’A.S.R. Roma, di cui il prossimo Giugno ricorreranno i 90 anni dalla Fondazione. Per anticipare le celebrazioni saremo a Roma il prossimo martedì 7 Marzo per omaggiare Italo, sepolto nella sua città, in occasione dell’anniversario della sua nascita. Anzi, invito tutti i romanisti a venire al Cimitero del Verano per la cerimonia, che si svolgerà a partire dalle ore 16.00. Credo lo debbano a chi ha fondato con tanto amore la loro squadra. Così come li invito a venire a visitare la sala-museo che abbiamo allestito a L’Aquila, riproducendo fedelmente il luogo in cui nacque la Roma”.
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